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Lei era sempre stata così timida, fin da bambina; lo aveva detto la
maestra a sua madre: è un’alunna intelligente e graziosa… ma è così
timida! La cosa a lei non faceva impressione, neanche se ne accorgeva, non
sapeva bene cosa intendessero, ma gli altri li vedeva preoccupati. Che
strana sensazione quella volta quella signora che beveva il suo té con la
mamma, in casa sua, e quasi sottovoce, come parlasse di una malattia “eh…
è proprio timida” aveva sussurrato, poi l’aveva guardata sorridendo a
bocca larga, come dire: “Su sta tranquilla, non c’è niente di male…”, e a
lei era sembrata così scema!
Anche alle medie le compagne buone, o
quelle che le volevano male, glielo dicevano in diversi modi: “ dai, su,
vieni, e non essere timida!” oppure “Ah, già: ma tu intanto sei timida…”.
La sua amica del cuore, sui sedici anni, che le voleva bene e tutto il
giorno quasi con lei ci conviveva, non le aveva mai accennato niente… ma
una volta le disse del ragazzo, che le chiedeva e lei non sapeva, era
indecisa e molto curiosa; e poi aveva aggiunto: “Guarda che tu potresti
averne tanti, di ammiratori: ne sono sicura… ma perché sembri sempre così
timida?!? Già: così timida, eppure aveva risposto di sì, quando la sua
collega aveva chiesto: “vieni?”. Sì perché lei, nella sua timidezza, aveva
preso il diploma, e si era fidanzata, ed aveva trovato lavoro, e
nell’ufficio tutti la stimavano, e se mancava un giorno si vedeva. E così
timida si era sposata, e faceva l’amore tutti i giorni, e aveva partorito
due bambini che l’amavano e lei li andava a prendere alla materna finito
il lavoro, e dopo si riuniva a suo marito, per le spese serali.
E tutto andava bene: timida o no, era
come lei voleva. La collega sembrava fidata: una single sicura di sé,
senza intenzioni strane; seria in ufficio seria anche al di fuori. Quel
suo amico l’avevano incontrato per caso, in una pausa; ci erano andate a
prendere un caffè. Era un bell’uomo dall’aspetto sobrio, maturo snello coi
riccioli neri, niente scarpine strane, niente profumo ridicolo o bon ton
ricercato. Era simpatico, molto rispettoso, ed usciti dal bar le aveva
dato, come anche alla sua amica, un bacio sulla guancia. Niente di più…
“Vieni? ti ricordi il mio amico del caffè? Ci ha invitato ad un tè a casa
sua: se ci andiamo alle quattro poi mi riporti a casa e arrivi in tempo a
ritirare i bimbi” “Va bene” aveva detto senza riflettere: lei, una donna
proprio così timida! D’altronde non pensava… le sembrava impossibile, che
fosse altro che un semplice invito. L’amica salì sulla sua automobile:
indossava dei sandali di pezza, i jeans normali e una maglia attillata,
senza grosse intenzioni… l’unico semplice particolare era che aveva tirato
i capelli sopra la nuca, raccolti in una crocchia che chiudeva un
fermaglio. “Come le geishe!” si scoprì a pensare… In effetti così non
l’aveva mai vista.
Scesero a quel palazzo, l’ascensore
le portò al terzo piano. Lui aprì e le sorrise, e di nuovo le baciò sulle
guance; le condusse in salotto. Il luogo era ordinato come solo una mano
femminile saprebbe fare, eppure c’era qualcosa che dava un tono maschio,
senza provocazione, all’atmosfera. Si sforzò di scoprirlo senza successo;
intanto lui sedeva sul divano: loro presero posto sulle due poltroncine di
fronte, e lei passò in rassegna le pareti: uno specchio, due teneri
paesaggi - estate e autunno - tipo macchiaioli; poi sostò sulla terza
figura: due geishe si guardavano e ponevano le loro mani sul servizio da
tè; l’una aveva il kimono molto largo, e ne sortiva un seno, che era
dipinto con un tratto unico, volto all’insù.
L’amica e lui parlavano di amici e di
lavoro, ed era strano: non si sentiva nient’affatto timida. “Vieni:
andiamo in cucina!” la sua amica la prese per mano, e lei ubbidiva. In
cucina trovò la teiera, le tazze già disposte su un vassoio; qualche
dolcino davvero grazioso. L’acqua scese con gioia e il fuoco venne con
gioia acceso. L’amica la guardò un poco negli occhi, poi le sorrise; le
sollevò i capelli sulla nuca, glieli fermò sfruttando un cucchiaino;
quindi iniziò piano piano a sfilarle la bianca camicetta, rivelò il
reggiseno che rimase per poco al suo posto. Lei la lasciava fare. L’altra
a sua volta eliminò la maglietta, e anche i suoi seni rimasero nudi. E
lei, la donna sempre così timida, capì perfettamente quelle immagini: i
loro seni; i suoi un poco abbondanti per la sua altezza, cedevano non
troppo, la rosa ben marcata, regolare, il capezzolo al centro robusto,
scuro, inalberato era un messaggio inequivocabile: era il seno di chi era
stata madre; l’amica aveva un seno quasi invisibile; quello che c’era, era
però dolcissimo: una leggera curva che tendeva in alto, in un solo
respiro: il tittino era pallido, si distingueva appena: le ricordò gli
spiumini, quando sua nonna nella vecchia cucina glieli sfornava pronti in
due minuti, con poche uova, poca acqua e zucchero, bianchi e pieni di
luce. L’amica, che probabilmente aveva fatto e faceva l’amore quanto lei o
forse più, era un vessillo di verginità.
L’acqua prese a bollire: “Vieni,
dobbiamo fare le sue geishe”. Lei la seguiva… lei che era sempre stata
così timida! Lui accolse l’arrivo delle donne con un sorriso sobrio e
tranquillo, non un trionfo ma un ringraziamento: inginocchiate ai suoi
piedi lo servirono, poi ripresero posto un po’ più in là su due cuscini
abbandonati a terra. Gustarono quel tè con tutta calma, quasi in silenzio;
quindi lui fece segno di accomodarsi ai suoi lati, sedendo sul divano. Si
ritrovarono entrambe con la testa sulle sue spalle: l’uomo le accarezzava
sulla nuca; sentì il torpore invaderle le membra.
Dormì, non seppe dire dopo quando:
quando la voce di lui la svegliava pronunciando all’orecchio il suo nome:
“sono le cinque e dieci…” le sussurrò. “Dio! Così tardi… i bambini!”
L’amica si era già rivestita: “Non preoccuparti, ché ce la facciamo!”
“Scusa, davvero, sai: dobbiamo andare!” “Certo: eravamo d’accordo così..”
rispose lui e le sorrise ancora.
Di nuovo le baciò e gli disse grazie. L’auto lenta scivolava nel traffico,
l’amica scese solo poco prima della scuola materna; lei arrivò in tempo,
come al solito incontrando i suoi bimbi si accovacciò, sorrise, inclinò un
po’ la testa, e gli schioccò due grossi baci, poi disse “andiamo, ché papà
ci aspetta”. Erano poco dopo al supermarket: lui tranquillo all’entrata,
alzò la mano in segno di saluto: lei rispose guidando; tirò giù il
finestrino e disse: “… è tanto, che aspetti?”. Poi entrarono insieme: non
aveva vergogna né paura, non si sentiva in colpa, nemmeno un po’: lei, che
era sempre stata così timida!
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