|
La composizione
topografica del mio quaderno è tra le peggio riuscite.
Gli enigmi del testo s’insinuano sin dalle prime righe.
Una fotografia mutila, ovale, sbiadita riproduce in seppia la parte
inferiore del palazzo e il suo riflesso, sul canale dall’aspetto oleoso.
Più in basso una piccola frase superflua, ma suggestiva.
“Ti aspetto”.
Dalla fusione e dallo scontro dell’immagine e delle parole c’è già un
certo presentimento del nostro destino.
Difficile decifrare gli intenti del contenuto.
Il mio viaggio comporta un’incessante ricerca nel rapporto solido di una
breccia, prodotta dalla scoperta di qualcuno o qualcosa da amare.
Al riparo del piacere e del pericolo che produce il mio corpo.
Lacerare l’involucro di cellophane nel quale sono vissuta per tutto questo
tempo, sino ad arrivare alla Sua casa.
Il Tempio Santo che si schiude su tutte le città.
Una pittoresca turista italiana che con la cartina in mano e spessi
occhiali da sole, si sofferma ad ammirare l’eccentrica facciata di una
tana scavata nella roccia.
Solo la rozza pietra a fondamento di queste meravigliose sensazioni.
La donna e un pezzo di minerale adamantino.
Ho viaggiato per tutto il tempo con gli occhi chiusi.
Mi dolgono le palpebre per averle tenute costantemente contratte.
Voglio pensare alla sorpresa che la sua vista mi potrà causare.
Ripenso alla foto sbiadita nascosta nel libriccino di poesie che porto in
valigia.
Con lui potrò risolvere qualcuna delle mie sfingi.
Forse troverò la regola che m’impone un’igiene imprecisa negli atti e
nelle parole.
La Sensualità dai toni caldi e disarmanti.
Sono tentata di aprire le gemme e scendere dal mezzo.
L’uomo che mi aspetta è l’unica condizione per non andarmene.
Nelle rime che ho letto, Lui non è più tanto giovane.
Vinto dalla repulsione non riuscirà nemmeno a svegliarsi nell’ora
convenuta.
Forse non sarà nemmeno puntuale.
E giungerò nuovamente sola.
Magari mi permetterà di sostituire qualcuna nel suo letto, con la sola
riserva di andarmene, al rintoccare dell’aurora.
Fuori il cielo è diventato color indaco.
Le luci dei palazzi vicini, quelle della strada e i fari delle automobili,
proiettano un chiarore discontinuo, beffeggiando con tinta bluastra il
mare, il cielo, la terra.
Cerco l’opuscolo nel mio bagaglio, meditando fino a che punto potrò
defraudarlo.
La neonata nozione della realtà che voglio imprimere a questa Storia.
La lumeggio in costruzione di un baluardo vitale, necessario nel mio
vivere creativo.
Sento vorticare nella mente grandi parole, come se cercassero un alveo
idoneo
alla mia rivoluzione.
La differenza e la lontananza potranno creare labirinti di trappole e
degno lassismo.
E il corpo non sarà mai al sicuro, se posto in un punto visibile.
Rischierebbe di essere abbandonato.
Abbasso lo sguardo e abbranco la penna.
Devo godere di un intermezzo di quiete per scacciare i fantasmi.
Allungo la linea per creare un mulinello d’energia, come se la mia mano
andasse a scollare la schiuma del mare che mi scivola addosso, per
inondare il porto.
Alla fine si ritira, con la stessa intensità.
Le volute dei fogliami si sono trasformate in trappole amorfe, in fauni
ibridi, in sessualità confuse.
Un menage di congetture assegnato al brodo gastrico, come se una muta di
bestie feroci mi avesse aggredito e conciato in malo modo.
Lo sbigottimento per la dissomiglianza morale e mentale che mantiene un
arcano equilibrio. Inspiegabilmente i pensieri prendono forma nello
scritto e finisco per deviare le righe.
Il gusto di associazioni libere, lo zampillio di parvenze ed avvisi
eterei, avvinghiati in una sutura sotterranea.
Rotonda e intrinseca.
