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Sei così sola, in questo
corridoio immenso, dove si aprono cento finestre: ampie, sulla città
antica; dentro il chiarore tenue, della sera ormai non più estate. Fa
quasi buio, e nessuno - ma non c’è più, qui dentro, nessuno - ha acceso le
luci fredde dei neon: forse un piccolo atto d’amore, o di pietà, forse
entrambe le cose. Fa quasi freddo e non abbastanza per dirlo, e comunque
hai le braccia scoperte: lunghe, come bambina fatta pianta che tende i
suoi rami; che ha chiuso i germogli la notte e al mattino, al risveglio,
ha scoperto i suoi frutti ed ostenta per sé indifferenza, nascondendo un
curioso, segreto stupore.
Sembra - il tuo viso -
il topo delle fiabe: un po’ smagrito e tenero, come appena risorto dal
sonno, che mostra i suoi denti davanti: non per rodere, non per rubare, ma
per un timido, dolce sorriso; a cui i malvagi non vogliono credere. Sei
così magra: sei così più giovane… eppure donna. Sei tu ma tanto, davvero
diversa da quando ti vidi bambina, imbandita di fiocchi come tutta la
tavola, vicino a tuo padre: rispondevi chinando la testa alle domande
fruste, prevedibili di un ospite che si credeva giovane, e si sforzava,
senza fare l’eroe, di mantenersi per sempre sincero.
Non saprei dire, ora, se
ci sono riuscito… ma quale angelo di questo Autunno, quale sapido demone
ci ha messo qui da soli questa sera, che avanza e ci obbliga piano a
distinguere l’indispensabile: a scegliere ciò che non vuole perdere lo
sguardo e il cuore: le sopracciglia, come fili di biada, sulle palpebre
enormi; il collo esile, smisurato, fatto di neve.
E il cuore! che vedo
quasi battere sotto un piccolo seno, meravigliosamente indistruttibile. -
Sei rimasto? Avevi da fare? Credevo che a quest’ora solo i poveri figli
incapaci dei ricchi padroni facessero un po’ tardi per dovere…
Ridi e le labbra
affaticate si schiudono facendo resistenza, disegnando senza che tu lo
voglia quasi un ghigno beffardo che un improvviso raggio lanciato a
tradimento dalla xerox mi costringe a guardare: vorrei fermarlo,
cancellarlo per sempre con un sorriso buono, una carezza: un respiro che
fosse solo amore. Si disegna una ruga sulla fronte: sembri quasi sentire e
lanci impercettibile, impaurita, una domanda vera coi tuoi occhi.
Ora mi accorgo, lo vedo
molto bene, e non so dire da quanto ho iniziato: ho le dita posate sul tuo
capo: la mano ti disegna il filo delle guance. Mi guardi dritto: sicura,
forte, decisa, inamovibile; mi afferri i capelli alle tempie con entrambe
le mani: - Parlo una volta sola: se ce la fai rispondimi sincero: ti
piaccio, io, così come sono? Sento bene che tra la tua pelle e le costole
non c’è nient’altro. Però sei tutto: tutto fuorché fragile, forti le cosce
magre i piedi quasi nudi che si puntano a terra.
La bocca ha un attimo di
smorfia quasi per piangere: come se abbandonassi al suo destino, per
sempre, la ragazza di un tempo. Godiamo insieme della stoffa rude, stretta
che ci costringe all’alleanza per guadagnare i nostri corpi nudi; ridiamo
del calore della macchina che ti offende le reni, della mia tenerezza nel
proteggerti dal freddo che ti fiocina i capezzoli. Del timore che ho di
farti male, e di non esserti dentro abbastanza. Dell’urlo di una donna che
pretende, vuole per sé la corolla del fiore che si fa frutto in una notte
sola, di quando il mondo somigliava davvero al suo sapore. E ogni donna,
ogni uomo sapeva riconoscere l’odore della terra e del seme. Del nostro
pianto timido, scoperto assieme.
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