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L’aereo sta planando
dolcemente a terra e Gioia allenta ogni tensione.
La pianura che un tempo era mare esteso, le appare coperta da una costa di
sale.
I palazzi in miniatura svettano dal manto come minuscole carcasse di
creature preistoriche e ammutolite.
L’aereo bimotore corteggia sobbalzando una sottile linea sterrata e con la
prontezza di una scaltra ballerina, s’arresta davanti al terminal
disabitato.
Venerdì, un intermezzo feriale di un giorno qualsiasi.
24 ore tutte per Lei.
E’ un itinerario arduo da definire, d’infatuazione, passionalità e sfizio
racchiusi in uno scrigno prezioso.
La mente ruota intorno a un anglicismo arcano.
“Limerence”, locuzione intraducibile ordita dalle distanze scomponibili di
un carnale trasporto d’Amore.
La bramosia da lupa avida, che misura e converge in ogni suo perimetro,
tra sconfinate latitudini e longitudini intrise di distinti appetiti
sensoriali.
L’eccitazione cruente che scalcia e perpetua senza tregua tra le gambe,
finché il martirio diventi estremo, quasi a rasentare il più subdolo dei
piaceri sposato al dolore.
La fretta, lucida come un osso, investe in penombra la tettoia della
stazione desolata.
I rivoli dorati della maschera diurna la guidano in un dedalo di
direzioni.
La Luce cambia ciò che riflette e Lei non fa altro che impilare vassoi di
bramosi propositi, in un desco insaziabile dipinto.
Finalmente avvista un taxi in lontananza e schiocca le dita.
L’emozione del passaggio.
Il parco è un patchwork di fiori rossi gialli verdi e azzurri.
I petali rosa antico delle magnolie custodiscono l’ultima porzione del
giardino, in un sentore che ferma il fossile adusto del tempo.
Un nuovo incontro sotto il Sole.
Il cuore si fa capriola quando lo vede.
L’attività scultorea delle sue labbra è un vezzo intimo che solo Lei sa
cogliere.
Il sorriso smagliante come un filo di perle mostrato di colpo.
Un cappio sfolgorante e ardito, la sferza umida a scivolare nella conca
del collo e giù ancora, per sorbire la vertigine in mille tensioni.
Le sembra di avere la bocca piena di chicchi d’uva, quando lui si
avvicina.
Rimane diritta, con l’indice sotto il naso per sentire il cocktail di
odori e memorie che due corpi riuniti possono emanare.
Si accomodano sulla panchina, con le gambe accavallate e i pensieri in
fuga, oltre la pletora di discorsi custodita in un ventaglio d’aneddoti e
risate.
Lui l’ha cercata per recuperare uno spazio felice, dove ora regna solo la
putredine irrequieta di un corpo familiare, svagato su di un letto a due
piazze.
E’ smanioso e irrequieto.
Si appoggia e si ritrae dallo schienale della sedia, raccontando le sue
giornate di viaggi, impegni, riunioni, sport e noiosissime diatribe.
Sorride, posando il giornale sullo scanno con lo stesso modo solerte di
stravivere nella maniera melliflua e pratica, uno scontato Sole 24 Ore.
Le palme agitano le loro chiome lucide, quasi fossero criniere di barbari
puledri.
Il vento Maestro del tramonto sbuffa sulla singola rosa che lui le ha
donato, posata sul quotidiano roseo e sgualcito, confine ed alibi di una
palpitante attesa.
Gioia si limita ad affondare le labbra in quella tinta carica e scarlatta,
preludio d’aroma di un giardino selvatico e memorabile.
L’ardire spregiudicato in una porosa corolla intrisa di sapori e veleni.
Assaporare lui, è stato salire sul dondolo di un’altalena impazzita, in un
senso inestinguibile tra la misura del volere e la sua definizione.
L’impazienza incalzante in una collana di smorfie amorevoli.
Non è più riuscita a starne lontano.
Così l’ha sedotta.
Sfiorandole la pelle con dita lente e curiose in un monolocale di
periferia, mentre Lei, sotto la gonna, si sentiva inondare di piacere.
