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Caspita: la psicologa! Ma guarda te che roba. Non avevo proprio pensato di
poterla trovare qui così. Eppure a dire il vero non era affatto strano.
Lei e la sua psicologia… mah! Già quel giorno che mi venne una voglia
pazzesca di scoprirla, senza secondi fini. Lo feci la prima volta e lei
sorrise sincera dicendo “grazie… grazie!”. Lo feci una seconda volta e lei
si spinse oltre: “Sei unico: sei unico!”; decisi che alla terza le avrei
proposto di conoscerci onestamente, per vedere se nasceva qualcosa di
buono. Ma in quel periodo non la incontrai più. Scovai il numero del suo
studio e le lasciai un messaggio in segreteria: “Ciao: sono un tuo
ammiratore, quello dei dolcini per strada. Ci terrei a conoscerti, a
presto!”. Lei non rispose: probabilmente lo studio era chiuso e lei in
vacanza da qualche parte non natalizia; oppure non le piacevo proprio.
Così il Natale passò. Nei pressi di Capodanno, in un giro a tempo perso
fuori orario di lavoro, mi comparì davanti per caso:
“Ma dove ti eri cacciata? E’ una settimana che ti cerco!”
“Perché?” Fece mezza stupita
“Non hai sentito il mio messaggio allo studio?”
“Oh, è stato chiuso fino adesso: ero in ferie.”
“Beh, ti dicevo se vuoi ogni tanto fare un giro con me, perché mi piaci…
come persona voglio dire… se ti va potremmo iniziare da adesso.”
“Grazie, non posso; vado in direzione opposta: ho da fare la spesa.”
“Beh la fai e ci ritroviamo dopo per un aperitivo: mica dico di stare con
me delle ore!”
“No, no: ho da fare anche dopo.”
“Allora un’altra volta: lasciami il tuo cellulare.”
“Figurati! non lo do mai a nessuno. Se mi interessavi ti dicevo subito di
sì, non lo capisci?”
Questo mi diede un lieve, ma brutto dolore: lei che mi aveva detto “Sei
unico!” Per educazione, poi aveva usato i mezzi asfittici delle nostre
bisnonne per togliersi di torno uno scocciatore senza offenderlo, però non
aveva rinunciato a insegnargli come si vive dandogli indirettamente
dell’imbecille…
“Come vuoi.” Feci “Però mi dispiace.”
A questo punto poteva dire: “Ma non ti dispiacere: è andata così.” oppure:
“E cosa me ne frega se ti dispiace, mica ti ho cercato io!” invece no.
Fece: “E perché ti dispiace?”
“Beh, sinceramente, se uno si propone con onestà e un altro non lo vuole
conoscere, un po’ ci rimani male.”
Ebbe un guizzo immediato, da predatrice contenta:
“Ecco!!! Ecco: siete proprio tutti uguali… come siete belli!” Diceva
guardando nel vuoto e ridendo
“Cioè?”
“Ma sì: pensate tutti a cosa vorreste voi e non avete rispetto per pensare
a come la vedono gli altri, e per favore non iniziamo: non c’entra niente
la psicologia: si tratta di buon senso di vita. Se andiamo avanti con ‘sti
discorsi… sapessi quanti ne ho sentiti: blablabla blablabla…”
“Ma scusa, (adesso ti lascio in pace come vuoi) ma come farebbe la gente a
conoscersi se non si conoscesse?”
“Ma sì, così, capita: magari domani ne trovi una che ti dice di sì e
andate d’accordo. E’ così che va…”
Restai un poco in silenzio e in quel silenzio lei fece in tempo a battermi
paternalisticamente la mano sulla spalla:
“Vai vai, senza rancore: siete proprio tutti molto belli!” (era il <> che
mi colpiva).
Ora, sette mesi dopo, me la ritrovavo lì a dieci metri da me. D’estate non
vado spesso al mare: a mia moglie piace, soprattutto dove non ci sono
scogli, e quindi a volte la accompagno senza sofferenza. Però io mi
annoio. Può capitare che se lei non c’è, o si sente troppo affaticata, mi
prenda di fare un salto qua: sui sassi di ………: se si ha pazienza di
camminare con le scarpe da tennis si arriva in punti quasi deserti anche a
Luglio, e di questi mi piacciono due cose: il vento che ti permette il
sole senza soffrire, e il mare aperto, sterminato da goderti con calma
davanti a te.
Per le sue caratteristiche il luogo è diventato un po’ un ritrovo di
nudisti, che spuntano fra i sassi soli o in piccoli gruppetti, a cinquanta
metri l’uno dall’altro. La cosa non è affatto allettante: qualche armonia
la si scorge, ma di solito ti imbatti in maschi già in decadenza col
bigolo che gli pende come l’uncino all’avversario di Peter Pan. Taccio
sulla percentuale più alta dei corpi femminili per non attrarmi le ubbìe e
le false accuse delle interessate.
