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Agosto.
La strada è una piastra arroventata che ci cuoce.
Torniamo dal mare.
Abbiamo passeggiato in riva all’acqua, nuotato sino al largo appaiati come
delfini innamorati, letto spalla a spalla seduti sulla rena cocente della
spiaggia.
Un giro di lazzi giochi e parole.
Piccinerie, scemenze, astrusità.
Il retaggio della nostra fondatezza.
Al tramonto torniamo a casa.
Bivacchiamo nelle stanze fluorescenti arredate in sintonia, con un gusto
diverso per ogni stagione.
Camere trasformate in telescopi con l’obiettivo rivoltato su noi stessi,
impigliato in rizomi nodosi e selvatici, d’inaudita e spregiudicata
bellezza.
Chiudo tutte le finestre e accendo il condizionatore.
Sale dal pianoterra l’adagio appassionato di Barbra Streisand che annienta
il bordo della mia disciplina emotiva.
“Memories light the corners of my mind
Misty water-colored memories of the way we were”…
In tutto questo tempo, ci siamo portati addosso l’odore di salsedine e di
tutte le pozze d’acqua fra le rocce sedimentate della nostra innocenza.
Non avevamo nemmeno diciotto anni e correvamo veloci sulle voragini
auratiche dell’umanità urbana per scovarvi euforiche epifanie.
I calci in culo all’accademia nel magnete empatico della nostra reciproca
resistenza.
La rivoluzione con la terra intrappolata tra le unghie delle mani,
annaspando in suburbi di cessi pedestri, nel tumulto aleatorio di un credo
salmastro e tentatore.
Noi due, Angeli sdoganati dalle baldanze spinte dell’emozione lucida,
condotta contro il complesso colto di un paradigma addomesticato.
Mi viene sete di Fata ghiacciata, rimembrando l’innesto diabolico
cresciuto e scemato nel laido germinale della distanza ontica, per la
quale la cultura è moda e tutto il resto scarto d’impeti e ideali desueti.
La perenne tribolazione di vivere una dimensione istrionica, la compagine
sfasata dove il tempo si dilata e s’espande e l’escatologia, fatalmente,
riordina.
Poi, la profetica elisione.
I crolli e le esumazioni che hanno lasciato scie e squarci di pazzia.
Glifi temporali imperfetti su fioriture di rigetti soprasensibili.
La nostra incoerenza rapportata al mondo, la provocazione cosmologica, la
disputa mai vinta.
Nella vaga tonalità lilla del nuovo vespero, l’interludio sonoro della
struggente melodia libera le indicibili memorie da ogni parete tinta
d’ocra della casa.
Dalla mia angolazione, ti vedo crescere dalla tromba delle scale in un
contorno di bioluminescenze, puntini come lucciole di fotoni topici
energizzanti.
La consapevolezza di non sentirmi mai sola, anche quando non ci sei.
Nel sommo grado contemplativo, esperisco l’ignoto di vederti altrove, di
pensarti oltre.
L’attimo compatibile per considerare chi saresti stato senza di me, cosa
avresti fatto.
E’ difficile inserire un viaggio e non riesco a toglierti dal mio
contesto, né inventarti a destreggiare con degli alleati ingegnosi e
degni.
Tu occupi uno spazio personale, avulso da ogni anima circostante.
Al di là di quello che ho visto e vissuto, c’e’ sempre il tuo indice
puntato sulla mia vita.
60 centimetri di brusche sedizioni e giravolte sinistre, la sfida dei
legamenti informi nell’inesauribile regola della tua concordia.
Sei il rapimento di uno vuoto organico, l’ascesa e la caduta dei pesi, il
mio metronomo di desiderio ricalcolato.
Controsenso, mi appoggio all’ultima verga di luce che fora la gelosia
della finestra.
Sotto le tue ciglia lunghe il chiarore affievolisce e scompone in tanti
colori.
Io ascolto.
Cerchi qualcosa che scremi il mio gelo in densità salvifica, nutrendo il
nocciolo con spirito guantato, in velluto floreale di benigna
consolazione.
Ora, stai coprendo la sera con organza immacolata.
Entri ed esci dalla mia esistenza, come fossi lago alpino trasparente e
non più melensa palude.
