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Rimase un poco in silenzio: seduto tranquillo davanti al piatto ormai
vuoto, assaporava il quintetto che sgorgava dalla radio nella luce
invernale dell’antica cucina. Volse lo sguardo alla finestra, alle case
che abbracciavano il palazzo: sapeva che alle loro spalle il cielo era
ancora più chiaro, là dove si apriva il mare. Era solo, ma non da sempre:
da quando il figlio grande aveva trovato lavoro fuori, con lei le cose non
erano andate molto bene; è strano, si aspetta il momento per stare più
insieme, per concedersi certe libertà, e qui si scopre che non si va
d’accordo.
Gettò un’occhiata all’orologio sul muro e iniziò con calma a sparecchiare;
dopo poco un’altra occhiata, e qui si diresse verso la porta
dell’abitazione, la aprì e la riaccostò lasciandola aperta, poi ricominciò
a mettere a posto le ultime cose. Mozart tacque. Sentì la porta chiudersi
e il suo passo avvicinarsi. Comparve. - Ciao - disse togliendosi il
piumino blu e sistemandolo sulla spalliera della sedia.
- Ciao -. Le sorrise e lei fece lo stesso.
Avevano preso posizione l’uno di fronte all’altro, ai lati lunghi del
tavolo. Lei prese come sempre a mostrargli se stessa, denudandosi
lentamente e con naturalezza, con spontaneità. Quando comparvero i seni
lui notò i capezzoli tesi:
- Senti freddo? - le chiese.
- Un poco - rispose lei e la chiusura delle “o” e lo stacco un po’ rigido
sulla “c” lo riempirono di tenerezza.
Continuò a rivelarsi e finalmente il suo corpo esile e riottoso comparve
in tutta la sua nudità; la coniglietta che era tirò fuori il suo sguardo
da cerbiatta, incorniciato dai capelli crespi castano chiari. Si pose a
braccia conserte appoggiando il sedere alla credenza; allora lui fece lo
stesso: si spogliò come aveva fatto lei, con lo stile spontaneo del dono.
Come sempre furono l’uno dell’altra, dapprima senza negare alcun punto
alle loro attente affettuosità, poi guardandosi a lungo negli occhi
stringendosi i fianchi.
Prima di prendersi intrecciarono le loro lingue, esaminandone bene
reciprocamente la forma e la morbidezza: entrambi sapevano quale valore e
significato avesse quel gesto. Quando lei si donò tutta attaccò le labbra
al suo orecchio e gli disse decisa Meine Liebe! Du bist meine grosse Liebe!
Poi fu la volta di lui che si espresse senza un suono, e poco dopo le
disse Sai che ti voglio bene e che ti amo. Restarono un po’ così, l’uno
nell’altra.
- Posso andare a prepararmi? - chiese lei.
- Certo - rispose lui.
Quando la sentì uscire dal bagno vi entrò a sua volta, e quando anch’egli
ne uscì lei era seduta alla scrivania dello studio: la schiena dritta, lo
sguardo sobriamente sereno. Lui prese posto nella sedia vuota accanto a
lei; azionarono il piccolo registratore:
- Oggi parleremo del “che” - fece lui.
- Mmm - rispose lei.
– Il “che” in italiano è un po’ infido… ad esempio dimmi una frase che sai
già con il “che”… -
- Ti dico che ti voglio bene… -
- Benissimo.
Ecco questo “che” è completamente diverso da un altro, ad esempio da “la
donna che amo sei tu”. Il primo è il vostro dass, il secondo è il vostro
der/die/das…” -
- Ah! - La lezione procedette tranquilla e fruttuosa per un’ora
abbondante.
- Ora vado - fece lei
- Sì - rispose lui.
Lei avvicinò il suo viso sotto l’orecchio di lui e gli diede un bacio
affettuoso. Compìta tirò fuori il borsellino, fece schioccare il fermaglio
e posò i biglietti sulla scrivania. Si allontanò da sola versò la porta.
- Mamma mia quanto lo amo! - pensò lungo le scale in entrambe le lingue, e
ne sorrise.
Lui restò pochi secondi fermo: avrebbe finito qualche impegno, poi la cena
da solo estasiato dalla musica; avrebbe letto fino a tardi
addormentandosi, e domattina il lavoro fuori. Poi l’avrebbe avuta di
nuovo. L’avrebbe di nuovo amata. Andò velocemente alla finestra. La vide
muoversi tra la gente.
- Mamma mia quanto la amo! - pensò.
Anche lui in entrambe le lingue. Anche lui sorridendo.
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