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Radio Killer
Quando dimentichiamo, è senza dubbio perché abbiamo perduto meno memoria
che istinto di sopravvivenza.
Niente ci appare congeniale. Nulla ci diverte.
Un’accumulazione di vita, piccinerie di un bollore infingardo che spingono
le nostre speranze e i desideri più intensi, sull’orlo del precipizio.
In questa sera pastosa e avvelenata, nella quale l’intelligenza e lo
charme si afflosciano e si dibattono, la lancetta del termometro segna una
vasodilatazione a 40 gradi.
La follia della mia incoscienza rende questa festa sempre più umida e
irritata, dove l’aria condizionata autonoma impedisce profondamente di
muoversi, tra gli umori noti e letargici delle depilazioni odorose da
istituto.
Il Party è accomodato a 57 faccette di diamanti puri, in arcata definitiva
e sbiancata a 32 carati. Griffato sino agli elastici del perizoma,
sostenuto in piedi da decolleté in rettile Paciotti.
Una bomba di titoli accademici e mille manierismi, che niente hanno a che
vedere con le gomme nei miei rialzi e quelle da masticare.
Le materie che mi tornano sempre in vita, appiccicate agli abbecedari di
terza mano, stipati nella vecchia sacca di robusto e finto coccodrillo.
Il calderone nell’incendio della musica e dell’alta temperatura, ha
scatenato unanimi pruriti.
Ognuno cerca un risciacquo per l’arsura, nell’ alcool ed altre gozzoviglie
anabolizzanti.
Sino a perdere la calma e scandirsi in un delirio ossessivo, alla ricerca
di qualche refrigerio.
Decido così di mollare la funzione e tornarmene a casa, nel lettino
assorbente del mio giaciglio.
Non posso permettermi di accettare quest’unica versione ad alto voltaggio
elettrico.
Fino al punto di fissare con minuzia psicopatica le sciocchezze
esibizionistiche che hanno inquinato l’imberbe della mia immutata e
proverbiale trasparenza.
Per ristorarmi a fondo, adesso, devo proprio andare.
Raggiungo in fretta l’automobile, sistemata nell’immenso parcheggio
custodito e assicurato.
Ingrano la prima, consapevole del mio mezzo antico, sprovvisto di
climatizzatore.
La costa si estende innanzi a me, ingoiando fili cocenti e bolle di
riscaldamento.
Una vasca come braciere ardente.
Scelgo così di seguire la filastrocca libidinosa di una radio locale, che
si annuncia fresca e scoppiettante e sa restituirmi un ventaglio
d’immagini andate e mai perdute.
In questa notte al cherosene, tutto assume un rilievo che l’afa va
disfacendo.
La condensa incombente è una cappa incandescente, che corrode le superfici
dei paesaggi inanimati.
Mi sfrego gli occhi e riemergo da un viaggio di un milione d’anni fa.
O qualche tempo dopo, forse.
Tamburello stancamente al volante, seguendo la voce in falsetto del deejay
che risale l’etere, ridendo melliflua come una grinfia da stupratore.
“Quaranta gradi all’ombra oggi.
Siete cotti, Ragazzi. Arrosto o in guazzetto?”.
Parte la tranche ritmica del Re Lucertola, che poetizza e abbellisce un
pugnale.
Sfodera la lama e sferra il colpo. Poi un altro e un altro ancora.
Li incasso tutti, facendo scivolare le dita tra i capelli salati di
sudore.
I vestiti sono madidi, come sgrassati e tirati fuori della lavatrice, per
essere indossati all’istante.
I sandali oramai impastati con il derma dei miei piedi.
La canzone scema in una vescica squagliata sonora e il deejay s’eclissa.
Immagino per incartarsi una sigaretta.
Mi asciugo la fronte, oramai spanta di calore, che striscia incessante dal
cielo plumbeo di tetri colori.
Nell’ora cocente ascolto e realizzo.