Rapita dal tuo sguardo attento il mio pensiero può ancora confondersi; il
lavacro onnipotente apre e chiude lo sperimentale programma di certificare
un sempiterno sentimento.
La pelta ellittica di Caro fante di spade, in difesa sulle ali della mia
libertà.
Due triangoli incolpevoli di sequenze per un’alfana alata, impossibile da
sellare, ineseguibile da domare.
Tu, insigne indicatore di terminazioni nervose, sei l’esatta equivalenza
di quanto hai compreso di me, nell’accezione delle sortite e dei ritorni.
I miei viaggi interminabili nel silenzio delle ombre allungate dei gufi,
nell’oblio rorido della vastità dei campi seminati di grano, nelle adunate
segrete dipanate tra passaggi rupestri e declivi scoscesi.
E’ la tua canzone che mi parla.
Sei il compagno d’avventura.
L’antenato, il viandante, il lampione che splende sul mio viso e concede
nel profilo audacia e grinta, lo sguardo vigile sullo spirito offeso e
lacerato.
E dal passato, per me ancora incerto come cavo di funambolo, mi accogli in
volo e sei grondaia dei miei occhi grandi, umidi, affamati e ciechi che
distinguono l’insufficienza che mi circonda.
Averti è il verbo prendere, per rannicchiarci felici sulle cicatrici di un
dialogo simbolico e infinito.
Nei recessi segreti tutti gli astri si sono ribellati, ma il tuo Sole
rimane in bocca, mentre gli altri rimangono assorbiti.
Come un linfonodo sei gonfio d’orgoglio e non permetti golpe a minare il
mio Primo Mobile stellare.
Immunità possente, presente, mi strisci accanto a sprangare i cancelli
della mia follia e non c’è alcun amico sospetto all’infuori di te.
I due dadi di carbone in viso, tizzoni ardenti a smerigliarmi addosso ieri
come domani, schiudendo rifugi e speranze, hanno i crinali e le valli
della tua tenace costa d’avorio.
Tracanno miscugli arcani e sbocco fiotti di me sulle tue larghe spalle,
pensando ogni volta di dover saltare il mio argine e abbandonare, ardere,
perire.
Razziatore di supplizi, rischi l’incandescente rogo fusorio coronando
tutte le scintille.
Faville sprigionate dalla luce rossa, e tu su loro, indefesso, nel diorama
che ti distingue.
Con te il corpo non ha mai commesso errore.
Tu conosci l’odore del mio senso, rigoroso sotterraneo di lievito in
fermento.
Mi hai accompagnato tra apostolati d’assenzio e incenso, in una spirale
fitta di terminazioni liriche malinconiose.
Febbri di alchimie e di onori, versetti maniaci fratelli, ne hai fatto
carica attraverso distese d’ulivi secolari per non farmi mai cadere,
tendendo le braccia sul mio grembo aspro, orgoglioso di vene salate,
ferroso come l’effluvio di mestruo greve che in me, ancora, odora di
polvere da sparo.
Se tu hai una consistenza, sei le mie ossa.
La rigidità che satura le perforazioni e onora le falle con lacrime
sacrosante e fedeli, bistrate dal romanzo imbronciato dei tuoi globi.
E’ difficile imbrogliarmi, lo sai.
Sei una mia ragione.
Il Sole non si ferma mai dietro gli scuri.
Inarca il suo corpo con la tensione di un arco nella sua più elevata
espressione balistica.
Per scoccare il dardo potente, lontano dove vogliamo andare.
E là sarò in tutti gli slanci che sputano e bucano i merletti di pizzo sui
copiosi petali del nostro roseto.
Non piove da anni sulle nostre vite.
Gli alberi scavano radici di riserva nel suolo arido, e colpiscono in
sferzate di rasoio capriccioso ogni vena d’acqua sopravissuta.
Verrà il tempo anche per noi.
Il mondo è solo una rachide allungata d’infruttescenze sofferenti.
L’espansione retinica di come eravamo.
Ma gli acini corposi stanno maturando sulle viti.
Guarda oltre la finestra.
La treccia scomposta del glicine sta indicando la nostra valle.
E la strada che porta al mare.
Là saremo noi.
E la nostra voce.
The way we ware.
“Sulle note di The way we ware, Barbra Streisand, tra le sue preferite”.
A Olivio, in punta di cuore.
Greta
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