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Ora era così: completamente nuda nella sua stanza. Lo
sguardo non aveva possibilità: cadeva sulle variazioni purpuree, la lana
intrecciata del tappeto, che mille volte con gli occhi aveva incontrato
nella sua vita. Sentì le mani posarsi sui fianchi. Poco dopo veniva
penetrata. Nel preparare il caffè e avvitare la piccola moka si chiedeva
se i suoi movimenti, i suoi gesti erano adatti alla donna che adesso
vedeva. Aveva amato per quaranta anni nel modo giusto col corpo e col
cuore, ma così non era mai stata. Il fuoco si accese al primo scatto e
danzò piccolo e vivido. Ora offriva biscotti e cioccolatini con un sorriso
calmo e sincero, per nulla affettato. Si sedette davanti a lui, decisero
di ascoltarsi e parlare, come se il migliore amico dopo anni le avesse
fatto visita.
La salute di sua madre si stava moderatamente
stabilizzando; lui dal suo canto aveva smesso di arrabbiarsi sul lavoro,
apprezzava con maturità i doni della propria esistenza. Ora lei finalmente
capiva: erano le proprie dita, le proprie mani; mani che non nascondevano
il tempo e naturalezza di moderate fatiche, eppure ancora così belle, così
teneramente fini… erano loro che spiegavano come la meta appariva ciò a
cui poco prima era stata invitata, dopo un breve riposo con la testa
nascosta nell’incavo del proprio braccio, il corpo che scambiava il suo
calore con il gelo del pavimento, in un ultimo solitario amplesso.
Il caffè iniziò timidamente a gorgogliare: lei fece per
alzarsi e lui la trattenne delicatamente proprio per una di quelle mani.
“Aspetta, solo un poco”. Continuavano a raccontare, mentre lei le guardava
in silenzio. La tredicenne sotto le lenzuola, che accoglieva il giovane
senza volto, e lui le spiegava l’innocenza e la bontà del suo piacere. Ma
poi anni dopo veramente lei, coi glutei scivolati fino a terra, la schiena
poggiata alla corteccia sul limitare del bosco, il sangue che sgorgava
copioso abbeverando il fogliame umido, e il suo sorriso per rassicurare un
poco lui terrorizzato. Tutta quella gente, i rumori delle posate e le
grida serene, mentre loro ogni tanto riuscivano a sbirciarsi pensando
assieme che se erano lì era stato per quel momento. Ancora le poppe
smisuratamente esplose in pochi mesi, e quella creaturina avida e egoista
che vi si avventava contro fino a saziarsi e staccarsi sfinita mentre loro
trionfavano con un ultimo splendido gratuito fiotto. Le sue lacrime, le
gote scavate, il suo peso la metà in pochi mesi; e lo sguardo dritto,
nella promessa che aveva fatto di non cedere, di rialzarsi e di amare la
vita. L’affetto materno e filiale di chi era rimasto. Fino a pochi giorni
prima, quando lui che ora le stava davanti le aveva detto: pensaci con
calma e chiamami quando vuoi; non tradirò la tua fiducia e tu sarai
felice. Le mani, le dita che seguivano assieme allo sguardo le forme
cercando di capire come poco prima l’avevano fatta gridare di gioia. Poi
lo prendevano tutto per sé: più che un possesso una gioia assieme, fino a
capire e generare il fiore… Si alzò veloce scusandosi: il caffè non poteva
più aspettare. Lo versò lentamente. Erano grati e sereni. - Davvero, sai:
non l’avevo mai fatto - lui la guardò affettuoso: - Neppure io - disse.
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