La metonimia della mia rete non è corrispondente alla funzione
mantenitrice e slabbra della stazione radio.
Due auto a velocità invasata mi sfrecciano ai lati per sparire dietro a
schizzi di bruma occulta, sortiti dai tubi di scappamento.
L’obnubilazione.
Rispunta lo speaker con uno spezzone pubblicitario.
“Forza brava Gente, là fuori qualcuno vi ama!”.
Lo vedo sbraitare al microfono con smorfie da psicokiller, nella prova
grottesca della sua trasmissione.
“Che ne dite di The Soft Parade, classe ’69?” Voi c’eravate?”.
Io uscivo appena dal bozzolo e trovo carnale ed allucinogena la voce del
mio torturatore.
Appena la messa di requiem esplode per infettare l’aria, la notte diviene
sempre più paludosa.
Mi slaccio i primi bottoni della camicetta, cercando d’incontrare qualche
refolo di vento.
Veleggiando alla deriva, risultando incapace di assimilare questo rullo
compressore a sostegno di un
seminario poetico e profetico.
Strizzo gli occhi e un’altra macchina s’infila nella mia corsia.
Rallenta.
E’ carica d’adolescenti svitati, stalloni mischiati tra maschi e femmine.
La musica maledetta ringhia minacciosa, frusciando sibillina dai
finestrini serrati e bruniti.
Scorgo solo le spire di fumo, come una sfilata di zecche nell’abitacolo,
inanellate a caccia d’un possibile sintagma.
Le perle d’acqua iniziano a gocciolarmi tra i seni.
Prossima alla fluidificazione, decido di fermarmi nello slargo del
Belvedere, appiattito sull’altura del promontorio.
Il vento soffia incessante come un sifone malevolo e stantio, e appiccica
i sigilli smaltati proprio nel punto focale della fronte.
Il deejay riparte.
“Ehi! Un altro schianto sulla Panoramica!”.
Uno sbadiglio e il rumore agile di un sorso ghiacciato e fragoroso.
“Certa Gente non dovrebbe proprio bere, né fumare il sabato sera”.
Al di là dell’anatema, alzo lo sguardo e m’inchino alla sensualità delle
stelle.
La canicola perfetta a fustigare un fuoco metaforico differente, di
turbamento e lirica.
Sto per essere irradiata da polisemie di processi di fusione, che
attenuano continui scarti d’asettica freddezza nei meandri mentali, oramai
in liquame.
Rimango permeata nella mia immobilità.
Il suono allitterante lancia riflessi e stempera l’indifferenza con scatti
di caldane in galattica espansione.
Una dinamica fuoriserie sbuca dal niente, col proprio mezzo di congegno
futurista.
Frena all’improvviso, nella mia stessa area di sosta.
Dai vetri abbassati scorgo un bel moro giovane, affiancato da una bellezza
esotica con i capelli lunghi, mistificata di polveri di cristallo
purissimo.
Nell’immagine pre-conscia e fioca, l’identificazione dei ruoli mi rende
innegabilmente inquieta.
Sento qualcuno mormorare piano: “Mi ami o no?”.
In sottofondo la stessa canzone di Jim, che scomunica anche loro.
Colgo il nesso dell’espressione, quando vedo scivolare da entrambi i
finestrini due punte di cicche esanimi di sigaretta.
Dal bordo dello strapiombo, si elevano gemiti animali di piacere provenire
dagli specchi oscurati.
L’auto ondeggia deliberatamente, farfugliando suoni primordiali.
I minuti prendono a correre accanto ad un binario scivoloso di nettare
invecchiato a medio prezzo, polvere d’angelo e mugolii selvaggi.
Riattaccano i Doors, dandoci sempre più forte.
Le gole ferite s’amalgamano a carne rosso violacea, dove prima era rosa.
La coppia in controluce, scintillante per la calura, si muove a testoni,
fottendosi nei sedili anteriori.
L’apoteosi esplode, nella fellatio sparata a botto, come una potente e
deflagrante cartuccia a salve.
