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Ci credo davvero?
Posso convincermi che una volta celeste priva di significato fisico
intrinseco, possa spiombare le spille di sicurezza, prendermi per i
capelli e trascinarmi via, oltre lo spazio aperto?.
Se smetto di credere, non posso più vivere e nemmeno volare.
Il mio indice è attivo sul bottone scoperto.
Spingo il replay.
Il passato sul tasto sinistro e il futuro su quello destro.
Ho fede in una resurrezione.
Ritornare a giocare.
Senza violenza, né violazione.
Il tuo sorriso sarà sempre lo stesso, ma tutto il resto avanzerà usurato.
Ci dovrà pur essere un sistema per affrontarti.
Un metodo.
Una tecnica.
Un modo di farlo senza spargimenti di sangue e dunque esente dal dolore.
Provo a rievocare com’ero un tempo per non assomigliarmi ancora e a
com’eri tu, per non deluderti di nuovo.
Una manovra pericolosa.
Così sto inventando due nuove vite, un po’ come rievocare i morti.
Con loro non si riesce mai a capire se vogliono ritornare o desiderano che
qualcuno gli assomigli e li ricordi.
Il sole brucia con un tale desiderio, che pare stia disponendo il mondo
all’incendio fatale e finale.
Oramai in piena estate, continuo a girovagare con i vestiti roventi,
calpestando l’erbetta debole che cresce tra i ritagli del marciapiede
della mia Abissinia.
Afferro all’istante l’idea che non è il caso di farsi coinvolgere
nuovamente in un’avventura scritta in stampatello e postata sul solito
taccuino rosso.
Ma il destino ci ha scelto in differita e quindi siamo prossimi
all’incontro.
Non voglio preoccuparmi.
Infondo anche Psiche lesse nel lume della candela che il suo prediletto
non era un vero Angelo con le ali, bensì un uomo sbilenco e impoltronito
in troppe locuzioni.
Così le ci volle angustia e tormento per raggiungere l’estasi estrema
dell’Amore immortale.
L’aspetto più inquietante, sarà rivedere negli occhi un semidio o un
mostro irresistibile.
E’ più facile amare un demone che un uomo, anche se meno eroico.
Tu naturalmente agevoli la seconda definizione.
Nessuna asperità nascosta dietro lo sguardo inclemente, umido come marmo
nero, recondito come un’urna, tossivo come un condannato a morte.
La sindrome per contrasto che ti fa sentire un potente e fiero cavallo
lanciato in corsa, enfiato d’energia e d’esaltazione di autorità.
Ti scorgo da lontano nel tuo beffardo ghigno, stampato sulla faccia.
Ho smesso completamente di mentirti, ma qualche volta faccio finta
d’ignorati.
La figura è come avevo immaginato.
Forse più magra, con le maniche di camicia che danno origine ad una
lussureggiante selva di fili, quasi a nascondere le mani talmente
mangiucchiate e nodose da sembrare sventrate dai roditori.
I capelli ti cadono sugli occhi, incolti senza nessuna forma particolare.
Il viso scavato in un triangolo di pelle cotta tirata alle ossa, con le
orbite diritte e zenitali.
Consapevole del ridicolo retroscena continuo a dilungarmi nella tua stessa
direzione, come una furbesca delfina emaciata, incastrata nel classico
tema del doppio salto mortale.
Ti vengo incontro con la raccapricciante sensazione epidermica dello
sguardo posato sul collo.
Encomiabile la tua destrezza nel labirinto sonno sveglia, nell’individuare
e carpire l’esatto taglio peritoso del mio proposito.
Continuo a proseguire.
I vialetti ordinati da entrambi i lati e ogni macchina parcheggiata nel
quartiere, convergono e si dilatano, mentre io a grandi passi scavalco e
li supero.
Non sono ancora riuscita a spiegarmi come tu riesca a dominarmi dal
passato, con le parole sbilanciate, limacciose e corrette.
Infondo non sono una scienziata o un’indovina.
E nemmeno una Regina o una zoccola.
Solo una creatura idrodinamica, pencolante in un conflitto di esperienze
caudali, che condivide con te il totale disprezzo per la predazione
altamente disorganizzata della razza degli uomini.
