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L’Amore così. Les
feuilles mortes.
Ad ogni passo gli Amanti rischiano il vuoto.
Ondeggiano come acrobati su di un cavo sottile, senza avere la certezza
della terra sotto i piedi.
Lei, negli inciampi in diacronia, ha smarrito l’equilibrio e vituperato la
fatale consacrazione del fallimento.
La svestizione dell’Amore Primario nel cerimoniale disfatto e dormiente
della Solitudine.
L’Autunno rimane nascosto dietro le fioriture d’eriche e crisantemi, le
false primavere di glicini e rose a surrogare i passiti colori.
La terra giace sventrata dagli aratri e spogliata della sua chioma più
bella.
L’Amore così.
In questo giorno d’ottobre avanzato, con le more riarse che ciondolano dai
roveti avvizziti, come ombre di fantasmi ostinati di ciò che era ed ora
non è più.
In fila i gerani stecchiti ostentano un aspetto anoressico; la materia
cromatica rosseggia sulle spesse coltri d’aralie, svettando tra i mucchi
di lamine spazzati dai buffi di tramontana.
Color del miele, ocra, brace e fango.
Les feuilles mortes.
Si respira l’aria tremula in una veduta obnubilata; le glabre propaggini
richiamano la sindrome morbosa di una fine abrasiva imminente.
La scarmigliata bellezza della lontananza ideale, mi retrocede innanzi.
Mi fermo davanti alla sua casa, quella trasparenza imperfetta e
prigioniera di colonne di luce al bagliore d’ambra, che infilza gloriosa
gli interstizi sulfurei di un cielo ingombro di nuvole.
Il tormento raccapricciato nei rovi arruffati della memoria, è una solenne
rappresentazione d’attesa.
Il posto è vetusto e fatiscente, un oracolo cieco di finestre occluse da
viticci spogli e cuscini di viburno abbarbicati alle pareti.
Una breve rampa di scale diroccate conduce all’ingresso principale,
esposto alle intemperie.
Comprendo che non sono più all’aria aperta ma ingoiata di dentro.
Ho ancora la chiave, apro la porta.
Un labirinto di polvere danza sull’unico raggio di sole infiltrato
dall’uscio; ogni angolo è smussato e costretto da una trina di ragnatele
cascanti, a guarnire una suppellettile e l’altra.
Un merletto geometrico che s’insinua dietro angoli, slarghi, lungo
tramezzi oscuri di muri screpolati e conosciuti.
Lo spazio inglobato levita dentro di me; un travaglio subdolo che scombina
in un disordine pericoloso.
La quiete spogliata dal silenzio.
Scivolo mimetizzata dentro passi ticchettanti di Donna, attraverso buchi
guardiani che corrompono e mi fermano il respiro.
Non è l’assenza dei rumori che m’inquieta, che sfugge al mio controllo.
Eccola. E’ Lei.
La figurina mediocre, rattrappita sul sofà di vimini di foggia antiquata.
Pupille chiare, fori galleggianti; una sensibile Creatura dagli occhi
subacquei, sommersi e infelici.
Le mani bianche terminano con dita lunghe e affusolate, reggenti delle
corde flebili, indistinte.
Dal suo sguardo il segreto non può essere svelato, né descritto.
L’intimo rimane nascosto sottopelle.
Chiuso, straordinariamente poco appariscente come la sua persona, come il
volto.
Tiene tutto dentro, in questa camera vuota di confidenze e desideri
schiacciati, ma non ammansiti.
E’ impazzita, da quando lui se n’è andato.
Bevendo, rubando, elemosinando attenzioni sempre troppo fugaci.
…Lo conobbe poco più che bambina, pubere, integra, come la madre l’aveva
concepita.
Indossava una mutandina di colore rosa rannicchiata fra le natiche, ed
esibiva il piccolo busto gracile in una fodera in scampoli di pizzo.
Lui la vide in un vespero velato come questo.
Ubriaco e fomentato da una fregola di carnale sevizia, la caricò sul
mezzo.
Trine e prime mestruazioni insieme; tracce in rilievo per la mappa
isometrica di un luogo vergine e sconosciuto.
Conficcò la propria virilità nell’innocenza e una volta che la ferita fu
rimarginata, se la custodì in casa, insegnandole ad ubbidire ed a
chiamarlo Padrone.
Apparentemente era gentile, le sue espressioni racchiudevano la malinconia
di chi era stato addestrato e ordinato a prendere i sacramenti.