Poi qualcuno inizia a piangere.
“Sì ragazzi. Schizzate rumori osceni in culo ai conformisti!”.
Gli occhi mi diventano gonfi e appiccicosi di secrezioni.
Raffiche di Garbino gonfiano le nubi, come vele battute e ammainate sul
tappeto opaco del panorama sopramarino.
Mi erompo in allucinazioni contagiose che sfociano in dissociazione
psicotica e circostanziata.
Al punto di mantenere l’illusione intatta.
In versione integrale.
Improvvisamente si accende ai lobi temporali, il rumore del motore al
fianco.
Per terra, un pozzo inquinato d’acqua regia.
Il trabiccolo borbotta come l’ingranaggio di un bulldozer in un cartoon
dal montaggio avveniristico.
Per ripartire lanciato alla volta della crosta terrestre, slittando sui
pneumatici posteriori.
La vista mi diminuisce e le membra fumanti s’accorciano in lontananza sino
a diventare mozziconi.
La sagoma inizia a strisciare senza forma con il ventre in discesa nel
terreno.
“Cavalca il serpente!”. Starnazza lo speaker infoiato.
Il rock esplode nella testa con colpi, scossoni e giravolte.
Rotola in scampoli nel turbinio di fantomatiche apparizioni.
L’auto lievita.
La solidità del suolo la ricopre per salti e strati, in azoto, ossigeno ed
argon.
Un grappolo sensoriale che termina in profondi singulti, rimbalzando in
tutte le direzioni sulla cima del cono alla rovescia.
Mentre appendici roride e infiammate masticano la depressione densa della
superficie.
I tentacoli si ritirano in rifrazione impressionante, infrangendo il
sottile muso del prototipo incandescente in volo.
Strappano l’osso alla prima falange per recitare il rosario: M’ama, non
m’ama, m’ama, non m’ama…
I filamenti di fuoco esplodono in una manica color rosso carminio acceso,
come un aquilone senza filo, sciolto e ripudiato.
Davanti, il Mare Adriatico mostra le sue cerniere scure.
Aperte e luccicanti.
Nella profondità del suolo, una girandola di fiamme gonfia al contrario
sugli infrarossi dell’Effetto Serra. Per scomparire piano, divorata nel
talamo delle Sirene.
All’arrivo dell’alba precoce e fasulla restano visibili solo alcune
antenne delle volanti.
E rare, appassionate, voci sotterranee.
Come ogni eredità importante, nei suoi splendori archeologici, smorza i
tasti dei residui e dei reperti di sesso, vizio e rock’n’roll. Il miraggio
imbambolato e disarticolante, il corpo percettivo di frusti ribellismi dei
ceti andati, presenti e multipli.
La medesima lotta tra l’Ordine e il Caos. Apollineo e Dionisiaco.
La metafora archetipica dell’uomo e del suo animo intrinseco, che riceve
trasmissioni intere d’esperienza, costipate in una cassa umida, mai palata
di terra definitiva.
I sublimi concetti non potranno mai salvare l’istante presente, né scalare
alcuna hit parade.
Al massimo scagliati in alto, promossi nell’attualità moderna di un buco
nero.
Posizionato nell’indistinto, che tutto rispolvera e contempla.
Fra mezz’ora sarò a destinazione.
Riavvio l’automobile in stato di suggestione psicogena perfetta.
Libera e liquefatta da tutte le dipendenze negative nell’estrema e ultima
canzone.
...For the music is your special friend
Dance on fire as it intends
Music is your only friend
Until the end…
Il deejay sbuffa sui petali fumosi del microfono e si accorda per l’ultima
ballata.
Da forno crematorio.
“Soffrite Bamboli.
La notte è giovane.
E non dimenticate.
Lassù qualcuno vi ama!”.
“Nessuna ricompensa ci perdonerà adesso per aver sprecato l’alba”.
Sto per avere un collasso semantico.
Cavalco l’onda.
Sino a casa.
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