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Suonano alla porta nel primo pomeriggio. Non era sicura che la Presidente
sarebbe venuta, eppure un po’ ci sperava e in fondo sì se lo aspettava. Da
quando è stata eletta sua “vice” le cose sembrano procedere bene per
l’Associazione. Ne sorride compiaciuta. Percorre l’ultimo tratto del
corridoio, anche se sola, con passo ostentatamente elegante. Lo sa che i
suoi anni sono portati più che bene, che è ancora piacente, che le
esperienze non le sono mancate eppure è arrivata fin qui con un buon
curriculum e nessuno s’è arrischiato, né tanto meno arrischiata, a
metterlo in forse. Gira la maniglia e apre la porta, spalancando solo un
attimo prima anche il suo smagliante sorriso. C’è un po’ di silenzio. Tre
secondi che sembrano molti di più. Riesce a non cadere in uno sguardo di
delusione, mentre un attimo impercettibile lascia sfuggire uno moto
d’odio. Non è la Presidente.
- Buongiorno (anzi le riesce il suo sorriso sicuro e al
tempo stesso impunemente canzonatorio).
- Buongiorno… anzi ciao: non siamo in un certo senso colleghe? (breve
sospiro di risposta)
- A che debbo la visita?
- Non mi fai entrare?
- Prima rispondi alla mia domanda.
- Più che giusto ( nel frattempo progressivamente, lentamente avanzata
sulla soglia, rendendo impossibile all’occorrenza chiuderle la porta in
faccia, e ora apre le labbra per parlare. Lo fa sul pianerottolo,
ostentatamente a voce alta. Molto, molto più del necessario).
- Bene: siccome, in base a informazioni ricevute dal diretto interessato,
è ormai circa un anno intero che non ti porti più a letto --- (stringe le
labbra e alza una mano; si ferma sorridendo a labbra chiuse).
- Avanti entra.
- Grazie. Non ho molto da dirti: facciamo qui in corridoio o mi siedo?
- Ma prego! Sappi però che aspetto visite… anche se non sicure: se
arrivano te ne vai
- Beh, no: vado subito. Tornerò un altro giorno.
- Senti adesso basta! Hai detto che ti serve poco. Mi vuoi minacciare? O
che altro?
- Solo un’informazione per te.
- Non richiesta
- OK: ciao (fa per alzarsi; la blocca con una mano sul braccio sotto lo
sguardo falsamente stupìto dell’altra).
- Ti ho detto di farla finita!
- “Per favore” (un silenzio discretamente lungo. Uno sguardo carico
d’odio.)
- Per, favore… (si schiarisce un po’ la voce, poi).
- Siccome mi risulta dalle sue cronache dei vostri incontri (“questa mi
vuol far credere che il marito le ha raccontato tutto e che vanno
d’accordo più di prima… figurati! E poi se fosse: che me frega? Meglio per
loro e anche per me…”; l’altra prosegue).
- … che ti piace la verità e giocarci intorno sfidando gli altri ad essere
più veri di te per dimostrargli che non ne hanno il coraggio… (sono
effettivamente le parole che ha usato più di una volta con gli uomini,
godendo che la sfida finisse poi sempre a suo favore).
- Ebbene? - Beh, nulla: volevo dirti che io e il mio --- abbiamo sempre
saputo tutto ( il “mio”… mah!!! però fa pensare: l’ha sempre considerata
molto più stupida di lei, ma non stupida. Assolutamente non stupida)
risposta immediata:
- Beh, sì, a volte capita… meglio per voi se andate ancora d’accordo. Ma
io che c’entro? Vuoi che ti chieda scusa se lui ti ha voluto tradire con
me? Fattela chiedere innanzitutto da lui, no? E ora se non ti dispiace,
come ti ho detto…
- Sì, sì: vado; ti rubo ancora un attimo perché secondo
me non hai capito: fin dall’inizio, insieme, abbiamo sempre saputo tutto.
Ce lo raccontavamo al suo ritorno (“non è vero” pensa; “questa ha scoperto
tutto e poi hanno litigato e ora le manca una qualche vendetta… ora sai
che faccio: le lascio credere di consumarla e poi con l’ultimo sorriso le
faccio capire che l ’ho accontentata come un bambino… ecco sì, così mi ha
sempre divertito”), l’altra riprende:
- Guarda che lo so cosa stai pensando. Ma io non sono mica tuo marito. Ti
sto dicendo la verità. Anzi magari chiamiamo --- col cell: non aveva
voglia di venire e ha da fare al lavoro, ma mi ha promesso che se te lo
passo, un attimo ti saluta (nel frattempo esce il telefonino dalla
borsetta)
- Per carità! Lascia perdere… siete ridicoli.
- Diciamo divertenti.
- Diciamo quello che caz – zo ti pare! Hai finito? Vai per favore.
- Perché, se no chiami tuo marito?… O tua figlia… o… la Polizia!!! (c’è un
silenzio lunghissimo. Le due si guardano. E’ sparito ogni odio ed è
rimasta solo una chiara, calma evidente antipatia; che misura con la
massima esattezza la distanza incolmabile tra loro due: tra le loro figure
fisiche, i loro modi di vivere, i loro mondi. Non si vede come questa
postura possa finire).
- Beh, ora sì: me ne vado. Stammi bene. Come hai sempre fatto. (non dice
una parola e l’accompagna all’uscita).
- Sai - fa durante il percorso.
- Ci amiamo molto e anche a letto tutto bene… ma quella roba lì, sì con la
bocca, a me non è mai andata… non so perché… mica bacchettona, eh!!!: non
mi riesce proprio! Però lui le voleva provare: ci teneva tanto! Sono
contenta che tu sia stata così brava. La porta si è richiusa. Ci si è
quasi appoggiata sopra. Poi è rimasta al centro del corridoio, guardando
mezzo in basso e non pensando a niente. Cerca come in tutta la sua vita
conferma che ciò che gli altri fanno e pensano non la tocca più di tanto.
Di nuovo il campanello. ‘Stavolta guarda dallo
spioncino. E’ la Presidente. Apre perfettamente in regola. L’altra di
tutto punto apre le braccia, trilla il suo nome come non la vedesse da una
vita. Si baciano sulle gote.
- Sei in forma smagliante! Come sempre… Le fa durante il tragitto in
corridoio
- Già ! - risponde schiudendo appena le labbra
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