La testa rotonda e leccata, sembrava attorniata da una di quelle aureole
assegnate ai famosi peccatori dei libri illustrati di catechismo.
Vegetariano di devozione, precettava ovunque: la carne, mai.
Fu così che iniziò il massacro e per sostegno, Lei si aggrappò a me…
“Sei venuta”.Mi pare di udire piano nella muta terribile d’altra veste, la
sedizione accoppiata ad un paio d’occhi vaghi, stagnanti e non lucenti.
Le barbe filanti di bagliori stanchi, ci spiano attraverso le persiane dei
vetri.
Lei sprofonda sempre più nella poltrona, con il mozzicone spento al lato
della bocca.
Le sue dita giocherellano con i lembi di corde molli, intricandoli
incessantemente.
Alcuni fili roridi sulle tempie accentuano quell’aria da inferma bastarda
che permane nella piega morta delle labbra.
Mi guarda con un sorriso opaco e muove le spalle per farsi scivolare
addosso il negligé eburneo in seta e d’impeccabile pizzo.
I seni rimangono scoperti. Sono morbidi e pallidi; i capezzoli di un tenue
rosa profondo con merlature verticillate di lampone.
Ha scostato un poco i reni e divaricato le cosce, per mostrare le insegne
galliche della sua intimità, in un riposo tacito, mesto e contratto.
“Eccomi”. Si ode nel contempo.
Il mio corredo sensorio inizia a fluire in una torsione meditativa.
Lei continua a fare e disfare nodi.
I lacci in apparenza strettissimi, si sciolgono in un colpo tirandone il
margine.
Una parodia di sicurezza.
Come le Parche, che intrecciavano i fili per riannodare e slegare i
destini.
La cenere della sigaretta è sparsa sul tappeto.
Assolta nel contemplativo realizzo che la piccola fune leghi tutt’altro
che aria vuota.
Il barlume dei pertugi la rende luccicante, come un intreccio di lega
metallica a comandare l’approssimarsi dell’evento.
La Storia inizia qui, in questa stanza spoglia e disadorna.
Allungo il braccio e tocco le sue dita, portandomele alla bocca.
Io le ho calde.
Per quanto mi riguarda, tutto ha avuto inizio da una stretta e da quello
che allora prendevo per mano.
E’ da quell’incavo che Lei è esistita, da lì il mondo l’ha creata e
assecondata nel suo onnivoro fondamento. Le falangi carezzevoli guidate
verso i vestiboli acquosi che celano i miei bulbi umidi e stanchi. Orbite
sprofondate in profonde pozze di preghiera.
L’Amore così.
Resistito in tutti questi anni au pas de valse, in un’infatuazione
arcadica, con le mani congiunte a recidere fiori. Giravolte all’aria sulle
sciabiche note di pungoli audaci, nella pascolante fluidità di qualche
nota canzone.
Se dovessi chiedermi perché l’ha fatto, non saprei rispondere.
Forse, riesco a spiegarlo in un solo modo.
Io che ho tenuto le Sue carni strette alle mie e vi ho sentito le vene
picchiare selvaggiamente, non sono potuta penetrare con abiti sterili solo
per il piacere di avere vinto ed esserle resistita.
Il cerchio intorno ai nostri cuori non è mai stato stretto più di quanto
avrei potuto sopportare.
Nessun cappio intorno ai colli, niente catene a vincolare i nostri polsi.
Così quel cavo si è allentato, lasciando corda a sufficienza per non
ripararsi.
Corro fuori, rapita dalla spettrale alterità di un groppo impalato dentro
il petto.
La prodigiosa coscienza che per serbare un Amore, occorre ogni volta
saperlo perdere.
M’incammino verso il Mare, in uno di quei crepuscoli spugnosi dove va a
sradicarsi la frusta del vento.
Una dopo l’altra, le falci delle siepi accartocciano milioni d’occhi e
s’inchinano verso la terra.
Il mare allarga e si richiude su di me.
Rivoli d’acqua sbuffano a riva come gomitoli slegati e sciolti.
Il grande bacino liquido invita all’introspezione di un Autunno malato.
Lo stormire degli uccelli pare il fruscio di sottane in taffettà di donne
in fuga, scappate per sempre.
L’anno si ripiega su se stesso, inzuppato d’umidore che sale lento dalle
suole delle scarpe.
Ogni cosa sta per fermarsi, stupita.
Il freddo oramai si addensa in una promessa di ghiaccio.
La conserverò per sempre.
Intatta.
L’Amore così.
Reclina il capo e sposa l’Inverno.
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