RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Schweigen

 
 

La via del ritorno

 
     
 

 
 

Foto rinah

 
 
 


 

Scivolo fuori dalla cabina della doccia: la pelle ottiene una piacevole sensazione di fresco; mi accoglie l’abbraccio morbido dell’accappatoio. In queste ore del primo mattino mamma riesce a dormire un poco. Le mie piccole gioie, la mia libertà sono diventate questo: stringere fra le mani la tazzina del caffè, guardare l’orto dalla finestra, il volo delle rondini, il loro grido…

Quest’estate si mantiene mite. Quell’anno invece il caldo fu violento; prepotente: totale. Fin da subito. Ci eravamo conosciuti poco; certo gli sguardi erano stati eloquenti. Reciproci. L’ultimo giorno del progetto mi indicasti una stanza vuota; riuscii solo a sussurrare: - Dici? non hai paura che…? - poi entrai. Ci baciammo a lungo. L’uno dentro l’altra. Poi rimanemmo in silenzio a guardarci negli occhi: non saprei dire quanto. Molto. Non ti facesti più vivo, sparisti. Non persi tempo a chiedermi il perché. Certo avevo ben altro a cui pensare. Precisamente quel bacio: lo portavo con me dappertutto. Io e quel bacio eravamo la mia persona, quell’estate.

Rispondevo all’amica al telefono, un po’ incredula e autoironica; io e lei a casa mia sorridevamo, scuotevamo la testa scorrendo con lo sguardo i dépliant. Le battute: “Due mature in crociera: uno stupendo diario di bordo!”. Uscivamo dall’agenzia con i biglietti in mano, e giù risate. E poi le onde e la luce del sole, il canto della vita. La sera le battute sui corteggiatori, il sonno leggero ma ristoratore. Sole sul ponte a guardare in silenzio l’arrivo del mattino. E poi le spiagge, la sabbia le rocce; città di pietra. Cuspidi che sfidavano il cielo. L’auto dell’amica che si fermava nel cortile, lei che mi diceva “non prendertela!”; la valigia pesante attraversava lo spiazzo infuocato; il palazzo sembrava deserto.

L’appartamento lo era davvero. Il sudore mi colava sul collo, attraversava il solco delle spalle e s’infilava in quello delle natiche; gocciolava dai seni e impregnava il pube. Trovavo un po’ di refrigerio nella doccia, poi giravo nuda per casa, godendo di questa naturale libertà. E sempre nuda restavo in piedi, il dito sotto il mento, a guardare la valigia aperta, senza decidere da dove incominciare. Suonavano da basso: - Passavo di qui, se hai piacere posso salire - premevo il tasto dell’apri - cancello; giravo la maniglia della porta. Mi coprivo con un asciugamano: lo sostenevano i seni, arrivava giusto un poco sotto i fianchi. Aspettavo in piedi, poche stanze più in là. Sentivo poi la porta richiudersi, con delicatezza. “Sei appena tornata? ti disturbo?” “Non mi disturbi affatto”. L’asciugamano scivolava a terra.


 


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