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Ole’!
Sulla scia della memoria, volo attraverso gli spazi feroci del Sud, lungo
un rigagnolo di metallo fuso, la cui sorgente scintilla come una lama.
Sono una freccia puntata verso Granada, la distesa di pallide montagne
azzurre per un popolo cortese e ferino.
Ole’!
E’ il grido che attraversa le menti inferme di questo pubblico che scende
alle mie spalle, come un’appendice delirante, lusingata dal proprio ego
efferato.
Straniera tra la folla, osservo le guance colorite degli iberici, con
denti bianchissimi e fazzoletto legato al collo, in uno sciame di risate
insaporito da idiomi rozzi ed ebbri.
Gli odori sono inattesi: grasso scoppiettante nelle padelline per friggere
ciambelle, profumo di terra appena smossa, odore di selvatico, di sudore,
e di sterco d’animale confinato.
Tutti applaudono cupidi, lusingando il vizio e la mollezza di questo
giorno febbricitante: un festino pittoresco, ricco di sensi.
Il domatore teme la folla, immagina che tutti gli occhi leggano i suoi
triviali pensieri.
Vuole impedire da solo, che il pregiato toro bianco gli avveleni le
lacrime rosse raccolte nel fondo degli occhi.
Bello, sinuoso, generoso, risoluto, continua ad aumentare la sua audacia
con l’eleganza del portamento, pregustando chissà quali conquiste e
soffici e sontuosi amplessi, nel trionfo che deve ancora venire.
L’arena è aspersa di sangria, le botas svuotate come celebrazione della
sua ultima prodezza.
Una spada inveisce contro il fianco carnivoro della fiera e il giubilante
campione si svela dalla cappa scarlatta, brandendo nella mano non
impegnata dalla muleta, un daga diritta e tagliente.
Pantaloni alla zuava di camoscio, stivali neri, una marsina rosso fuoco
con gli alamari dorati e una cascata di riccioli color del corvo.
“Signore e signori, inizia lo spettacolo”.
Moro, virile, dal gesto austero, col suo garbo leggiadro si presenta
davanti a me con un mezzo inchino: “Desea bailar Senorita?”.
Ha gli occhi spalancati, smaniosi, nel fulgore irradiato dell’anfiteatro
acceso.
L’inconsulta, la vanagloria si precipita a metter in subbuglio le mie
viscere ridestate, nello sterquilinio di un’insana, geniale, improvvisa e
lucida follia.
La guitar ci accompagna alla volta di noi due.
Scivolata dentro il perimetro della scena, affondo i chiodi del tacco di
fronte a lui in una cascata di passi in crescente potenza e snodo all’aria
il mio ventaglio di merletto di Siviglia.
Incedo con un movimento lento, sollevando con riverenza i lembi della
gonna vaporosa.
Ole’!
Gli ritmo in girotondo e inizio a dimenare.
Libera e forte nelle mie figurazioni, mi palpo le tempie, mi accarezzo le
guance e regalo a vicenda lo scrocchio delle nacchere negli anelli della
trachea.
Poso l’indice della mano ai lati delle mie spalle, la percussione è una
specie di muggito armonico che ordina all’idiofono di vibrare i colpi.
Il toreador è livido, si asciuga il sudore con il fazzoletto che non può
strizzare e come in un ascolto strumentale, si sfiora le natiche e mi
slaccia la camicetta.
Con la mano lui accompagna la musica al suo sesso, spinge in basso come
per svuotarlo, all’intonazione naturale e affascinante del nostro intimo
fandango.
Schioccano le dita. “Pitos!”
Una visione dell’altro mondo, avvicinarsi senza toccarsi, la gestualità
del ballo con l’altalena del bacino, il liuto magico del risucchio nella
cornice di sapori, mentre il coreico intorno, incita l’epilogo finale, in
una ridda addolcita tra le lunghe note della nostra melopea.
“Los toros!”
Stringo le cosce e provo l’impulso diabolico di sfidarmi anch’io, di farmi
palpare, a centrare nel miele che tengo sui fianchi.
Legata ai miei cordini non ci togliamo gli occhi di dosso, e consumiamo i
nostri dardi accesi, in un affresco terso della nostra complessione.
Gli è difficile resistere a tanta insistenza, allunga le braccia e leva i
guanti bianchi, pavoneggiandosi del suo coraggio. Imposta la mossa e mi
afferra i capelli, sgocciolandomi addosso la sua viscosità affrancata.
Con i polsi legati alle valve, bevo con le mie labbra dalla bocca villosa
e maschia e spingo gaudente la lingua dentro, a pregustare ogni possibile
voluttà esotica.
Avida ho l’impulso di catturarlo e sentirlo vogare infondo alla gola e
danziamo sino al limite della storia, sospesi al ritmo arrembante dei
nostri passi.
Volteggiamo con lo schioccare ritmato delle dita, la sinuosa ondulazione
delle mani, il battere continuato dei tacchetti a seguire gli impulsi
sonori delle vibrazioni, nel turbinio dei sensi e del lirismo dei violini.
Tutt’intorno il coro affamato del suo celebrato nome, misura la febbre del
nostro delirio; il rapido ansare dei corpi amanti, senza poter spezzare i
lacci nel composto di impavide sequenze.
Per gli artisti che hanno guadagnato l’arena nelle eccelse altezze delle
note meravigliose, i picadores golosi sublimano festosi e la sarabanda
fulmina in un’apoteosi romantica, a cullare tutti i corpi e gli spiriti.
Allora capisco che non ho nulla da temere.
La vacca danzante che consuma i limiti della resistenza e in un ritmo
crescente castiga con le proprie mani a proteggere la fiera, le guance
incise di fonti perfette da sembrare recisa la mappa dell’errore, il cazzo
glorioso e furioso che è dentro ed infilza in una sola stoccata:
Ole’!
Un periscopio alla rovescia che sprofonda e vede fiumi di secrezioni, di
ricchezza e di coraggio.
Come in una dilatata allucinazione zooptica, l’esito finale appartiene
solo alla musica.
L’ultimo mio capriccio nel forno di quella lontana terra, dove i matadores
nell’intimo restano scorticati dagli incubi d’esagitati furori, come anime
alla deriva, il cui modello è solo retaggio d’atroci e folcloristici
supplizi.
Esco dalla plaza de toros al tramonto e sono felice.
Un’ipnotizzatrice esperta è riuscita a cancellare un’antica reminiscenza.
Il toro è salvo, almeno questa volta.
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