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Incontrare la finzione
non implica soltanto un metafisico rinvio ad una nuova menzogna, ma il
confronto essenziale con il volto e la persona che abbiamo dentro.
Sotto la maschera, una lacrima asciutta.
Di cosa dovrò mai sentirmi colpevole?
Del fatto che mi sono entusiasmata per chi ho visitato, pregato, pianto o
goduto?
Rimango in bilico sui vestigi di un erotismo antico, nell’intrigante
compresenza di gesti estremi e riflessioni radicali che amo raccontare.
Uno dei miei falli, dal taglio squisitamente barocco, s’ispira ad una
classica situazione confusa e prammatica. Scaturita in una norma
quotidiana.
Il tema è molto semplice e propone un dilemma consueto.
La Passione di certe donne per maschi primitivi, moralmente e
intellettualmente insensibili. Comportamenti grossolani, appendici
penzoloni, linguaggi volgari e mani villane.
Energumeni giganteschi bagnati di profumo untuoso, infarciti di pustole
contaminate, ammorbate nell’animo e nel cuore.
In questa sera di baci, abbracci e revival, tutto assume un rilievo che il
sofisma cavilloso e colto, va patinando.
“Mi separo”.
Non ho prestato particolare attenzione allo sguardo di Rebecca, mentre si
lascia sfuggire questa frase. La guardo abbandonata sulla poltroncina di
velluto grigio, con le gambe aperte e allungate sui decolleté dorati e
luccicanti di Chanel.
Poi, in un improvviso impeto d’informalità infantile, mi punta l’indice
ingioiellato contro l’osso del fianco.
“Tocca a te”. Squilla, accennando un sorriso impudente tra le labbra.
“Cara, io non sono la Mantis raptatoria, planata sul Pianeta per le tue
scemenze.
L’automa sensuale che svirgola l’uomo in ampie contrazioni, sino a
castigare in architettura nervosa la perversa attitudine alle azioni
malvagie e spergiure”.
Mi ascolta compiaciuta.
Ha sempre amato le mie storielle complesse, minuziose e versatili in
materia scientifica.
“Che cosa vuoi esattamente da me?”. Sbotto, shakerando la doppia dose
d’assenzio della terza Fata Verde della serata.
“Devi vendicare i miei sogni infranti, Rouge. Il traditore deve pagare!”.
Straripa con impeto insolente che meriterebbe una tirata sonora di
capelli.
Io non sono d’accordo.
Me la sono cavata egregiamente per oltre 30 anni senza una sorella, una
socia, un’inquilina, un’accattona appostata davanti al mio marciapiede.
Non è certo il momento di stringere ricercate alleanze.
Inoltre, questa moderna cortigiana che mi trascino da tempo, non l’ho mai
digerita.
Memoria labile e superficialità stabile.
Schifosamente snob, viziata, impastata nella colonia d’animali dominanti a
popolare una Terra informe, di peste, corna e di chimere.
Adesso si è messa in testa di salire sul carro della libertà, con la
spudorata illusione di demolire la capanna per costruirci una villetta,
con ampio parco custodito. E magari due cuori e una fedina di brillanti.
Trama cupida e pittoresca che scorre solo nelle pellicole di Hollywood.
Questa risibile interprete deve aver inteso il mio addestramento al
Camposanto, come incarico ufficiale di un apostolato profetico.
Da Mantide Religiosa.
Per ristabilire l’ordine improprio nell’emisfero disobbediente.
Una killer in tacchi a spillo, appunto.
Con licenza di uccidere.
Deve aver sbagliato film.
O zoo.
Così mi racconta per filo e per segno tutte le nefandezze del suo
compagno.
Bugie, defezioni, doppiezze a sostenere una metamorfosi di un processo
lento e deleterio d’anoressia amorosa.
Sull’onda d’intermittenze lunari e sfumata dall’alcool, decido poi di
accettare l’incarico.
L’esegesi finale mi pone innanzi un caso delicato e stimolante.
Per dicerie Lui l’avevo già incontrato.
Un giovane rampollo in carriera, saccente detentore di ogni verità.
Il profeta da Club esclusivo, che parla perfettamente l’inglese, il
francese, il russo e il tedesco.
Figlio d’industriali del Nord trapiantati sulla Riviera, a scardinare le
originali e pittoresche superfetazioni della nostra stirpe gloriosa e
marinaresca.
Che l’avesse pretesa e piegata in espressioni multilingue e gestioni
multifondo, mi risulta chiaro e comprensibile.
Inizio a perderci del tempo.
…Frequenta spesso un locale fuori porta, una specie di Night Club da 180
euro a bottiglia, frequentato da liftate indossatrici e deviate e rinomate
letterine.
