Non pensavo di certo al tuo respiro: ora al mattino me lo sento addosso le
mie parole te le ho donate come si getta lo sguardo su un fiore
proseguendo sereni il cammino e invece adesso le coltivo ogni giorno nel
mio nel tuo nel nostro giardino parole come il pungiglione d'ape di un'ape
che non muore e porta il polline fino alla cella ape operaia sempre più
regina nell'ora della sera. Quei segni freddi quelle lettere scure che
incidono passando fra le palpebre estasiate negli alberi che corrono il
biglietto del treno come il coito di un uomo e di una donna che si parlano
prima di gridare ora sono la voce che non sento che pure ascolto e non
possiederò mai.
Le tue forme ostentate per gioco con arte concesse e
rifiutate ora lama mentre salpi serena verso una luce buona e io sorrido e
ti auguro ogni bene: vorrei legarti ma non come il cane alla catena né
come l'aquilone al polso del bambino: come il puledro giovane il vitello
riottoso al marchio e al fuoco che una volta domato non starà nella stalla
e salterà nei pascoli godendo del suo cibo e del suo cielo. E quando mi
dicesti sono triste e io risposi prima voglio averti fino alla scorza
prima di asciugarti una lacrima e donartene cento allora accarezzasti il
tuo sorriso che apriva le sue labbra e non fu pianto quello che sgorgava.
E adesso te ne vai ridendo rimanendo per sempre te ne
vai come padrona consapevole schiava estenuata fino quasi alla gioia.
Eppure così lontana adesso sarai mia solo quanto tu vuoi eppure tutta
nessuna gioia esclusa, nessun dolore lontano dal corpo nessun amore
lontano dal cuore nessun dono che sarà mai più grande di quello ricevuto
nel respiro profondo del tuo seno.