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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Schweigen

 
 

La Dolciara

 
 

 
 

FOTO LUCA MOSCONI

 
 
 

Le paste insomma sono tutte pronte sul tavolone in marmo murato al pavimento al centro del laboratorio grande: di fronte gli campeggia il piano di cottura, maestoso, con la sua cappa metallica splendida, a cercare il cielo se non ci fosse l’altissimo soffitto; e al lato opposto il vano di preparazione con i sapori colorati suddivisi nelle plastiche tenui, e quelli minori nei barattoli in coccio… bella la domenica mattina, mattina presto; forse la cosa più bella che ci sia, che gli altri dormono e io son qui dalle quattro di notte a preparargli le dolcezze ai bimbi o ai vecchi; oppure alle ragazze e perché no agli amanti; o anche a consolarli in fondo al pasto della loro dorata solitudine. Ora mi scopro – prima no, non lo so perché mai, o forse… - ad amare e ad odiare il lavoro che faccio per loro,a seconda di come li vedo…

Sì son qui sola come da un po’ accade al lavoro decorato in famiglia dei miei nonni e dei miei genitori. Eppure tra noi andava bene e bene è andata per anni, parecchi: tu mi ammiravi agli ultimi ritocchi con lo sguardo di quando a vent’anni fummo soci ed amanti, e mi dicevi vattene a dormire con la stessa dolcezza dei primi momenti; eri bravo a far conti, a tenere pulito il negozio davanti, a conoscere bene i clienti. Quando all’orario di chiusura tornavo ti trovavo contento, e riordinare insieme era il preludio della nostra festa… Non so come accadde, in poco tempo diventasti freddo, come venissi ad aprire l’ufficio (tipo bolli o tributi o qualcosa del genere…); sembrava che dicessi adesso sbrigati; per non parlare del ritorno a casa, e tutto il resto. Ecco: tutto il resto!

Eri, sei ancora un bell’uomo diritto, intelligente certo. Non sarò zucchero e bigné in eterno, ma neanche male ed anzi forse meglio, con i tondi aggraziati al posto giusto. Come le paste. Già: come le paste, mentre tu gli assomigliavi assai meno, assai meno di un tempo; e poi niente, alla fine più niente, e tra te e loro adesso ho scelto loro.

Sento la porta scorrere: una follia andare avanti da sola, dalle quattro di notte alle tredici, fare l’artista e servire i clienti, magari col sorriso. Impossibile! E la preparazione, il gioco delle mani, l’assaggio - succhiando il dito come da bambina - il disegno cremoso… beh questo lo volevo fare io. E io soltanto. Mi era sembrato un giovanotto serio; dieci e forse anche quindici di meno. Sull’onestà mi avevano informata. Il primo giorno nel laboratorio entrò coi suoi capelli scarmigliati, castano scuri, gli occhi come nocciole. “Posso assaggiare?” mi chiese sfacciato; ed accettai. Una sola, con eleganza, con educazione, complimenti sinceri (“a lei: la pasticciera!”).

Poi gli indicai la tuta, la veste bianca il grembiule e il cappello: “puoi andare là dietro se vuoi” gli ripetevo mentre lui si spogliava, mentre mi sollevava sulle braccia. Come una sposa. Mi adagiava sul tavolo di marmo: con gli occhi io vedevo vicinissime le paste, giganteschi sentieri di vaniglia, che gareggiavano coi miei capezzoli, con i bigné generosi dei glutei, i pasticcini teneri degli alluci; gli occhi bon – bons fondenti, il viso impallidito alla meringa, ma poi quasi ciliegia (“sei una morettina tutta panna… con un po’ di liquore: mi piacciono le zeppole, sai? mi piace… chi le sa fare”).

E finalmente riascoltai le parole, come desideravo di sentire: con la dolcezza, la stessa dolcezza, che io alla gente so regalare: sei proprio brava: vai a riposare. E’ un mestiere d’artista il mio. Io lo so fare bene. L’ho sempre amato. Da qualche tempo forse un po’ di più… 



 

 


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