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Quando lui se ne andò trovai lavoro come segretaria di un trentenne molto
bravo, arrivato in città da fuori, deciso ma non presuntuoso. Lavoravamo
bene, a volte insisteva per un parere al di là del mio stretto incarico. A
volte discutevamo. Si andò avanti così per un anno. Un giorno, non era mai
successo ed era l’ultima cosa a cui avrei pensato, mi invitò a cena al
ristorante. Da quando ero diventata vedova non andavo a cena fuori: così,
per caso, senza intenzione. Mi sembrò normalissimo accettare.
Cenammo cordialmente in un bel posto. Al dolce mi disse
che desiderava fare l’amore con me ogni fine settimana: uscire insieme per
due giorni interi su sette. Non fare trapelare niente sul lavoro; non per
la carriera o simili: per avere un tesoro tutto nostro. Aveva in animo di
essere dolce e assatanato. Diceva di aver capito che avevo la vocazione
della geisha senza essere schiava. Si spiegò con una chiarezza e una
naturalezza indescrivibili. Stetti zitta un minuto buono. Poi lo guardai e
dissi: “Va bene”. Sorrise contento e entusiasta, fece portare lo spumante
e brindammo al futuro della nostra decisione.
Durò cinque anni e andò benissimo: mi insegnò tutto
quello che in una vita avevo tralasciato. Il che significa, a parte
l’amore e l’orgasmo tradizionale: tutto. Era più giovane di quattordici
anni, ma mi istruiva con gradualità, senza superbia. Iniziò con
l’insegnarmi a spogliarci insieme, lentamente, senza esibizionismo: a
voler mostrare il corpo proprio com’è; a scegliere, per la volta dopo, le
calzature e gli indumenti senza pretese, con gentilezza. Proseguì con i
miei piedi e le mie mani, sia come oggetto delle sue attenzioni, sia come
strumenti quasi inutilizzati per dargli gioia, attendendo con fiducia il
giorno in cui io, senza richieste, gli baciai i suoi provando un piacere
interiore nuovo.
Da allora passai a ben altro; avevo sempre creduto che
le mie amiche lo facessero per amore dei mariti… lui mi insegnò che era
riappropriarsi della gioia infantile, e capii quanto aveva ragione; non
solo: mi attrasse sempre di più la fantasia, il creare per me e per lui:
ricordo il rimprovero serio quando la prima volta lo ghermì subito con
decisione; lui mi allontanò con calma e mi istruì: nei movimenti, negli
sguardi. Ogni lezione finiva con l’amore completo, e mi sembrava che mio
marito da qualche parte mi vedesse, ne fosse contento, mi proteggesse…
Così ho raccolto i frutti rimasti sull’albero. E anche qualcuno già caduto
a terra.
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