|
Arrivi presto alla piccola baia, che protegge l’isolotto di fronte, il
sole è alto ma ancora non morde; poche persone, e una sei tu. Rimani
qualche momento in piedi, ti guardi attorno per scegliere un posto, poi
sistemi la stuoia sui ciottoli, lentamente con cura. Sollevi il camicione,
lo fai passare al di sopra del collo; forse in questo momento sotto lo
schermo scuro degli occhiali il tuo sguardo si accorge del mio sguardo;
mostri il tuo corpo robusto e grazioso, così diverso dalla plastica liscia
e scura delle altre più giovani: il pancino un pochino in avanti, vorrei
sapessi quanto mi attrae, con al centro il dolcissimo calice del suo
piccolo foro.
Hai coperto i tuoi fiori con dei fiori: rosa sobrio su
uno sfondo di bianco, che ti stringono la curva dei seni, e quella un poco
abbondante dei fianchi. Sempre in piedi ti scalzi dai sandali, con uno
sforzo quasi impercettibile e allontanato da un breve sorriso. Soddisfatta
appoggi le tue natiche generose per terra: una gamba è protesa in avanti,
l’altra piegata a sorreggere il mento, poi sollevi il capino coi capelli
cortissimi castani e lo ruoti a destra e sinistra, come fa una tortorella
curiosa. Dalla tua sacca trai un piccolo scrigno rotondo; allontani la
celata dagli occhi, che ora mi vedono, sono sicuro; poi abbassi le
palpebre enormi.
Piccole chiazze bianco avorio picchiettano la tua
fronte e le guance, quindi spalmi d’unguento tutto il viso. Un’altra fiala
più grande ora ti dona generoso latte che cospargi su tutto il tuo corpo,
cominciando dai piedi, dalle caviglie per salire sopra le rotonde
ginocchia e le cosce tornite, il morbido pancino, fianchi e costole, lo
sterno alto, le spalle, gli avambracci e il deltoide; ed abbassando un
poco il reggiseno sfugge per un brevissimo momento il capezzolo tenero,
tranquillo come quello di una bimba quando dorme serena: indispettita
sorridi e ti copri; ti contorci nella tua solitudine per riuscire a
emulsionare la schiena, fino alle scapole.
Ora dalla tua sacca trai un volume, e leggi a fior di
labbra; penso che sia una formula magica: vorrei che fosse per fare
l’amore, rimanendo così come siamo. Poi ti volti col corpo sulla terra, ti
puntelli sui gomiti, ed ecco i colli generosi e belli delle tue dolci
naturali natiche. Allontani con una V rovesciata le gambe una dall’altra,
mostrando nude le piante dei piedi ed inarcando gli alluci premuti sulle
piccole pietre: continui a recitare dal volume, forse a cantare ma lo fai
in silenzio.
E il desiderio che provo è uno solo: se tu capissi
quanto io ti ammiro, quanto pretendo che questo tuo corpo sia così come
adesso lo vivi, mentre l’Estate dolcemente muore, baciandoti di sole in
una semplice, nuda serena giusta perfezione. Se tu sapessi quanto ora sei
bella…
|
|