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Devo dire: mi è parso strano. A tratti divertente e certo inaspettato, ma
soprattutto strano. Lo ripeto, perché se ci ripenso sono venticinque anni
che lo faccio né mi lamento, e non importa quanto. O come: voglio dire che
importano i sorrisi, e gli sguardi e i respiri e ripensare negli inverni
com’era d’Estate e poi scherzare, oppure…
oppure anche volere, pretendere che il battito del cuore, la mente presa
da mille faccende, non rimanga delusa se quel gesto, quel volto quella
voce di uomo tornavano alla casa.
E sì che non ci avevo mai pensato: a dire il vero (dai! ti fa strano vero?
anche a te anche questo eppure è vero) anche nessuno me l’aveva mai
chiesto.
Certo tornando a quegli inverni rido, se penso per esempio ai fianchi nudi
e al guizzo e al breve grido colpita dal calore della stufa a cui troppo
vicini rubavamo l’allegria dei Natali bambini adesso adulti nudi l’uno
dentro l’altra, l’intermittenza che seguiva di pomeriggi a neve alla
finestra la sera che arrivava ed al buio sgorgava il mio piacere se dicevi
“brava”… eppure: neanche allora questo qui era successo…
Pensare che eri uscito la mattina, col bavero leggermente rialzato: te
l’ho aggiustato un poco con l’affetto di sempre ritornando la mente al
risveglio alle sei l’arco perfetto delle reni a lungo con la gioia matura
delle parole e il tripudio dei seni: quella carica nuova tutti i giorni,
che dura nelle ore stretta fra i jeans e la sedia all’ufficio a
disprezzare sguardi torvi o assassini o ridicole e inermi frustrazioni: tu
che tornavi o io che ritornavo prima a “chi trova l’altro” in casa e ci
stupiva la forza ancora giù botte con le cosce e l’addome al tavolo della
cucina che sopportava umile in silenzio fino a quando con te ancora sul
pube facevamo da cena spadellando le uova imbaccuccati oppure d’Agosto
giusto il mio grembiule che soltanto la fame mi lasciava perché dicevi “io
lo rifarei”… perché? perché – mi chiedo – non era successo?!?
Semplicemente non è mai successo. E dire che non mi mancava niente: non
manca niente! Mi sentivo felice, come mi sento ancora del mio ventre pieno
di te: di quella strada che si contorce fino alla meta… mai annoiata, sai,
mai annoiata. E mai, ci tengo a dirlo, mai delusa.
E invece ora un pomeriggio bigio… oh: non triste no questo no, ma grigio,
ché io sono tornata solamente per caso per davvero e non sembravo neanche
nell’ambiente di sempre. Ma come sarà stato: come un’enorme mano che ti
afferra da dietro e ti massaggia il pensiero fino a impedirgli ogni
riflessione, ogni reazione: il mio sguardo – quasi lo vedo – appeso ai
quadri in parete di fronte e (sarà strano? perché sì l’unico vero
aggettivo che ora trovo è “strano”) sentire, analizzare il dolore, senza
parlare senza protestare: un dolore tra la botta e il coltello, la pelle
che si apre e il gesto che ti soffoca, senza il minimo odio né pietà: solo
il mio grido, e un altro e un altro ancora, finendo tu con me dicevi: “sì”
all’unisono: un pomeriggio grigio e non certo monotono...
Lo rivivevo due minuti dopo, accartocciata e le labbra dischiuse di
stupore ad ascoltare l’acqua che scorreva, mentre tu eri già via: mi
sembro – corpo e cuore – un insistente, grande – oh, sì – punto
interrogativo. Com’è successo?
Ti rivedo la sera: mi sorridi. Qualche notizia alla televisione. Tu che
racconti (che stronzo! penso: neanche un piccolo fiore… no dicevo così:
per ringraziare. Per festeggiare?), racconti delle cose sul lavoro, come
io a te. E facciamo da cena; si va bé è ovvio si fa anche l’amore. E mica
dici niente. Niente della Sorpresa: di quella cosa nuova fatta assieme. A
parte mezzo minuto in silenzio a guardarci le mani. E mica dici niente… né
io a te.
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