Recupero in un lampo l’antica incensata valletta, seppellita in qualche
mio substrato.
Il cliché strategico e variabile tra la Divina Garbo e la figurina
Cappuccetto Rosso.
Parto in gran carriera, sbafando il biglietto.
Ma l’indole incantata ha subito il sopravvento.
Nella magia dell’artificio, la sfera di cristallo gira al centro della
pista e distribuisce un carosello di colori sui triviali avventori.
Una volta in rosa, poi in celeste.
Un giro cremisi e la rivelazione finale.
La trama squisita di una camicia di seta bianca, senza apparenti
contaminazioni di pieghe, ornamenti, onte, che gli diano spessore o
macchia.
Da lontano posso solo cogliere come quel sottile tessuto può sollevarsi
con il solo maschio respiro.
Un paradosso autentico. Il materiale che veste e spoglia, portando il
pensiero a tramare contro l’ombelico e battere sincrono e ritmico, in ogni
vaso del mio piccolo ventricolo.
Ho avvistato il traditore.
Vedendolo così, fluttuare come seta, sottoscrivo immediatamente la tesi
realista della sua condizione di segregato con un notturno d’aria.
Avanzo verso di lui per guadagnare un panorama più nitido sugli occhi
color turchino, sotto il cospicuo battere delle mie ciglia vere da Lili
Marlene, ribadite da una perfetta riga di eilyner.
E’ superbamente bello. Con denti stupendi.
In breve tempo realizzo che questo archetipo d’animale d’amore che
sconvolge la psiche di Rebecca, la possiede nella controra per poi tornare
sempre ad essere recluso, incompreso e rinnegato.
Si muove cauto per la sala, guadagnando aneliti senza rimanere a distanza.
Esercita fascino con suprema eleganza.
Trattiene le frequentatrici in stato ipnotico, dopo averle surclassate con
una battuta scoppiettante e un sorriso abissale ed improvviso.
Colgo solo, un’impercettibile stilla d’apprensione.
Le miss continuano a sfarfallare intorno, sussurrandogli all’orecchio
incomprensibili sillabe.
La muliebre sottomissione devota che ascolta e assorbe, stregata sotto il
vestito.
Lui risponde inibendo i gangli cerebrali, con un’espressione ebete e
trionfale.
I suoi occhi accesi, azzurri e profondi, diventano un mistero che si
abbatte su di me.
Recupero l’antesignana di tutte le veline e l’aggancio…
Alcuni giorni dopo mi rivedo con Rebecca, per un aperitivo.
Naturalmente al Caffe’ del Centro, nell’ora più squilibrata del
pomeriggio.
“Domani sera Rouge. Mi ha parlato di una cena di lavoro inderogabile. Sono
certa che il programma sarà un altro”.
Forse sto dando troppa importanza alla faccenda, osservando la sua smorfia
cinica e tutta la sua pletora di complesse teorie freudiane che mi vomita
addosso.
Ma sto imparando ad agire con cautela e la mia nube iconostatica ha
accolto le ultime turbolenze.
Spiega l’indirizzo della probabile location in una residenza di campagna e
mi molla al banco del bar, per correre al Centro magri e belli Figurella.
E’ tornata la sera.
E momento di prepararmi per il mio giovane ed attraente avversario.
Il complesso metodo cartesiano mi suggerisce rialzi di 11 centimetri per
competere con il suo 1,85, e tubino in raso, rosso vermiglio.
L’eroina di Perrault per infiammare il fegato e la polpa del muscolo
cardiaco di tutti i cospiratori.
La parte torbida del mio comportamento non si limiterà a violare tutti i
codici di cappa e spada.
Non ho vergogna d’attaccare con incongrua logica, l’informazione e la
prognosi della facoltosa conoscente violata.
Mi reco alla villa.
E’ famigliare questa strada deserta, dove sovente si osserva sui frondosi
tamarindi, un coagulo di torvo spessore di artigli infiorati, in funzione
di richiamo.
Un tegumento nero lucente che fa smettere di ragionare in termini di
valore o pudore.
Accosto l’auto dietro ad una siepe lontana e varco l’androne addobbato.
La scena è già superanimata.
Nel giro di pochi secondi una scia curiosa di sguardi mi si spalma addosso
e quasi a disagio finisco per sistemare al collo un fantomatico foulard
rosso, che credo di possedere.
C’e’ sempre qualcosa di teatrale nei miei atteggiamenti.
Uno scempio fantastico che accoppiato al fondato, trasforma ogni missione
in un colpo di stella.
Comincio a girovagare per le sale, soffermandomi in maniera non
convenzionale con alcuni ospiti.
Alla fine riesco a sgattaiolare in bagno e qui parto per il mio mandato.
