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Soffio
debolmente.
Poi più forte.
Sento l’ancia vibrare.
Aspiro per l’ultima volta il filtro umido della mia sigaretta facendo
correre le dita sui tasti.
Dal corpo simile ad una pentola di rame esce così: rozzo, bello,
infinitamente languido.
Il Suono.
E’ forse questo il richiamo dei brontosauri agonizzanti.
Le note riempiono di una sommessa tristezza la sala avvolta in un panno
beige.
Il tono smorzato, ibrido.
Come sott’acqua, ogni movimento è uno sforzo elegiaco.
Le luci filtrano fioche e neutre, velate dalla lacca trasparente
dell’atmosfera.
La colata sonora di un inesistente violoncello basso, come anatema soffuso
e pallido, che nuota pigramente nei corsi e decorsi del sentiero di
terminazioni nervose.
La voce del gorilla malinconioso.
La mia melodia fluida è minuscola bollicina che s’infrange nella conca
delle orecchie.
Il corpo si adegua e le membra scivolose come alghe ondeggiano al ritmo di
un adagio sottomarino, udito solamente da me.
I minuti trascorrono con suprema lentezza.
Nient’altro che una tromba nostalgica in quest’unico, assurdo,
addormentato, melò.
Cambio strumento.
Solo la mente pulsa furiosa e vibra di rintocchi sonori.
E’ già in azione.
Passo il tempo a galla sul filo delle corde, per avvistare un canto tonale
e appassionato.
Se resto immobile un attimo impercettibile, è solo per fissare il vuoto e
cercare i numi di questo Dio minore, nella speranza di un loro ritorno.
Rimescolo i tasti consumati e ripenso ai destini che hanno salmodiato.
Nell’intricato disegno degli scacchi bianchi o neri, niente può
influenzare la traiettoria enfatica del mio nuovo tema.
L’antico abracadabra delle note non potrà mai rivelare la complessa e
sconosciuta verità.
L’estetica della copertina ruota il suo quantum d’energia nel medesimo
istante che governo con le dita, porgo le labbra ed accelero le battute
del cuore.
Ma l’abbozzo ostentato, questa volta non è più lo stesso.
Guardo davanti e vedo una legione di maschi con i Ray Ban sulla testa,
appaiati alle loro comparse con i capelli gommati, in simmetria con
l’ultima moda.
Riabbasso gli occhi e rinnovo ancora.
Con le labbra umettate, mi accosto al lungo collo argenteo del sax.
Ho smesso da tempo di cercare il mio Angelo Buono, lo sconosciuto Amore.
L’esemplare maschio, nobile distinto condottiero con vecchi jeans
sbucciati e la camicia perfetta, aperta sul petto villoso.
Nonostante questa canicola fievole, ho spalancato gli occhi miopi, facendo
crollare i drappi di bambagia di tutti gli spartiti e spiegando le
falangi.
Per me, solo rotoli di tramato igienico, sfrondati del proprio rullo
compressore, per ripercorrere la mappa arida dell’umana fatua
approvazione.
Il genio istrionico della musica abbraccia la sala sigillata dai respiri
scanditi ad alternati in modulazione di frequenza.
L’equazione della musica quantistica è scaraventata da un impiantito
decadente e riservato.
La vibrazione delle stringhe accanto, converge in una sinfonia suonata
solo per me.
Sorda.
Nel presentimento di una melodia postnatale improvvisata, lo sospetto già
in lontananza.
Sull’onda degli occhi muti e gesticolanti che gremiscono l’ambiente, lo
vedo ergere il mento dai cuscini bombati di velluto di ciniglia.
I capelli lunghi, tirati all’indietro.
Occhialini da vista.
Accanto a lui non siede nessuno.
L’inguaribile solitario.
Nella mia casistica personale si profila l’ipotesi che potrebbe trattarsi
di più uomini, racchiusi in un involucro solo.
Il corpus normativo del codice deontologico accenna un ritmo sincopato e
mi strizza l’occhio dalla pancia del violino.
E’venuto il momento.
Con la stessa struttura spiritual black con cui ho conciliato e disposto
gli invasori di tutte le razze, mi rapporterò a lui nella saudade pendula
di un’intonazione recente, povera di certi trionfi e d’autorevoli
sentimenti.
Nel melisma comico raccolgo sulla scena una manciata di sguardi per
imprigionarmi in lui solo, impegolato nella clessidra di picchetti
abbacinati dai riflettori.
Sguardo fiero.
Altero.
Leggibile come un segno scaramantico mi sorride con una certa piega della
bocca.
L’anemometro bianco immaginario scandisce un’esasperata lentezza.
Mi piace.
Ho le labbra socchiuse quando qualcuno spegne le luci.
E’ venuto vicino e bisbiglia sul collo.
Il dolore e l’ansia diventano dolci e si sciolgono nel sudore.
Nel bagliore fresco degli aliti esterni, sento il suo respiro dietro di
me.
Ha posato le braccia sulla mia vita.
Le labbra umide sussurrano all’orecchio.
Piano, calde come la pelle.
Chiudo gli occhi e mi bacia le spalle, il collo nudo, languidamente.
Una sequenza di teneri tocchi giu’ per la spina dorsale.
