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Un nuovo tramonto,
pallido e lacero.
Si assottigliano le falci di rosa e di malva alla ricerca della voluta
arcana di una luna immobile, che presto comparirà tra le tenebre.
Un cielo triste da sciupare il cuore, l’ultimo commiato del sole.
Forse non rivedrò più la vera luce, il globulo sgonfio che va svanendo
nelle sue ombre allungate al Nadir.
Quel vuoto immenso, l’immagine del nulla che sparisce dietro una vecchia
Passione.
La parcella fatale destinata nella sua trasformazione a subire la vendetta
di uno spirito esausto che scivola via, cullato dalla sferza del vento e
della sabbia marina.
E’ una di quelle sere che ti guardi attorno e vedi le cose come se gli
occhi stessero per caderti dal pianto.
Aspetto, ma tu non arrivi.
Il mio Angolo è posto alla fine del corridoio, animato da noi due, un
presunto e forzato nucleo ragionevole.
In realtà è una gabbia per me, interprete dell’altra metà della specie.
La rassegnazione s’insinua tra le crepe dell’intelaiatura delle finestre
tanto che qui, il profilo solitario dello spazio che noi abitiamo, vacilla
e si disperde sul cortile vuoto, recintato da vecchi gelsi nodosi.
Ieri è successo ed accadrà anche oggi.
Qualcuno canta “Amami per sempre”, ma io non ne sono convinta.
Ti detesto come questi violini che frenano di colpo.
Arriverai come sempre dopo mezzanotte.
Annebbiato, sfibrato e spento.
Ti toglierai la giacca con indicibile lentezza, sfilerai i pantaloni e la
camicia e invece di abbracciarmi, ti ficcherai nel letto, con uno di quei
tuoi libri strani, Vangeli apocrifi guarniti da sentenziose
raffigurazioni.
Ho sempre conosciuto la tua normalità ma adesso sono al limite, sta
dilagando in me un violento impulso di ribellione.
Desidero ardentemente un Regno che non vuoi concedere.
Mi sento estranea e quasi avulsa.
Prima ti spedirò al mittente, tanto in fretta tornerò a governare sui miei
sudditi e sui desideri, che potranno divenire frutti gustosi e proibiti.
Questo è l’unico inconfutabile delirio al quale mi sono votata.
Mi siedo qui, quando la prima stella brilla attraverso la gelosia laterale
ed il mare è tavola ferma ed incantevole, pensando a ciò che dovrò dirti.
Ho fatto un passo in avanti ed ho compreso la strana barriera che si
frappone tra partorire un’azione e farla.
Riconoscerò il mio compito di decidere e solo a questo prezzo smetterò di
essere debole e riconquisterò il mio diritto ad un posto nel mondo.
Infondo i cervelli poco complicati non mi attraggono follemente.
L’avventura e l’ignoto con te non sono mai esistiti e non serve più
tagliare, sfrondare e buttare nel cassonetto i rami scomposti.
Io amo le inclinazioni che adottano nicchie selvagge, gli angoli incolti
ed i pruni selvatici.
Esigo qualche bizzarro ingegno che cresce spontaneamente in direzioni
scoordinate.
Il mio Eden deve avere qualche recesso nascosto, vero nascondiglio nel
Paradiso rigoglioso.
Dovranno peregrinare almeno due Vipere, le fonti di un umore ignoto, di
cui nessuno abbia ancora scandagliato il fondo.
Quei rettili che si muovono in un sistema veloce di contorcimenti piatti e
trasversali, precisi come colpi di frusta e lasciano dietro di loro
un’increspatura leggera sulla superficie.
Nell’attimo terribilmente breve, che nessun altro potrà mai fissare e
descrivere.
La Mela enorme ed asprigna che tu mi hai donato mi ha reso sconsolata e
spinta all’istante in una terra d’origine sconosciuta, l’arco allentato
dove non c’e’ musica per me, pianista dalle dita mozzate da licenziosi e
scontati compromessi.
L’Eliso della mia segregazione forma un’unione inorganica: la mescolanza
focosa tra riti arcaici e moderne tecnologie, testimoniate dal Minotauro
insediato sul deskop del mio computer.
Continuo a vivere in una dimensione senza focolare, dove maledico,
frantumo, polverizzo e rincollo la mia voglia prosperosa, nella brama di
un empireo magico e trascendentale.
La mia custodia solitaria e giornaliera di una Creatura affetta da una
terribile contrizione.
Stasera sono di pessimo umore ed alle mie abitudini personali si potrebbe
muovere più di un rimprovero.
