Un pomeriggio le capitai in casa senza preavviso né intenzioni bellicose.
Dovetti suonare due volte perché era a letto a dormire e mi aprì con gli
occhietti stretti, contenta di vedermi ma rimproverandomi, perché “quando
si va in visita alle signore bisogna sempre avvertire prima”. Mi chiese
infatti di potersi ritirare in bagno ben più dei classici tre minuti.
Aveva una bella casa, non ricca né grande ma antica, di
quelle con la stanza centrale da cui si dirama su tutti i lati il resto.
Mi piacque molto parlare con lei sui divanetti; delle nostre famiglie e
anche un po’ se la natura ci usa per fare quello che vuole e basta o se
qualche assolo imprevisto originale e buono riusciamo a piazzarlo. Muoveva
la testolina acconciata in medio-corto con le ritorte sulle tempie, quel
poco che bastava ad accompagnare il sorriso e sottolineare i suoi
pensieri.
Chi l’avrebbe mai detto che dentro quell’involucro ci
stavano vent’anni di capricci perché l’uomo della sua vita non era capace
a dialogare (-a dialogare con te!- pensavo io), e chi non dialoga non fa
l’amore, e si sta assieme perché c’è il bene del cuore ma stare insieme
anima e corpo è un’altra cosa? ( - e fagliela vedere tu, quest’altra cosa!
– pensavo io – visto che gli vuoi bene! -).
Ah, se gli amici che la vedevano così deduttiva, così
tollerante e intelligente, mentre ammiravano le sue cosce tornite, i suoi
seni irrefrenabili su quel corpicino da bambina serena, avessero saputo!
Oh, se il figlio, quando le capitava in casa con un paio di amici
all’improvviso e lei che era appena tornata dal giornale impastava pizze e
crostate seminando serenità, avesse solo immaginato! Ma quella sera erano
tutti lontani, e io (chissà perché: mica mi conosceva meglio degli altri…)
ascoltavo le sue pacate, un po’ melanconiche, chiare confessioni.
Quando arrivò sera mi chiese di cenare assieme e
ovviamente accettai. “Ci arrangiamo” e “il vino è in fresco” furono le due
parti dell’invito veramente amiche e azzeccate, anche perché fu proprio
così, e già questo ci rese ancora più compagni, ancora più naturali nel
fidarci che nessuno dei due voleva altro.
Fu una cena stupenda. Le versavo il vino spesso ma solo
per gentilezza. Alla fine ci alzammo. Le cinsi le spalle e l’accompagnai
verso i divanetti: lo feci così, naturale, soprapensiero, per guidarla un
poco. Fu a questo punto che lei disse: ma-che-facciamo?!? e io dissi:
stiamo insieme. So che può riuscire scontato, ma vi è un solo aggettivo
davvero adatto a quella notte: indimenticabile.
Non tralasciammo nulla dei preliminari. Naturalmente i
suoi seni ebbero molta parte in questo: enormi e simpatici e finalmente
nudi. Penzolavano vasti come bimbi in altalena sotto di lei china a
baciare, oppure si spandevano, tuorli d’uovo nella loro chiara e questi
insieme nel tegame dopo che si spezza il guscio, quando lei si coricava ad
accogliere con un sorriso le mie tenerezze.
Aveva la vulva scura fuor del normale: non tanto nel
pelo quanto nella cornice e ancor più al suo interno; era il tono del
caffè ora miscelato, ora forte e schietto. Era molto restìa all’attenzione
del maschio sulla vulva, e capii che per lei il primato del petting
significava stima per il dialogo rispetto allo sfogo e al possesso. Era
sinceramente, o voleva ad ogni costo esserlo, Donna di Testa. Ma io godevo
di sapere che la chiave di volta ora trionfante sui suoi maestri e i suoi
avversari era la mia amicizia, la mia tenerezza, la cura del suo stare
bene.
Spogliandola progressivamente, l’avevo pregata di
tenere i sandalini, due infradito in cuoio verniciato a oro chiaro dono
del suo caparbio innamorato , che lei portava per affetto e bontà verso di
lui; accettò. Prima parlando li aveva definiti “ridicoli” ma io seppi
capire la loro funzione: la sera d’estate avanzava, e le sue belle forme
si facevano sempre più avvolte da quella; le dovevo intuire con lo sguardo
e col tatto; colpito a tratti dalla tenue luce, l’oro rimandava veloci
guizzi che segnalavano il suo movimento e la sua posizione, come il faro a
chi deve trovare la via nella notte.
Li tolse solo all’ultimo, perché la infastidivano e per
essere completamente nuda prima di prenderci. Dico così perché fu lei a
farmi suo, montandomi sopra con calma e semplice decisione.
- Eri venuto per questo? - chiese - sono venuto per
stare un po’ con te - risposi durante il suo dono definitivo. Però devo
ricordare un particolare. In un paio di volte e assolutamente per caso,
durante i cambi di posizione, che furono vari e frequenti, le scontrai di
lato il seno con il membro dritto e robusto. Lei ebbe una reazione
immediata e senza dubbio spontanea: emise un suono velocissimo, di stupore
e gioia assieme, come un orgasmo rimpicciolito nel tempo e molto
arricchito d’intensità. Questo fu un grande regalo. Fu anche un grande
mistero. Ma forse, quando ripenso a lei, ora è tutto chiaro come il sole.