E lei stava lì, completamente nuda, sdraiata; i capezzoli turgidi nodosi,
il pelo riccioloso e rossiccio, gli occhi coperti dai prendisole ciechi,
la mano destra abbandonata con l’indice in mezzo a un grosso libro (legge
molto… cioè quante pagine non so, però la vedo sempre con dei volumi in
mano), i piedi con le dita simpaticamente distanziate fra loro e l’alluce
cicciotto.
Mi fermai chiedendomi se avanzare e salutarla cordialmente, oppure
andarmene via, quando mi accorsi di qualcosa che non avevo notato: poco
discosta da lei, accovacciata su un sasso, stava un’altra donna.
*******
Era una bella tondetta mora mora coi capelli folti e riccioluti. Aveva il
seno scoperto, ma per la posizione non glielo vedevo del tutto. Non era
completamente nuda: indossava delle normalissime mutandine rosse da bagno.
Guardò incuriosita verso di me che guardavo. Decisi di sedermi dov’ero e
mi girai altrove, verso le onde. Dopo circa un quarto d’ora la moretta si
diresse al mare saltellando amabilmente fra gli scogli: il seno, non
grosso, era giovanile e robusto, davvero bello. Era tutta simpatica e
bella, e provai, sperando di non sbagliare un’altra volta, un senso di
potenziale cameratismo.
Mi avvicinai: “Scusi, non mi mandi via subito non è un abbordaggio” (rise
alzando un po’ le spalle)
“Lei è amica di …? Sa io la conosco un po’…”
“Amica non direi: ci siamo trovate oggi qui, ho attaccato discorso io,
perché il romanzo che sta leggendo adesso a me è piaciuto proprio tanto.
Si è chiacchierato, preso il sole… poi lei si è addormentata.”
“Ah… sta dormendo.”
“Credo… perché?” Disse ancora ridendo adorabilmente
“Oh, nulla.”
Intanto mi voltai un poco: la psicologa si era girata a pancia in giù,
nascondendo la faccia nell’incavo del braccio, e coprendo la testa col
libro aperto. Evidentemente non si era accorta di noi.
“Scusi se mi permetto… non si offenda: ma lo sa che lei è proprio
simpatica?”
“Grazie. Lei è un tipo buffo… in senso buono, eh…”
“Lo so lo so: di essere buffo voglio dire. Beh, senta… anzi posso darti
del tu?”
“Va bene.”
“Io sono…”
“E io …”
“Piacere.” (ci stringiamo la mano)
“Senti: io sono molto… ehm… arrabbiato con …”
E così via… lei alla fine guarda un po’ in basso divertita e perplessa:
“Beh, sì, non è stata gentile.”
“Vero? Ti andrebbe un giochino? Magari tra tre minuti mi mandi a quel
paese… ma magari ti va.”
Corruga la fronte e sorride a labbra molto strette. Passo a spiegarmi.
Alla fine lei non dice niente, si limita a annuire sorridendo. Raccoglie
la sua roba nella sacca che posa accanto alla mia. Ci infiliamo entrambi
le scarpe da tennis.
“Bene, grazie: andiamo allora!”
Risaliamo verso … . Io mi metto un po’ scostato, di lato. Lei si
inginocchia e inizia ad accarezzarle dolcemente le natiche. Quella ha un
sussulto impercettibile. Poi rimane immobile e non dice niente. Lei
prosegue come si accarezza la testolina di un bimbo, poi finalmente entra.
“Mmm… maialina: sei una maialina”
“Ti dispiace?” Silenzio. E’ molto brava.
“Anzi: sei proprio una maiala.”
“Ti ho chiesto se ti dispiace”
“Secondo te?”
“Non sembrerebbe…”.
Quella comincia a ansimare. Rizza la testa in su ma non cambia posizione e
strizza gli occhi chiusi:
“Così … va … beni … sssì … mò!!!”
Scatta il piano: lei mi guarda annuendo materna. Rapidi sguardi intorno
per il buon costume. Nessuno. Mi avvicino, mi inginocchio. Servizio
completo.
“Ma… ma cosa fai? ma.. ma questo è …!!!”
Si volta inviperita, noi siamo già alle nostre sacche
“Str… tu?!? Maledetti!!!”
Ce ne andiamo con calma ma non troppo.
“Sì.” Fa lei adorabilmente.
“… Ma un orgasmo è pur sempre un orgasmo!”
Corriamo via definitivamente. Come siamo belli!!! (il racconto è frutto
totale di fantasia: ogni riferimento a persone esistenti o fatti reali è
da ritenersi assolutamente casuale.)
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