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Notte.
La città è solo un reticolo di recessi, di tane appartate dove le reti
clandestine si smembrano pompando verso una muscolosa foce.
Cerchi lividi di luci elettriche rischiarano il dedalo onirico che lecca
la pancia di qualche animale sconosciuto.
Fauna strana e dolicocefala cava fiati dolciastri da arrotolate lingue di
signore, con la lucentezza liquida di una bava dal sapore portentoso in
bocca.
Lui sta sonnecchiando silenzioso.
Ha la palpebra nittitante vicina ad un bozzolo d’indumenti spiegazzati e
la testa abbandonata su di lato.
Dorme nel suo stato precedente, in una lunga sequenza che graffia, morde e
struscia di sghembo sulle arterie nude che tracimano per ruscellare nella
polpa.
Una volta sognava come tutti gli uomini, di brindare tête à tête con la
rugiada sotto pallide lune e davanti a cardini mugghianti di territori
senza confine.
S’immaginava d’avanzare nelle orme di terra bagnata di quelli che lo
avevano preceduto, con l’andatura elastica sincronizzata alla combaciante
intesa.
Per fiancheggiare una specie nobile, naturale e intelligente, simile a
lui.
Ma le stagioni l’hanno riarso, scurito e la pelle color del cuoio castano
si è totalmente rivestita di focature ruggine, lasciate addosso
dall’impostura selettiva, metodica e stereotipata.
I peli sono proliferati lungo il dorso irrigidito di carne cresciuta a
frustate.
Il timbro gutturale che proviene ora dal profondo della gola, si fonde in
un unico suono, un lamento.
Echeggia tra le fondamenta squassate degli strati profani della gente.
L’eccitazione insopportabile sta prorompendo in assalti di tosse; la brama
ispessita gli ha irrobustito i muscoli delle cosce e per quanto teso sia
l’arco vibrante dei piedi, usa soltanto lo svilimento per accovacciarsi ed
ammansire il corpo.
Come ogni Notte, si sveglia in una sacca di rumore d’auto in colonna,
sotto il tamburellare dei clacson che scioccano battenti in una sonora
gragnucola di schiamazzi.
Lancia uno sguardo furtivo dall’altra parte dello stabile, dove giace in
dormiveglia la ragazza.
Come sempre ha dimenticato di far scorrere il drappeggio.
La prima avvisaglia devastante e vertiginosa di una fitta arrapante
nell’encefalo.
Lei è seminuda.
Le labbra della vagina sembrano velate.
Passato il primo delirio si rizza sulle gambe agili e sciolte per spiccare
il salto, ringhiando ed esibendo i canini affilati e bianchi.
Con quattro falcate è già in prossimità della preda.
Si avvicina alla sponda del letto e s’arresta, liberandosi degli ultimi
orpelli.
Un filo bianco di luce fioca cade languidamente dalla penombra, tanto da
illuminare tutte le parti intime d’ancestrale ed intensa luminescenza.
Lei riposa ancora.
Con le guance macchiate di rosso per gli sfregamenti del suo uomo
imbarbarito e dai desideri schietti, eternamente inappagati.
Indossa una camicia impalpabile che misteriosamente è riuscita ad
avvilupparsi intorno al busto, in modo da farlo diventare un antiquato
tegumento aderente.
Lui fiuta tutti gli odori.
Nella tromba del suo abbattimento la vuole riesumare.
Riportarla alle proprie origini, concimandola di humus della sua
selvatichezza.
La bracca nei quattro angoli del giaciglio in uno stato di guardia,
segnalando la sua presenza di compagno devoto e da sempre invaghito, con
un latrato sincopato che rintrona tra le sfumature buie dei muri.
Il richiamo congenito a diffondersi nel femminino grembo.
L’unica rotondità ragionevole, rimasta a fecondare la redenzione degli
uomini.
Lei raccoglie agile il segnale.
Spalanca gli occhi affrancata da ogni sedimento epidurale.
Il monte di Venere, vulnerabile e docile è come un tulipano sul punto di
sbocciare.
Si toglie la membrana trasparente e infila una mano tra le gambe, nel pelo
ricciolo già rorido d’umore.
Lo strabiliante flusso del tasso bestiale nel sangue inizia a sgorgare.
Lui si punta sulle gambe e balza sul letto.
