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Sei sempre puntuale. Chissà perché mi è andata fin
dall’inizio di pensare di dirti così. Noi che potremmo darci solo del lei,
e nient’altro che questo. Per tante e svariate ragioni. E primo perché
siamo estranei. Estranei del tutto. Ci vedremo - per caso - (per caso? sì
penso per caso) trenta secondi al giorno. E poi per come sei messo su: con
quella valigetta in pelle mezza scura mezza chiara che tieni sempre
stretta sotto l’ascella sinistra (ma perché ce la terrai stretta, se ha
tanto di manico fatto apposta, e robusto?… mi chiedo); e con quel
giacca&cravatta sì… però un po’ strano, un po’ dandy: un po’ ridicolo
diciamolo!
E io invece qui, in tuta e pianelle: tuta che non si sa se
viola o rosa. E il maglioncino a righe di cielo e mare, cielo e mare, a
seconda di come ci piace guardare. Sì: lo so che ho un bel seno - ho delle
belle tette: sode e di giusta misura. Ma sotto il maglioncino cielo e mare
mica si vedono. Invece dal retro delle pianelle sì che spuntano i talloni
nudi: dalle pianelle rosse, con quella scritta ridicola sulle punte:
hallo! a destra – kiss!!! a sinistra… mah!
Maledettamente puntuale: e sì che ci penso, rimando cambio
il momento. Ma quando mi chino sulla lista d’ottone che forma il confine
alla soglia di marmo, il confine della casa della signora, e tengo ritte
le gambe col piede di destra un po’ indietro e quello (sì quello lì)
all’aria e mi sforzo per gli ultimi strusci perché so che poi basta: ecco
che spunti dalla scala senza un rumore. Un colpetto di tosse. Allora mi
volto, soltanto la testa, e tu dici per primo e sorridi ma lo so che tu
ridi: buongiorno signora; e ogni volta mi vendico: sguardo da lepre da
serpe da lupa in calore che non te la dà: ah, salve… ti dico e mi giro.
Eppure tu hai vinto. Hai vinto perché io mi sento con te
come sono: bruttina sudata i capelli che spiovono in mezzo al lavoro in
barba al fermaglio; lo sguardo accaldato e un po’ strabico… per niente di
Venere. Eppure così consapevole di essere donna. Di essere topa: la donna
più topa del mondo.
Una volta ho provato persino a tenere la testa al suo
posto, a fingere di non sentire quel colpo di tosse, quell’ultimo passo.
Mi è anche riuscito. Allora ti sei avvicinato: hai chinato la testa fino
quasi a sfiorarmi la coda. Dei capelli. E ancora hai sorriso. Quel tuo
viso tondo, né bello né brutto: innegabilmente sincero, pagliaccio
gentile: cos’è? Neanche saluta? - ridevi - Ah, salve! (ma vai a … ….!).
Così. E allora: perché non arrivi? Ho già fatto la mossa: strusciato
l’ottone. Non è mica un giorno di festa! Perché non arrivi: sono i nostri
trenta secondi: quello che siamo quello che vogliamo; che è vero e per
questo non sa mai nessuno. Nemmeno noi due. Perché non arrivi?!?
Rientro, chiudo la porta. Forse - davvero non lo ricordo -
un po’ piango. Mi cambio: di nero di lana, blue-jeans da ragazza e le
spillo tagliate. Giubbotto malvagio. Mi tolgo il fermaglio e riaggiusto i
capelli. Va via? Ah buongiorno! Ma guarda che roba, adesso ci penso che
non l’ho mai vista a quest’ora! Eh.. Io stavo rientrando.. Ah .. Gradisce
un caffè? No, grazie io vado.. Ma come?: un caffè per tre anni che non lo
prendiamo.. Beh, io devo andare (tu apri la porta io entro, mi siedo al
tuo gesto su un ampio divano,e guardo per terra; e tu in un momento sei
via. Allora sollevo lo sguardo: la pianta i colori i paesaggi i fogli sul
tavolo scuro; la luce solare d’immensa finestra.
Di fuori non c’è che un rumore: cascata di note da mille e
una notte, preludio per gli ultimi esami: la bella puledra del
conservatorio. Ritorni, mi porgi il caffè mi chiedi lo zucchero quanto? lo
bevi in silenzio. Rimani così ad ammirarmi. Io provo a schernirmi un
momento, un po’ d’ironia. Sorridi e capisco: potresti restare così delle
ore. Tu sei estasiato di avermi vicino! Per questo mi alzo e ti strappo i
vestiti di dosso. Ti spoglio e ti metto disteso. Mi spoglio a mia volta e
poi ti posseggo: con forza con gioia lo sguardo deciso il candido marmo
del viso che è immobile come destino.
Mi osservi: lo so che mi ammiri che approvi che lodi che
godi di quello che sono. Puledra che attacca il finale: gli acuti che
intrecciano i bassi, e poi un colpo secco. Gli sguardi che si entrano
dentro: nel corpo e nel cuore. La musica tace: il respiro di un uomo e una
donna racconta di noi…
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