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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Schweigen

 
 

Le dita del tempo

 
 

 
 

FOTO massimo squilloni

 
 
 

Ora era così: completamente nuda nella sua stanza. Lo sguardo non aveva possibilità: cadeva sulle variazioni purpuree, la lana intrecciata del tappeto, che mille volte con gli occhi aveva incontrato nella sua vita. Sentì le mani posarsi sui fianchi. Poco dopo veniva penetrata. Nel preparare il caffè e avvitare la piccola moka si chiedeva se i suoi movimenti, i suoi gesti erano adatti alla donna che adesso vedeva. Aveva amato per quaranta anni nel modo giusto col corpo e col cuore, ma così non era mai stata. Il fuoco si accese al primo scatto e danzò piccolo e vivido. Ora offriva biscotti e cioccolatini con un sorriso calmo e sincero, per nulla affettato. Si sedette davanti a lui, decisero di ascoltarsi e parlare, come se il migliore amico dopo anni le avesse fatto visita.

La salute di sua madre si stava moderatamente stabilizzando; lui dal suo canto aveva smesso di arrabbiarsi sul lavoro, apprezzava con maturità i doni della propria esistenza. Ora lei finalmente capiva: erano le proprie dita, le proprie mani; mani che non nascondevano il tempo e naturalezza di moderate fatiche, eppure ancora così belle, così teneramente fini… erano loro che spiegavano come la meta appariva ciò a cui poco prima era stata invitata, dopo un breve riposo con la testa nascosta nell’incavo del proprio braccio, il corpo che scambiava il suo calore con il gelo del pavimento, in un ultimo solitario amplesso.

Il caffè iniziò timidamente a gorgogliare: lei fece per alzarsi e lui la trattenne delicatamente proprio per una di quelle mani. “Aspetta, solo un poco”. Continuavano a raccontare, mentre lei le guardava in silenzio. La tredicenne sotto le lenzuola, che accoglieva il giovane senza volto, e lui le spiegava l’innocenza e la bontà del suo piacere. Ma poi anni dopo veramente lei, coi glutei scivolati fino a terra, la schiena poggiata alla corteccia sul limitare del bosco, il sangue che sgorgava copioso abbeverando il fogliame umido, e il suo sorriso per rassicurare un poco lui terrorizzato. Tutta quella gente, i rumori delle posate e le grida serene, mentre loro ogni tanto riuscivano a sbirciarsi pensando assieme che se erano lì era stato per quel momento. Ancora le poppe smisuratamente esplose in pochi mesi, e quella creaturina avida e egoista che vi si avventava contro fino a saziarsi e staccarsi sfinita mentre loro trionfavano con un ultimo splendido gratuito fiotto. Le sue lacrime, le gote scavate, il suo peso la metà in pochi mesi; e lo sguardo dritto, nella promessa che aveva fatto di non cedere, di rialzarsi e di amare la vita. L’affetto materno e filiale di chi era rimasto. Fino a pochi giorni prima, quando lui che ora le stava davanti le aveva detto: pensaci con calma e chiamami quando vuoi; non tradirò la tua fiducia e tu sarai felice. Le mani, le dita che seguivano assieme allo sguardo le forme cercando di capire come poco prima l’avevano fatta gridare di gioia. Poi lo prendevano tutto per sé: più che un possesso una gioia assieme, fino a capire e generare il fiore… Si alzò veloce scusandosi: il caffè non poteva più aspettare. Lo versò lentamente. Erano grati e sereni. - Davvero, sai: non l’avevo mai fatto - lui la guardò affettuoso: - Neppure io - disse. 



 

 


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