Come la Sua figura, piena, eccessiva e schizzata di demoni complessi ed
animali ingombranti.
Necessari.
Il reiterato cigolio delle ruote che mi porto sotto, è ascoltato dentro di
me senza interruzione.
Correre, correre sulle mie sregolatezze schive di miasmi ed orpelli, in un
sedativo di prosa a mitigare il solo nucleo drammatico e cospiratore.
Scandito al punto di cristallizzarsi sulle proprie leggi spinte, in un
dramma marziale e intravisto.
Subentra un volto.
“Chi sei?”.
Vorrei domandare e sapere tutto per fare l’Amore con Lui .
Mi rotolo e mi avviluppo addosso una stilografica senza capo né coda.
Perché aspettare l’assenso per amare fisicamente qualcuno?
Il Sesso non è altro che una funzione magica, come in ogni mostrato.
Chiunque è venuto dentro di me, è stato reputato estraneo.
Senza nome e senza volto.
L’uomo che mi aspetta, mi solletica i capelli e congiunge i genitali
bollenti.
Chi non osa abbandonarsi all’ignoto e manifesta il desiderio di conoscere,
crea un legame scorretto.
Il rapporto intimo come strumento di repressione e controllo.
Promesse, pegni, fedeltà e sacrifici per adulterare se stessi.
Le Poesie e i suoi osannati amanti.
Tormentati a tradirsi a vicenda.
Lasciarsi.
Arriverò alla fine del viaggio.
Per afferrare la sensazione di essermi redenta da queste oppressioni.
I pensieri liberi mi eccitano e sento scivolarmi dentro una lingua di
fuoco.
I miei versi rotolano sul foglio, divenendo morbidi e azzurri, brillanti
di luce trasparente.
Gocce di sudore sulla pelle come scintille di tenero sangue ombelicale.
Stringo le natiche, mentre la mia lingua si allaccia alle pareti del
palato e sugge la penna.
Spingo le pelvi perché questa penetri più a fondo per conservare dentro di
me, per sempre, la suggestione di pienezza.
Un uomo e una donna senza identità.
Sento le viscere contrarsi in un crescendo, il grembo sconnesso da un
dolore esilarante.
Arduo tollerarlo.
M aggrappo forte su di Lui ratificando ogni sua lirica con la mia azione.
Dal basso si levano onde di piacere fragrante che mi scaraventano con
violenza nel depresso abisso di acque profonde.
Vicine e distanti.
La postfazione di un autentico miraggio, il sobrio piacere occulto di
vivere separati.
Stretti nelle nostre mani troppo crudeli, ma assolti dall’esalazione
vischiosa di suoni e parole prive di concetti.
Nella mescolanza degli occhi di cuori e di spade, intravedo la Sua tunica
tipica che contrasta con i miei jeans scoloriti.
Nell’imparzialità della visione tornerò ancora sul principio dell’analisi.
Per quanto macabro e infermo sarà il mio salto nella Sua notte precedente,
il lapis ordinerà l’inevitabile osare del destino.
Stringo forte il mio quaderno per non abbandonarmi al sonno.
In simmetria con la Natura, sostituisco con dolcezza tutti i parametri.
I nostri corpi agili e flessuosi stanno camminando in un viale assolato di
fiori.
Rimaniamo posseduti da un incanto inesprimibile.
Ogni nostro pensiero e posizione è una forma di preghiera.
E’ l’Arte del Senso.
E’ Poesia.
Ogni rima scende prepotente sul foglio del mio quaderno.
La lettera è più avanzata, coerente, pura.
Tra le meglio riuscite.
Antonimo del Folle, del Mistico, del Poeta.
La trasposizione dell’opera rivela uno scritto intatto, preciso ed
essenziale.
In copertina una fotografia che effigia una virulenta pianta rampicante,
dai toni vellutati e perlacei.
Ricade sulla terrazza di un rifugio pietroso, pregiato di un serto di
madrepore.
Nella parte superiore, in caratteri più grandi, il nome dell’autore e il
titolo:
“La donna che mi aspetta”.
|
|