Lo sguardo sta spiando nello specchio indovino, lanciando i primi strali
silenziosi del mio prossimo assalto.
Il vestito di stretch mi calza come un guanto, le dita vibrano, mentre
sfioro la stoffa.
Arriverai con un mezzo sorriso ed una litania soporifera di lamentele.
Con il solito immancabile incunabolo sotto braccio, che ti porti appresso
in una maledizione letale solo per l’habitat ed il significato che occupa.
Sarà essenziale nella tua regola del sabato sera, provvedere con una
formale ostentazione di sartoria, la giacca doppiopetto dalla linea
impeccabile, la camicia bianca design londinese e la larga cravatta
intonata con la sfumatura del tessuto.
Il tradimento per piattezza sostanziale che ogni volta, puntualmente
concedi.
Mi hai elevato oramai in una dimensione ritrita e primitiva.
Ho deciso che la farò finita.
Suona la mezzanotte e due fari luminosi ingranano il vialetto del
giardino.
Sembrano fatati; il fuoco si leva in due lingue di fiamma, come corna
incendiate di un cervo fiabesco.
Appari sulla soglia guardandomi in una maniera strana.
Con una selvatichezza ed un odore che mai ho conosciuto.
Questa sera nel tuo nuovo travestimento di nudità e luce della ribalta
sembri rispondere alla traiettoria della mia meteora, verso il limite
massimo delle nostre esistenze esacerbate, su nell’infinito, nella sommità
della Storia e della Vita.
Mi spingi brutalmente sull’alcova nutriente e florida.
Sei dannatamente bello.
Il tuo mento fa concorrenza alla statura altera.
La testa contiene i più incedibili disegni, ingranaggi pazzeschi e
infinità di carrucole per sollevare gli umori e creare abbracci
inverosimili.
I lobi delle orecchie hanno la stessa delicatezza delle mani, come
conchiglie dalle cartilagini tenere e trasparenti.
Il collo è un concentrato d’effluvi dall’odore virile della pelle, sotto
il calore dei capelli lucidi e setosi.
Il petto distende la sua grana solida, offrendo un tappeto soffice di
muschio maturo e spontaneo.
La bocca tumida e piena, assicura il succhio in dissolvenza, accucciandosi
con una vulnerabilità spaventevole e commovente tra le mie labbra.
A parte cazzi e libri, sei tu il Centro in cui voglio restare.
Ti scruto con il mio binocolo, osservando le tue fauci socchiuse al vento
di questo Universo ingombro.
Tu sei la noia che amo, l’ebbrezza di non conoscere mai l’antro
dell’antefatto del godimento, la piega segreta celata nel tuo rifugio
nascosto. Sempre inaccessibile, quando il mio respiro si allenta.
Mi fai eccitare.
Aprirti le gambe e posarci i miei fianchi.
Sbattermi dentro il tuo sesso tiranno e scivolare sulle sponde delle tue
acque saline e tumultuose, nel più grande tsunami complesso che ha segnato
la nostra versione cosmologica e biblica, luminosa e piena, profumata di
lussuria.
Stanotte il tuo corpo ha il colore della luna, il tuo culo accende i miei
desideri e di te voglio la fusione irresistibile, persa nel rampicante
silvestre dei tuoi occhi.
Le tue mani mi rendono felice e il mio sesso si riempie di sangue e della
tensione di esistere, in stato di grazia e beatitudine.
Non ho niente da dare, tranne il mio restare con te, supina, in angolo
retto con la spina dorsale.
Un filo bianco dell’astro pende dall’inferriata e rischiara con un
succulento glassato bagliore quel poco che ho da offrirti.
La visione in sequenza di custodie cinesi, una spirale di carni che stanno
aprendosi una sull’altra e ti trascina nel mio Giardino segreto, profondo,
che continua a recedere ai tuoi occhi.
Siamo in Caduta libera, il primitivo furto del frutto, l’Ultima e la Prima
destinazione.
Mentre gli orli degli abiti reclinano il loro capo sulla sedia come i
punti di un ricamo che si disfa, cede il Pomo della discordia rotolandosi
per le nostre Vite.
Con il fiato corto e la carne infiammata riusciamo a rimanere in alto,
nella polarità di una siepe di caprifoglio rorida d’umori, dove imperano
due indici inquisitivi ed inzaccherati, legati e congiunti tra loro.
Due Serpi attorcigliate con la lingua biforcuta.
L’indivisibilità.
Prendimi in tutti i modi che è possibile inventare.
Nell’Eden Originale io sono la nuova Eva e tu il mio unico Dio.
Il mio Signore.
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