Si guardò ancora un poco allo specchio lungo della camera, incorniciato in
noce; si trovò serena nel viso; la tinta sobria dei capelli in taglio
medio, di tono castano scuro, era violentata con dolcezza sul davanti
dalla forte luce mattutina del Mediterraneo, che ne rivelava pochi fili
grigi, innocui, quasi simpatici. Era completamente priva di monili, e al
polso sottile l'orologio d'oro, maschile, a cassa bianca nuda si beava di
essere il solo suo compagno. Era del suo compagno: glielo aveva donato
prima di chiudere gli occhi.
In questi anni gli era mancato molto: gli scherzi, le
contrarietà studiate, le abitudini. Il sesso no: e ne era rimasta stupita,
perché ne facevano eccome: spesso e bene. Forse proprio per questo, perché
si erano amati davvero, non le era mancato. Ogni tanto sentiva la vulva
intirizzita al risveglio: puro fatto fisico; l'ammansiva con un pensiero e
via; oppure l'accontentava brevemente, senza vergognarsi. E tutto finiva
lì...
Si era alzata presto e si era preparata con calma,
meticolosamente ma con sobrietà, perché temeva il caldo dell'Estate, i
suoi effetti sull'espressione facciale e soprattutto sul corpo, dalle
parti delle ascelle; e la riunione era così importante! Superata quella si
sarebbe potuto procedere con calma, come da anni sapeva. Percorse tutta la
sua persona: il vestito leggero, al ginocchio, la ringiovaniva un poco, ma
non in quel modo immaturo di cui spesso rideva osservando le altre; lo
sfondo béige scuro, senza variazioni, avvertiva sulla sua età, mentre
piccoli fiori primaverili ne lodavano il sorriso buono e il corpo sincero
tutt'altro che spiacevole.
Scese alle scarpine scure, col tacco breve, e pur
essendosi ripromessa di fermarsi lì rialzò veloce lo sguardo ai seni:
vergognandosi pensò che avevano ancora qualcosa da dire. Ora il tempo
avanzato era davvero tanto: sarebbe uscita a comprare il giornale, avrebbe
passeggiato lentamente per distendersi, e poi altrettanto lentamente
sarebbe arrivata alla riunione.
Squillò il telefono; rispose al secondo squillo; la
Rosa le disse, non allarmata ma un poco agitata, che il Presidente dava
per scontato un appuntamento di un'ora indietro rispetto a quello
comunicato; aveva torto certo ma non era il caso di contraddirlo; per ora
erano calmi, ma... insomma acchiappasse i documenti e si precipitasse lì.
Ebbe paura, anche se nella vita aveva superato ben altre prove.
Uscì. Per strada camminava veloce, a volte il suo passo
sfiorava il selciato e quasi correva, volava. Sapeva che l'eleganza, la
commozione di quei suoi movimenti contrastava in quel momento col viso,
certo contratto, sudato, con le rughe più scavate del solito a causa dello
sforzo. Riuscì ad arrivare.
Alla scrivania il Presidente, signorile da invidia,
guardava in avanti: i capelli grigi cortissimi, gli occhiali di montatura
scura, la pelle abbronzata. Lo fiancheggiava uno sgorbio femminile ridotto
ai minimi termini, con una zazzera bionda rifatta (i monili su entrambe le
braccia non si contavano) che diresse di scatto la testa contro di lei e
la salutò in silenzio, sperando nel suo imbarazzo. Si scusò accennando una
piccola, ridicola genuflessione; chiese quasi prosternandosi di avere
ancora un attimo per la toilette.
Loro tacquero: ma parlò un quarantenne scanzonato, che
fino ad allora aveva guardato il sole alla finestra di lato, seduto
all'altro fianco del Presidente: le sorrise ironico, non cattivo: "non
penso che una signora debba chiedere il permesso come un ragazzino a
scuola!". Ringraziò sollevata e si diresse ai servizi.
Era come temeva, ma meno tragica: il viso era in fondo
il suo: rughe normali, capelli quasi a posto, un po'di fatica e paura nel
tremore delle labbra; e, soprattutto, nessun segno di sudore alle ascelle
("un miracolo!" pensò); stava per girarsi velocemente e tornare alla
riunione, quando la trafisse un particolare atroce: i capezzoli si erano
intirizziti, testardi: quasi trafiggevano il reggiseno e la veste, e non
avevano nessuna intenzione di recedere: la dileggiavano a loro piacimento.
Entrò arrossendo come un peperone, assumendo ogni
posizione che potesse nascondere quegli involontari, impertinenti piccoli
trofei; loro continuavano a ripetere: "riunione o non riunione, lavoro o
casa, giovane o matura, qui c'è una DONNA, la vedete, no?".
La riunione scorse via veloce, all'inizio crudele
("tutti qui i documenti... e le firme? ma le dite solo 'ste cose o le fate
anche?...) poi ciascuno rientrò nei ranghi, e arrivò il momento del caffé
alla macchinetta, e dei saluti. Restò isolata, di fronte alla macchinetta:
si specchiava nell'alluminio: i capezzoli dormivano. Rimaneva lì, non
faceva nulla, come una stupida. E si sentiva stupida..
"Ha messo sullo sfondo della sua serietà una
dolcissima, stuzzicante Primavera!" Era il quarantenne. Sorrise un poco
per cortesia, poi corrugò la fronte e lo guardò turbata, interrogativa...
"Ma sì! Il vestito, no? Non è così?" - "A dire il vero non ci avevo
pensato..." Mentì spudoratamente e lui se ne accorse.
Scesero le scale tutti e quattro assieme, abbastanza
solidali. Poi loro avevano le auto, lei abitava vicino e rifiutò
gentilmente un passaggio; raggiunse casa sua a piedi.
La sera era tutto passato: ma come si era emozionata
per un normalissimo inghippo di lavoro, facilmente risolto? La doccia le
giovò parecchio. Si rivestì da casa: un abito simile ma smesso: i
fiorellini erano celesti, e il fondo molto più chiaro. Pregustò la cena da
sola, un po' di musica e soprattutto il riposo. Suonarono alla porta.
Aprì perplessa: comparve il quarantenne, che godette di
nuovo di quella sua espressione turbata: "E’ successo qualcosa? Qualche
errore?" "Per quanto mi riguarda, no... non mi fa entrare?" Lei si scostò
pensando: ... oh! Ma come posso solo immaginarlo? Ma che scema! "Mi dica"
Sussurrò mentre lui richiudeva la porta alle proprie spalle "Voglio fare
l'amore con te!"
Lei non reagì; forse non fece in tempo. La spogliò con
violenza, poi fu dolcissimo nel sollevarla sulle sue braccia, adagiarla
sul divano, baciarle le palpebre e finalmente le labbra. Poi, di nuovo, fu
violento, prepotente, irriverente nel prenderla: insieme al godimento le
fece senz'altro male, e lei ne fu contenta. Scoprì di gioire in un modo
che non aveva mai provato, e si accorse della verità tanto beata quanto
terrorizzata: gridava nello stesso modo di quando aveva partorito la vita.
Poi lui la tenne fra le sue braccia, e lei dormì senza interruzione. Il
sole dell'alba di Giugno salutò la sua nuova, vera maturità.