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Occhielli, asole: come morbide labbra di seta o di cotone,
di lino o lana che si adagiano e poi attorniano l’osso di madreperla
candida o colorata, e i filamenti robusti che la reggono. Cerchi di
gentilezza, d’amore, abbracci indissolubili almeno fino alla nudità, dolci
ma forti che sai non devi aprire più di tanto mentre cammini, a cui puoi
dare solo un po’ di luce, un po’ di respiro: il colletto, le maniche… le
asole appunto; a volte queste dispettose che resistono ai polpastrelli in
pressione e ti inducono al dispetto dell’unghia variopinta che vi penetra
assieme al bottone; e sosta un poco in volontaria trappola; quindi schizza
all’esterno, e la luce fibrilla sulla punta smaltata.
Ho cominciato da ragazza, direi quasi bambina, a ritagliare
immagini di camicette incettando riviste già usate da mamma zie e cugine:
come potevo non pensare che quelle donne, i loro sorrisi, non fossero
felici? Cosa guardavano al di fuori del campo – obiettivo, a che
ammiccavano o cosa falsamente distratte respingevano, senza lasciare
completamente chiusa la porta alla speranza? Che si celava al fondo di
quelle pupille attorniate da immense iridi, o sotto le palpebre appena
abbassate? Capii subito che era l’effetto dell’indossare, dell’aderire con
il proprio corpo a quei colori così inequivocabilmente uniti, a quelle
righe perfette, o ai fiori nelle loro stupende varietà!
Proseguii camiciaia artigiana, imparando da sola, dalle
riviste, dai laboratori offerti in variopinte associazioni, dove mi
nascondevo dietro il lavoro per spiare le amiche: quanto davvero capivano?
Quante sapevano il segreto che scoprii ben presto: che vestirsi è
spogliarsi, allacciare è donarsi alla catena del desiderio sfrontato
irrefrenabile; e rivelarsi senza paura è invece prendere, possedere per
sempre chi lo merita, e svergognare chi pensa – stupido – di aver compreso
tutto! Per cui mi andava bene anche così: era già il top il meglio la mia
estasi tranquilla e quotidiana…
Il successo, senza ruffianeria, senza sbattermi ed essere
sbattuta, è stato il premio quasi inaspettato: la riprova di quanto avevo
ed ho ragione. E se mi chiamano per un contratto, una nuova creazione,
godo dello stupore quando sentono la mia prima domanda e condizione: “lei
che mi parla, a quale donna la vorrebbe vedere addosso?… ma no, non ha
capito: non bionda o bruna, rotonda o filiforme: sorridente, felice,
riflessiva, un poco melanconica, castigata, illibata ma dentro sé
puttana?”
Asole, che passione! Polsi colli camicie, mi accarezzano
piano i deltoidi, aderiscono al seno: scendono nella giusta misura, fino
all’addome. Fino a sfiorare appena le reni, e il tondo delle natiche… E
quando m’abbandonano, posseggono il mio odore: vessilli gloriosi sulle
grucce o ammainati a terra ad assistere e attendere l’inno di gioia, il
grido che di tutto si vendica, il respiro che tutto perdona; un piede
leggero sereno discreto, che scende e a pochi passi vi ritrova, vi riporta
un momento alle narici assaporando l’abilità delle stesse mani che vi
hanno costruito, per farvi poi di nuovo pelle che mi racchiude, vostra
sorella saziata d’amore…
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