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La incrociai sul grande viale intorno alla cittadina, mentre andavo a
controllare l’auto incustodita da qualche giorno al posteggio; camminava
piuttosto spedita e per questo era scesa dal marciapiede rischiando che
qualche bolide la tirasse anche sotto. Mi individuò attraverso gli
occhiali spessi e si rivolse a me agitando una mano: - mi scusi, signore…
mi scusi! Stringeva nell’altra una sorta di volantino rosa sbiadito, che
mi stese subito sotto gli occhi; era stato composto artigianalmente al PC:
sotto due caricature benevole di piccola taglia, un uomo e una donna che
brindavano un poco ebbri e sorridenti, feci in tempo a leggere: GLI AUGURI
DI NATALE PER GLI ANZIANI – IL COMUNE TI INVITA…
- … Lei, signore, lei mi saprebbe indicare questo
posto? – protese ancora il foglietto, e io guardai meglio: “presso la Sala
Nuova – ex caserma 33mo Carristi, viale…” la squadrai dall’alto in basso
(sebbene per la sua probabile veneranda età non fosse piccolina)
sorridendole indagatore e divertito, ma non irrispettoso: magra elettrica
tutta rughe, un cappellino viola scuro di lana male appoggiato in capo, il
pastrano oramai (già!) vissuto, tra il rosa pallido e il viola anch’esso,
lungo a imitare una lana soffice; disturbata dal mio indugio mi teneva
testa puntando il mento in avanti, come dire : - beh? – invece continuò: -
… mi hanno dato questo: dicono c’è una festa; ma hanno preso un posto:
lei…, lei lo sa? -
- Ma sì, certo! E’ quasi arrivata: un po’ più avanti,
poi poco a sinistra; c’è un cancello: di solito è chiuso, ma se c’è questa
iniziativa…-
- Oh! grazie, grazie! grazie infinite! – e si
allontanò, sgattaiolò via.
Allora in quel momento io capii. E anche lei forse. O
per lo meno così mi piace pensare. Ci allontanammo in direzioni opposte; e
quando capii mi voltai ancora un poco a guardarla: arrancava con foga, un
passo più corto dell’altro, ma energicamente. Me ne andai senz’altro e
trovai presto la macchina, poi mi introdussi con poche svolte a piedi
nella cittadina: la sera incominciava ad avvolgerla in centinaia di
segnali luminosi che invitavano al clima degli ultimi giorni, prima della
Notte Magica.
In quel momento, credo, Rosina (c’era scritto a mano
sul volantino: evidentemente qualcuno li aveva predisposti e li aveva
recapitati a una lista di “anziani”) approdava al cancello aguzzava la
vista chiedeva entrava, dapprima un po’ imbarazzata e spaesata poi trovava
qualche volto noto, sorrideva accettava i dolcini di cui riempiva un
piattino, si avvicinava ai tavoli, sentiva la musica; e poi chiacchierava
ma poi… poi sì ballava con un cavaliere attempato, all’anagrafe meno di
lei ma all’aspetto come e anche più. E le sembrava di volteggiare anche se
la realtà era un po’ legnosa e allora poi pensava, e ricordava, e capiva!
Intimidita ma non troppo aveva sciolto i capelli lunghi, lunghi e si era
adagiata sul letto, come aveva visto nella stampa in casa della zia.
Sorrideva maliziosa; non spudoratamente. Ora era completamente denudata e
lo sapeva. Lui le si avvicinava da sopra e le sorrideva a sua volta. Si
baciavano teneri, incuriositi l’uno dell’altro, ma poi famelici quasi
pericolosi; si accarezzavano e stringevano sempre più energicamente, si
inarcavano e si ritraevano; e lei… oh! era riuscita persino a sbirciare
(pochi secondi, non di più) quello che però aveva sentito da un pezzo
sfiorarla e premerla in più punti; ed ecco: l’aveva molto, molto
incuriosita; e le era sembrato molto, molto buffo e grazioso. E poi… oh,
poi!!!
Uscii dal negozio calmo e soddisfatto, nascondendo il
piccolo involucro nella tasca della giubba foderata: niente di speciale
no, insomma non un prezzo pazzo; però l’avevo scelto meticolosamente: era
molto, molto originale ed ero sicuro le sarebbe piaciuto; l’avrebbe fatta
felice la donna della mia vita e non da poco tempo. Da molto. E forse, più
o meno, in quel momento Rosina riusciva all’aperto, attraversava la parte
più buia e priva di luci e passava il cancello per tornarsene a casa. E le
brillavano gli occhi, e non (o almeno non solo) per il leggero spumante
accettato e la felicità di una sera un pochino diversa e gli ultimi balli
accaldati. Le brillavano gli occhi e guardava la prima luna e Venere e
qualche altra stella e il Natale. E aveva capito e adesso sapeva: che quel
momento, quel punto, quello… come l’aveva chiamato la vicina di casa
professoressa, chè l’aveva sentita una volta dal muro sottile alle cinque
del mattino mentre lo diceva al marito? Ah, si! “l’orgasmo”… beh aveva
capito che non ha prezzo e neanche si può stabilire il valore, che non ha
stile né classe sociale né veste e né tanto meno cultura o lavoro. Che
nessuno può dire, nessuno potrà mai sapere quanto è stato e per chi
strepitoso e gioioso e più o meno incommensurabile. E nessuno potrà mai
sapere qual è (perché ben ci sarà, no?) il più bello del mondo. Magari -
chissà? - forse il suo
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