Mi gira verso di lui, sfilandomi il vestitino leggero che cade sfinito a
terra.
Le sue mani come un’ambigua scala diatonica arresa sul mio corpo.
“Guardami, toccami, sarò come tu mi vuoi”.
Accenno un lamento, intimidita con le guance accalorate.
In folle stato d’empietà dissacratoria, protendo gli arti per accarezzarlo
sotto la camicia.
La pelle è soda e liscia ovunque, anche nel collo e sulle gote, odorose di
barba appena fatta.
Lui suscita in me un’immensa tenerezza.
Io, che ho sempre ambito allo spasimo l’imperfezione.
Scopro adesso che la dolcezza e la remissione umana possiedono un loro
Potere.
Con la bocca mi è dappertutto; la lingua solletica e fa impazzire.
Il piacere fluisce sulle mie membra simile ad un appiccicoso miele che
s’incolla sui polpastrelli, sulle dita, in ogni poro.
In pieno delirio della performance, lo incito ad usare tutto.
Labbra, denti, mani, unghie, battiti di ciglia sulla carne rullante.
Seguire il tempo!
L’esploratore della chitarra fertile vaga la’ per le righe che prima non
esistevano.
Lo lascio penetrare nell’intrico delle corde del mio pelo ed ululo come
un’ossessa per abolire ogni intollerabile maggiore e minore dicotomia.
Con le ossa fuse insieme siamo in un solo corpo o in molti altri, per
ricoprire l’estensione del fonema.
Un compendio di bollore abbandona la mia aracnoide, come prima sfumatura
di un motivo nuovo.
Un parte di me sta morendo; un’altra è resuscitata.
Mi spengo in ogni cavità intrinseca, in ogni fragile capello, in tutte le
parti del mio tessuto che scivolano nel teorema melodioso delle dodici
battute.
Restiamo abbracciati.
Il mormorio fuori, deperisce.
Non voglio tornare nel mio giardino di strumenti selvatici.
Nel modulo in cui sono stata forgiata e che mi ha plasmato per la vita,
oltre la vita.
Questa libagione che mi accompagna sempre nel canto devozionale dei
congegni intatti, riflessi nei miei frammenti acuminati di vetro.
Mi riaccompagno alla musica.
L’improvvisato swing mi porterà a danzare o soffrire, amare o uccidere.
Opponendomi alla sonorità sacrale del gospel inatteso, decido in una sola
battuta che non lo voglio come uomo.
Come tutte le altre padrone del suo corpo, intriso di dissonanti
caricature erotiche.
Nell’ambiguità di un virtuosismo blues, rimango ad adorarlo in lontananza,
anche se non riuscirà mai a scoprire la sacralità delle mie carezze ed
apprendere le vie che ho percorso per giungere a questo destino.
Il concerto increato non può prescindere dall’ascoltatore.
Dalla voce in reverse dei concetti mozzi, ci limiteremo a nutrire
carnalmente la stessa musica, il nettare dei peccatori assetati.
Ritorno a guardare l’attrazione espulsa dal buco della mia tromba.
Attraverso vie improprie e misteriose, sono ammaliata per la rovente
sensazione d’ebbrezza che proviene dai solchi delle rughe.
Nel tuono dell’orchestra, tutti i pori del corpo si dilatano, restando
permeabili ad un piacere multiforme e perfetto.
Io ascolto, partecipo e mi accolgo nell’intimo immaginario di un breve
intervallo.
Il Menos superbo, che parla di fatica, spiritualità e rimpianto.
Vivremo da cruenti concertisti sin quando non giungeremo alla scissione
designata.
Come la fine del blues e l’inizio del jazz.
Separati.
Dilaniati a vicenda dai numerosi rigagnoli che si dipartono a ventaglio
nel nostro delta tentatore.
Mi stringe ancora con la mano che scatta.
Un po’ come un uomo e un po’ come un’armonica di gelido metallo.
“Andiamocene via”.
Evaporiamo all’aria, volatilizzati nel vuoto delle nostre chitarre di
lega.
L’intreccio appassionato che cerco ogni notte, girovagando nei scantinati
bui delle mie folgorazioni.
Per scrutare la leggenda sconfitta al centro del rumore, come unico occhio
vigile polifemico.
Anima e corpo come movimenti di note in fuga.
L’iconografia popolare della musica vuole che da questo momento in poi, le
mie iridi non abbiano più una colorazione umana, tanto da divenire così
intensamente lucide, se non brillanti.
Copioso sanguine.
La folla scorre fuori dei margini, netta, contro la visuale a galla nel
liquido amniotico della prossima resurrezione.
Nessun giudizio estetico per le immagini del Suono.
Poi l’armonia, improvvisamente, va fuori pista.
Rimane solo la colofonia affogata nell’entourage dell’applauso.
Esco e m’incammino lungo i viali uncinati di tamarindi sino ad arrivare
nella direzione opposta.
I passi scanditi dal mio cuore scellerato.
Nell’involontaria boutade cronologica della fine del principio.
I critici sciacallano senza riuscire a vedere lontano.
Rimangono li’, a sbattere il mostro in ultima pagina.
Un concerto per me sola.
Lonely Blues.
Un sonoro fiasco.
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