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La tua stanza è già
piena di luce. Tutta la notte, ogni notte, accanto alla madre. Senza
mollare. Poi un po' di cammino, distesa nell'auto, accompagnando l'alba
che arriva. Sola nella tua casa vuota. La tua stanza è già inondata di
luce. Le vesti scivolano: abbandonano il filo delle membra, le linee del
tuo corpo adulto.
Ti muovi tra le tue
cose: tu nel tuo corpo e nella tua casa. Poni le natiche sull'intreccio di
vimini della tua sedia, che vi disegna ondulate striature; come la musica
per lo spartito; guardi in avanti, la tazza fra entrambe le mani, tendendo
un po' i piedi alle punte. Sorbisci lenta un sorso di sollievo.
Poi la tua stanza
ancora, inondata di luce. La luce ti bacia le dita, e le caviglie; risale
gli steli fino alla conca dei fianchi, dove sosta: abbassi lo sguardo e la
vedi giocare in minuscoli, infiniti riflessi sul tuo breve cespuglio
castano, e proseguire al ventre: scoppia sui seni insieme al primo, breve,
noto scatto dalle stanze vicino.
Trattieni il respiro:
ecco l'altro scatto atteso: una porta si è aperta ora si chiude. Pochi
passi. E la luce si trasforma in gesto, il gesto in respiro; ed il respiro
in suono. Si tratta di una canzone penetrante, intensa, serena. Si protrae
fino all'esplosione: reciproca, benefica, bella; che canta ancora molto,
sotto le palpebre chiuse. - Tutto bene? - Sì, tutto bene: grazie. Come
sempre... - Io vado - Sì: vai pure, tranquillo.
Ancora il primo ed il
secondo scatto, mentre il tuo deltoide sosta un poco sotto la nuca esile,
in un meritato riposo. Ti alzi: il tuo corpo scivola elegante alla
finestra. Sposti appena la tenda. Oltre la strada dove le auto si
incrociano e rincorrono, oltre le case e la gente, il tuo sguardo
raggiunge il fiume, egli pure inondato di luce. Ed oggi, ancora, te lo
senti dentro: nel tuo corpo e nel cuore. Il fiume della vita.
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