RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

Schweigen

 
 

Balla serena

 
     
 

 
 

Foto Demonrat

 
 
 


 

Sentiva i fianchi magri più del solito. E gli occhi stanchi. Attraversò la sala deserta, nell’ora del mattino. Sfiorò la sbarra lucida con la sua mano; fissò i suoi piedi nudi, e capì che narravano le storie, le strade e le risate ed i silenzi e il sale delle lacrime; capì che regalavano il suo corpo, che nasceva da loro come un’agave colma di spine, che si ostinava a scoppiare d’amore, nel sole. Poi fu col viso alla finestra grande: il cielo grigio si apriva più chiaro: c’era l’antenna della mole; o forse era il granito colorato, squadrato sulla piazza e le voci dei bimbi e i venditori che intersecavano consonanti dure, e le erre rotate dei francesi. Le parve forse il fiume, quel serpente d’argento da lontano, e la luce e la nebbia le impediva di definirlo: cercò la marina, cercò le vele, le ciminiere, i fiori tra le curve erbose delle colline e le discariche.

Adesso l’attorniavano le case, e si facevano teatro antico, occhio dell’universo con al centro lei: una donna, un tronco ancora verde che nasceva direttamente dalla terra, un’ancella sfuggita nelle strade dei palazzi dipinti a raccogliere un pezzo di pane che di nascosto lei donava ai poveri, una giovane orfana col suo violino che ingoiava una lacrima, e poi rideva forte con le compagne e poi godeva di quella musica, quella del prete che dipingeva le gioie e gli amori di tutta la terra, prima che il petto si schiantasse di tosse; e tutti non avrebbero saputo che lei la prima volta regalava all’orecchio quelle note.

Era la cortigiana nei suoi abiti quasi bizantini, che attraversava la piazza sapendo quanti sguardi saettavano e fuggivano, che approdava la sera, la maschera sul volto, la porta che si apriva, gli ori che l’applaudivano, illuminando la pelle d’avorio; mentre qualcuno rinchiuso, sospeso sulla laguna di piombo scriveva di lei e di tutte le donne del mondo. Ecco la cella, il capo senza capelli, il sorriso cattivo, il polso tatuato senza nome. Ecco quelle betulle che fiorivano, inarrestabili, senza badare se quel fumo era morte o calore. Pianse tranquilla. Balla serena, ora: balla serena donna della sera, bambina dei mattini d’Estate. Accennò le figure fondamentali, e subito le mescolò col down, ed altrettanto presto fu flamenco, fu tamburo africano fu walzer nelle stanze di giada, fu estasi ferma e braccia come rami nel palazzo segreto dei coralli; fu la risata leggera del rockabilly e la provincia tenera, avvinghiata nella sua adolescenza; fu il tango della donna dai mille amanti, e poi fu l’estasi quasi immobile per sempre vergine; furono i palchi e la platea gremiti; gli applausi; e poi di nuovo, il viso contro il vetro e contro il cielo, fu solitudine. Balla serena, ragazza leggiadra. Balla dentro il tuo corpo, nel tuo cuore. Balla nel tuo destino che lo vuole.



 


 


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