La sedicente oggettività scientifica suggerisce l’istinto empatico di
montarle sopra.
La stazzona con forza.
Lei accalorata, strofina la faccia contro il lenzuolo e mordicchia il
vello di carne abile e marmorea che scodinzola sopra di lei.
Allarga le gambe prima una dopo l’altra, come un mammifero che scarica,
urlando e gemendo con tutta l’anima in un lamento di stertori primordiali.
Finisce supina a quattro zampe, trascinandosi la foia aggrappata sui
fianchi.
Si sorregge sui reni e chinata dietro a lui, inizia a mungergli il sesso
sguinzagliato.
Con il muscolo dardeggiante della lingua sanguinea, s’accanisce tra le
gambe e le natiche, rovistandogli l’ano peloso in un delirio passionale e
degenerato.
Per spingersi da sola tutte le dita nella vagina cedevole, vischiosa e
mordente come una lente convessa e spalancata.
Non la finisce più di farsi eccitare.
Lontano dallo sbranarsi, la bestialità insegna a godere insieme.
Lui rimane al suo fianco.
La gira e la rigira; la sodomizza.
Lappa la sua fica brodosa come una ciotola di latte condensato.
La riempie in tutti i buchi, le piscia sulla faccia, si masturba sotto i
suoi occhi.
La trascina all’apice, strizzandole le tette e suggendo i lobi rotondi
delle orecchie.
I corpi rinvigoriti s’amalgamano in un cesellato di profusioni.
La sporca e la purga.
Le fa mille effusioni, per imprigionarla prona e guaire di piacere.
E’ la sua cagna, il suo pasto, la compagna, il compimento.
E’ la Padrona.
L’alba si riaccende nel vapore azzurrino dei fiati che escono dalla bocca
del camino acceso.
Gli avambracci e le natiche di Lei si confondono nella penombra del
crepuscolo, come gusci d’uovo resistiti ad un cerimoniale torrido e
onnipotente.
Sul peso leggerissimo dell’afasia, lui la sta servendo senza tregua.
Nella colata traboccante di primitiva e ferina appetenza, l’irrumazione
rituale consegna al primordio vividi buchi di bracieri incandescenti.
All’improvviso, uscito dal nulla, appare un uomo sull’uscio della casa.
La guardia del corpo rimbalza di qualche passo come un cucciolo strappato
dai capezzoli della madre, per allontanarsi via.
Scappa sorreggendosi sui garretti snelli.
L’unico modo di fuggire attraverso la magnificente effettività incivile
con cui questa stirpe si arroga il diritto di comandare gli altri.
E’ il marito, con il quotidiano in mano, che rientra dal turno di notte.
Si disfa uno ad uno degli indumenti con la solita flemma da cane
bastonato.
Li ripiega e posa nei ripiani in sequenza dell’armadio.
Poi si accoccola nel talamo vezzeggiando la sua sposa, nella penosa
dipendenza che un gesto pio e fedele può solleticare l’originario istinto.
E’ Giorno.
La città si risveglia sotto il velo bagnato del crepuscolo, in una pania
uggiosa di un milione di dita molli a scompigliarsi nel saluto.
Spacciatori di sogni tramano lascivi nei crocicchi chiassosi dei rioni,
prostrati a testa bassa sulle piaghe degli odierni stelloncini di
giornale.
La bruma aranciata illanguidisce le bocche allenate dei passanti,
rigurgitando visioni e teorie esperte in un vassoio bollente di caffè e
bignè ipocalorico senza crema.
Calore ardente e cibo adeguato per il nuovo impegno.
Le nozioni, senza la titillazione prodotta da un’indole fiera che non
assomiglia mai a quella pregressa, sono inculcate proprio come si
applicano le fregole moderne.
Anelando prolungati orgasmi e lasciando a secco ogni singola menzogna.
L’umanità spiffera da mari e monti come un animale imbastardito in una
galera.
Un Dobermann baldanzoso e la sua Signora stanno passeggiando sul
lastricato ingiallito della via.
Brindano agli ultimi flussi che s’imbrattano sul fondo.
Il fortuito augurio di ritrovare liberazione in sopravanzo alle naturali
questioni terrene.
La sorgente di tutti i sostentamenti.
Sì, c’è ancora qualcuno disposto a donarci la nostra prima pelle.
Liberiamo le gabbie.
La caccia è aperta.
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