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L’unico ricordo e’
questa finestra di fronte al mio letto di degenza, attraverso il cipresso
che si staglia fuori, in perfetto connubio con il vento liofilizzato che
mugghia già dal primo mattino.
Sto affrancando parole che hanno odore di abbandono ma il cliché offerto
dal panorama riflette la mia scrittura frantumata e inoperosa; una
finzione chiusa, spartana, fredda come i muri di questa stanza,
cloroformizzati.
Vendere la Morte è lo strappo al foglio bianco.
Devo assolutamente pirateggiare la situazione.
Il quadro rattrappito continua a girarmi intorno: unico colore:il bianco,
che più bianco non si può.
Non mi resta che strapazzare tutti i circuiti sanguigni: rosso, rosso che
macchia il manto bianco che invade il posto.
Il bianco; l’insipidezza del cibo nei piatti di plastica, bianche le
lenzuola ruvide e increspate, bianche le tende, le tinteggiature, le
signore cortesi a comparsa in una catena di figuranti.
Un contrasto impressionante: Rosso su Bianco.
A sorpresa la vita propone uno slogan inatteso: le mie bombole colorate a
imbrattare questo candido pietoso.
Il culto dello spasimo mi ha sedotto tutto il corpo: l’equazione delle
fibre e dei miei geni e’ insolubile.
Sono appesa alla coda della cometa come fossi un budello agglutinato e
ripenso alla mia tavolozza di pastelli per dare un volto all’intruso, al
parassita, al dedalo intricato.
Ma il mistero impiccato e l’armonia instabile sono a farla da padrone: la
testa passa uguale, da una cornice vuota.
Posso crepare da sola, adesso, o proporre l’antidoto: varechina e subito
risciacquo.
Non conosco il messaggio d’urgenza ma ho letto cassetti di discorsi; sono
stata condizionata ad uno scarto della macchina di plastica e non mi resta
che tornare ad esplorare il disordine di parole, nella mia missione
fuorilegge, dove l’itinerario e’ sprovvisto di segnaletica, ma l’Atlante
segna sempre il punto di ritorno.
Il sudore impacchettato nello scafandro bianco; attendo l’esito fatale
dell’ultimo episodio, col fazzoletto rosso gettato a terra dallo
sconforto.
All’istante in questa brutta stanza ho riguadagnato i miei balocchi
preferiti: la Pupa Teresa, fulgida chioma accoccolata tra le mie braccia e
il Mago Frizzy, esausto di poteri, rannicchiato in un angolo tra smorti
cenci puzzolenti.
Ma il Prodigio langue ed io cerco l’inedito permesso.
La sofferenza in cella genera solo adesivo facilmente modulabile, mentre
il miracolo fisiologico ti cola tra le gambe con schizzi purpurei e
luminescenti, quegli stessi che ti portano poi a godere.
Rosso sul Bianco.
Fine della trasmissione.
Qualsiasi sia il livello del lavandino, so trovare il tubo di scarico:
rosso al bianco, volume su centimetro cubo.
Infondo ho solo sognato nello spavento, un corpo attorcigliato che
galleggiava verso il collettore, con brevissimi peluzzi chiari che
sciamano sul mio volto perduto e slavato, bianco, per l’appunto.
Mi sono tirata dietro questo fegato grasso d’oca nei peggiori alti e
bassi; il mio sorriso a denti di sega non confessa niente ai globuli nei
cilindri di vetro: io, Frizzy e Teresa non siamo immunodepressi e quindi,
adesso, ce ne torniamo a casa.
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