Dalla porticina di servizio prendo le scalette di sicurezza, salendo ai
piani superiori.
Arrivo in una stanza dalla porta socchiusa.
Ci sono vestiti, indumenti intimi, scarpe, libri e cosmetici sparsi
ovunque.
Sento scorrere l’acqua ed immagino che qualcuno sia in bagno.
Volgo in quella direzione, cercando di non calpestare il corredo
sparpagliato a terra.
La camera è immersa nella penombra fitta delle imposte chiuse.
La sagoma di Lui scivola fuori della toilette, mentre l’acqua continua a
scrosciare.
Attacca così una filastrocca libidinosa, circondata da pochi fronzoli con
l’odore smielato della pece.
“Ti aspettavo Rouge”.
Sto per esorcizzare l’incantesimo ingiustificato di sua reginetta, signora
Rebecca.
Gli strappo le mutande.
Il pene oscilla, per arrestarsi in piedi come un misirizzi.
Il suo sguardo è immobile, con gli occhi chiusi.
Le dita protese a iperventilare..
Un essere umano preso e riportato all’origine.
Un organismo corposo uguale a tutti gli altri.
Da Mantis autentica, dovrei aspettare il succo prima di mangiarmelo.
Striscio in avanti con la vulva, una lucida ellissoide rosa con brevi
tentacoli raggiati.
Poi spalanco le gambe per mostrare al mendicante la via giusta.
“Ah, Fierezza!”.
Allungo la mano verso il basso.
L’erculeo oggetto, ben marinato, si sta convertendo.
Con il mento all’inguine, inizio a stantuffare.
Non odo né gemiti, né parole, né grugniti.
Fonemi primitivi gorgogliano in fondo alle gole.
Le mie ali dischiuse e il suo cuore abbattuto sul mio petto.
Restiamo allineati, bilanciati, protesi nella camera genitale verso il
fallo, un rampino erotico che impedisce che ogni cosa accada.
O viceversa.
Il maggior presagio che rileva calore, odore e bugia.
Dannato sforzo e dispendio d’energie della specie intelligente.
Il sifone dei nostri spiracoli perfettamente sciatti, inducono le
abitudini a pretendere tutto.
La fedeltà e la gratitudine, l’abbandono e la sterilità.
Con orgoglio spalanco le braccia come a spiegare la bandiera di guerra.
Vibro ancora ipnotizzando l’essere senza riuscire più a tornare indietro.
Procedendo in attitudine spettrale, compio il mio destino.
Nel ragionamento sanitario ed estetico, il segnale della mia muta è una
Passione generale su tutto il corpo. Una sola contrazione e la cuticola si
apre in mezzo al muscolo e alle braccia.
Filettando l’apertura allargo e dopo alcuni istanti sfilo la vecchia
protezione.
In un modello inverso, nuovo.
Contraggo le pelvi, amplificando la scena cadaverica che stringe al
culmine.
La competizione di scarichi secrezionali in una trombata chimica, igienica
e mistificatrice.
Una capsula lenta di DNA impiantata nel grembo affamato e castigatore.
Lo spasmodico desiderio lo fa acquattare in un tentativo bizzarro di
ripararsi, senza neppure rischiare il Volo o il Giudizio.
Rimane fermo, bombardato dalla mia logorrea cosmica mista a ferormoni.
La pressione penica comincia a degenerare.
La chitina scricchiola e nella smagliatura del guscio sfondo il membro al
mio bel maschio.
Sì.
Conosco bene il grido del condannato.
Assomiglia al singhiozzo convulso di un bambino o al singulto ultimo
dell’impiccato.
Risonante percezione d’Infinito.
Una supplica devota che si leva ad ogni mio arrivo.
La lava pura comincia a divorare e il cuore precipita.
In punta di labbra, Lui smette di celebrare i suoi istinti e i tesori.
Riemergo dalla trasfigurazione più grande e più forte di prima.
Con l’armatura potente per affrontare il giorno nuovo.
Nella lotta d’Amore dove giocano forze impari.
L’astuzia e il calcolo, la perversione e l’illusione.
Perché il piacere duri a lungo e per sempre.
La sapienza genetica muliebre riconosce e ristabilisce l’ordine.
La vita s’inginocchia al nutrimento primario.
La mente libra, in alto.
“E’ stato bellissimo”. Sussurro con voce rassicurante.
Esco dalla villa, elettrizzata e felice.
L’autoconservazione rimane intrappolata nella motilità delle mie lunghe
gambe.
Rebecca ha avuto quello che si merita.
Ed anche lui.
Non troveranno mai un modo per stare insieme…
Giù la maschera!
Una lacrima vera.
La mia.
Perché non siamo tutti così chimicamente espliciti.
E il Romanticismo non sta nella coda.
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