RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Schweigen

 
 

Che l'amore perduto non si perda

 
     
 

 
 

FOTO davidg

 
 
 


 

Quando lui se ne andò trovai lavoro come segretaria di un trentenne molto bravo, arrivato in città da fuori, deciso ma non presuntuoso. Lavoravamo bene, a volte insisteva per un parere al di là del mio stretto incarico. A volte discutevamo. Si andò avanti così per un anno. Un giorno, non era mai successo ed era l’ultima cosa a cui avrei pensato, mi invitò a cena al ristorante. Da quando ero diventata vedova non andavo a cena fuori: così, per caso, senza intenzione. Mi sembrò normalissimo accettare.

Cenammo cordialmente in un bel posto. Al dolce mi disse che desiderava fare l’amore con me ogni fine settimana: uscire insieme per due giorni interi su sette. Non fare trapelare niente sul lavoro; non per la carriera o simili: per avere un tesoro tutto nostro. Aveva in animo di essere dolce e assatanato. Diceva di aver capito che avevo la vocazione della geisha senza essere schiava. Si spiegò con una chiarezza e una naturalezza indescrivibili. Stetti zitta un minuto buono. Poi lo guardai e dissi: “Va bene”. Sorrise contento e entusiasta, fece portare lo spumante e brindammo al futuro della nostra decisione.

Durò cinque anni e andò benissimo: mi insegnò tutto quello che in una vita avevo tralasciato. Il che significa, a parte l’amore e l’orgasmo tradizionale: tutto. Era più giovane di quattordici anni, ma mi istruiva con gradualità, senza superbia. Iniziò con l’insegnarmi a spogliarci insieme, lentamente, senza esibizionismo: a voler mostrare il corpo proprio com’è; a scegliere, per la volta dopo, le calzature e gli indumenti senza pretese, con gentilezza. Proseguì con i miei piedi e le mie mani, sia come oggetto delle sue attenzioni, sia come strumenti quasi inutilizzati per dargli gioia, attendendo con fiducia il giorno in cui io, senza richieste, gli baciai i suoi provando un piacere interiore nuovo.

Da allora passai a ben altro; avevo sempre creduto che le mie amiche lo facessero per amore dei mariti… lui mi insegnò che era riappropriarsi della gioia infantile, e capii quanto aveva ragione; non solo: mi attrasse sempre di più la fantasia, il creare per me e per lui: ricordo il rimprovero serio quando la prima volta lo ghermì subito con decisione; lui mi allontanò con calma e mi istruì: nei movimenti, negli sguardi. Ogni lezione finiva con l’amore completo, e mi sembrava che mio marito da qualche parte mi vedesse, ne fosse contento, mi proteggesse… Così ho raccolto i frutti rimasti sull’albero. E anche qualcuno già caduto a terra.


 


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