Soggiogata da una nenia modulata di languide carezze e gridolini osceni,
orchestrati in uno sferraglio tenace e severo, da maestro custode
carceriere.
Poi, innumerevoli, i messaggi.
Le tradizionali missive che da sempre hanno frizionato e sostenuto il suo
centro.
Ora abbassa gli occhi e lo sguardo si posa sulle mani.
Quelle palme affusolate e morbide con le falangi avvinghiate tra loro.
Come un uomo devoto in preghiera.
Inaspettatamente le prende tra le sue, per assegnare dominio e diritto su
due polsi forti e vigorosi.
Non è forza né speranza la vampa che assale le guance generose.
Il febbrile estatico nel dare libero sfogo e non guardarsi più intorno.
Ogni volta, ricominciare daccapo.
Fasciarsi le dita traditrici in sottopassi stravaganti annotati sui
guanciali con il sangue ristretto.
Nella spinta verso meccanismi roventi e levigati in una seduzione
afrodisiaca e voluttuosa.
I bozzoli di luce opaca stanno cedendo il passo alle trame pesanti
dell’oscurità imminente.
Il frullo di un passero solingo annuncia il momento di concludere.
Si avviano verso la macchina.
Il motel è un’arnia di finestre immersa nella pianura padana.
La stanza è spoglia e linda, al riparo del buio oramai tinto di nera pece.
Il letto è fatalmente grande, illuminato dalla fiamma rossa di una sola
candela.
Gioia annuisce tirandosi su la stoffa delle maniche, come una tossica alla
sua ultima risoluzione.
L’iniezione avida che l’ha punta nel profondo, in una condizione rutilante
di ossessione d’Amore.
Lui si toglie la camicia.
Il suo torace ha la vastità di una cattedrale e a spanne Lei ne misura la
grandiosità e l’onnipotenza.
Promontorio in fasci di muscoli nella carica convulsa di un nuovo
territorio da esplorare.
Di nuovo aleggia la fragranza fresca di colonia, lontano dal deserto,
fuori dalla crosta di sale.
L’olezzo copioso che lascia la scia del primario odore, nella raffinata
fregagione di un ventre piatto, remissivo e consapevole.
Ha un corpo giovane, tonico e curato.
Lei si inginocchia e gli slaccia la cintura.
Il pene grande la osserva dall’alto.
La punta lievemente incurvata da un lato, quasi a sospirare.
La sta chiamando, puntellandola di granuli di fulgore.
Lui inarca le spalle come un consumato templare, e fiero e glorioso le
accomoda il membro.
La gola d’infuria nel cenno di riconoscimento di spinte sediziose e
creative.
I lembi della foce si tendono sulla pelle scottante di vene azzurre, il
percorso rorido di un fiume tumultuoso scortato verso l’imbocco.
La sequenza muove in ascolto delle pieghe della carne, con un corpo che si
è spinto sopra, per lasciarsi sorprendere nella girandola d’incitamenti
fanatici in aperture smisurate.
La polpa piena trainata in un convoglio spugnoso la trasporta via, dentro
di lui, in un rapimento accucciato nel profondo, sino agli albori del
cuore.
L’attimo fugace che sfiora due espressioni colme di misteri resta
indelebile.
Poi si adagiano allo schienale del letto.
Finiscono meditando, perché i pensieri destano dalla solitudine di un
disimpegno totale.
Il mattino ha la statura radiosa di un astro squillante in ocra dorata.
Come le seriche lusinghe che onorano di sontuosità e libagione, per
l’ultimo sospensivo abbraccio.
In una felicità illibata, ognuno per se stessi.
Gioia si ricompone lentamente.
L’auto per condurla all’aeroporto è già arrivata.
Dal finestrino osserva striature sovrapposte di peschi, albicocchi e campi
di tagete.
Macchie gialle in fronte alla prima luce.
La mappa del suo tesoro, la combinazione segreta.
L’ennesimo biglietto imbrigliato in uno scomparto del portafoglio e
legittimato in 24 ore.
Lui è un amante meraviglioso.
Non smetterà mai di desiderarlo.
Ammorbata d’estasi e di tormento.
Patologica, senza scampo.
Limerence.
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