|
Le paste insomma
sono tutte pronte sul tavolone in marmo murato al pavimento al centro del
laboratorio grande: di fronte gli campeggia il piano di cottura, maestoso,
con la sua cappa metallica splendida, a cercare il cielo se non ci fosse
l’altissimo soffitto; e al lato opposto il vano di preparazione con i
sapori colorati suddivisi nelle plastiche tenui, e quelli minori nei
barattoli in coccio… bella la domenica mattina, mattina presto; forse la
cosa più bella che ci sia, che gli altri dormono e io son qui dalle
quattro di notte a preparargli le dolcezze ai bimbi o ai vecchi; oppure
alle ragazze e perché no agli amanti; o anche a consolarli in fondo al
pasto della loro dorata solitudine. Ora mi scopro – prima no, non lo so
perché mai, o forse… - ad amare e ad odiare il lavoro che faccio per
loro,a seconda di come li vedo…
Sì son qui sola come
da un po’ accade al lavoro decorato in famiglia dei miei nonni e dei miei
genitori. Eppure tra noi andava bene e bene è andata per anni, parecchi:
tu mi ammiravi agli ultimi ritocchi con lo sguardo di quando a vent’anni
fummo soci ed amanti, e mi dicevi vattene a dormire con la stessa dolcezza
dei primi momenti; eri bravo a far conti, a tenere pulito il negozio
davanti, a conoscere bene i clienti. Quando all’orario di chiusura tornavo
ti trovavo contento, e riordinare insieme era il preludio della nostra
festa… Non so come accadde, in poco tempo diventasti freddo, come venissi
ad aprire l’ufficio (tipo bolli o tributi o qualcosa del genere…);
sembrava che dicessi adesso sbrigati; per non parlare del ritorno a casa,
e tutto il resto. Ecco: tutto il resto!
Eri, sei ancora un
bell’uomo diritto, intelligente certo. Non sarò zucchero e bigné in
eterno, ma neanche male ed anzi forse meglio, con i tondi aggraziati al
posto giusto. Come le paste. Già: come le paste, mentre tu gli
assomigliavi assai meno, assai meno di un tempo; e poi niente, alla fine
più niente, e tra te e loro adesso ho scelto loro.
Sento la porta
scorrere: una follia andare avanti da sola, dalle quattro di notte alle
tredici, fare l’artista e servire i clienti, magari col sorriso.
Impossibile! E la preparazione, il gioco delle mani, l’assaggio -
succhiando il dito come da bambina - il disegno cremoso… beh questo lo
volevo fare io. E io soltanto. Mi era sembrato un giovanotto serio; dieci
e forse anche quindici di meno. Sull’onestà mi avevano informata. Il primo
giorno nel laboratorio entrò coi suoi capelli scarmigliati, castano scuri,
gli occhi come nocciole. “Posso assaggiare?” mi chiese sfacciato; ed
accettai. Una sola, con eleganza, con educazione, complimenti sinceri (“a
lei: la pasticciera!”).
Poi gli indicai la
tuta, la veste bianca il grembiule e il cappello: “puoi andare là dietro
se vuoi” gli ripetevo mentre lui si spogliava, mentre mi sollevava sulle
braccia. Come una sposa. Mi adagiava sul tavolo di marmo: con gli occhi io
vedevo vicinissime le paste, giganteschi sentieri di vaniglia, che
gareggiavano coi miei capezzoli, con i bigné generosi dei glutei, i
pasticcini teneri degli alluci; gli occhi bon – bons fondenti, il viso
impallidito alla meringa, ma poi quasi ciliegia (“sei una morettina tutta
panna… con un po’ di liquore: mi piacciono le zeppole, sai? mi piace… chi
le sa fare”).
E finalmente
riascoltai le parole, come desideravo di sentire: con la dolcezza, la
stessa dolcezza, che io alla gente so regalare: sei proprio brava: vai a
riposare. E’ un mestiere d’artista il mio. Io lo so fare bene. L’ho sempre
amato. Da qualche tempo forse un po’ di più…
|
|