Al mio comando l’ecolocalizzatore preme il quadratino scuro del replay.
Presumo che avrò a che fare con un degenerato con sembianze da missionario
o viceversa.
Già le vedo quelle dita sbrindellate afferrarmi la gola e strapparmi i
vestiti, mentre avrò le mani legate e la bocca turata.
Oggi, per l’incontro, ho persino evitato di indossare foulard e cinture,
ricordando storie di donne strangolate da maniaci con i loro stessi
accessori.
“Eccoti” mi accogli, inserendo distrattamente la monetina nel paletto a
croce del parcheggio.
Senza troppi convenevoli, decidiamo un giro in macchina, per rilassarci.
Guardo l’auto sportiva bianca, lustra e scattante.
Sembra uno sforzo troppo intenso per me, ma tutti abbiamo qualcosa da cui
scappare.
Viaggiamo ai bordi del Lungomare, con le gambe incassate sotto il
cruscotto in attesa d’una prossima apertura.
Tu con gli anfibi da foresta amazzonica in piena estate ed io protetta nel
mio involucro Dufour da chicca smielata.
Sei di profilo inconsueto.
Mascella squadrata e zigomi alti.
Quasi un modello poster da reclutamento nazista.
Io all’opposto,uno Smarties colorato.
Di quale gusto dominante, non mostro volontà di definire.
Ci appaiamo senza toccarci.
Non so esattamente cosa mi hai scombinato, ma intuisco che stavolta non la
passerai liscia.
Mi muoverò in modo che tutte le pozzanghere siano le tue.
Se non potrò averla vinta, non dovrai nemmeno tu.
Non sono più così sana di fisico e di mente, ma tengo strette le mie
difese immunitarie.
Il sole sul cemento diventa una furia e da suprema genialoide come sono,
rompo il silenzio.
“Di che segno sei?”.
Non credo di aver mai capito il senso di questa domanda, ma la pongo lo
stesso.
Da tempo ne ascolto il suono nelle orecchie ed è come se avessi imparato a
decifrarlo e redimerlo in una sonora risata.
“Sagittario”.
Il tuo dissennato nutrimento della curiosità verso di me, come
inesplicabile e imprevedibile candidato all’avventura, non è forse tutto
contenuto in questo conturbante presagio?
Questo mezzo uomo e mezzo cavallo ampolloso.
La sintesi a presiedere la trilogia del corpo, dell’anima e dello spirito.
Con la freccia puntata per errore al centro del tuo stesso cielo
illuminato, scalpiti e neghi forte sulle
gambe piantate a terra, l’evidente attaccamento ai godimenti mobili della
vacuità apparente.
Difficile il dialogo, complicato l’istinto.
Si srotola l’antica magnitudine plastica.
Con una pazienza straordinaria posso individuare da quali reconditi
anfratti della materia e della mente sei tornato a ripetermi le solite
frasi, gli stessi moniti.
Come nelle tue interminabili puntate al tapis roulant che la disfatta ha
poi confermato.
Nato sotto il tuo stesso segno, nel medesimo giorno.
Colui che non dice e già parla.
Quando cessa, persevera.
Già amato e per sempre perduto in un feudo lontano, mi sarei già
allontanata da te sicario, ergendomi nel mio più alto raziocinio.
Se non fosse per un precoce e salutare affetto che ti sussurrava che io
c’ero, anche se era troppo tardi per te.
Magari anch’io, sotto il segno dei Pesci, in quell’epoca lontana mi ero
inabissata come un polipo scolpito nella profondità recondita dietro
capziose recriminazioni.
Investigazioni fruttuose nei miei presagi, accennate dalla nube
d’inchiostro del mio stesso schizzo nero e difensivo.
Infondo ti ho già purgato nell’altra consistenza e il tuo corpo massiccio
sarò costretta a riconoscerlo così.
Gonfio d’alcool etilico trasparente immerso in una perla di vetro d’acqua
salina.
Tentacolare tizzone ardente, nuovamente spronato e risorto dall’onda.
Ritorno con la mente alla tua forza nel trattarmi, afferrando mani,
capelli e piedi.
L’ordine a doppia mandata di morsi e di baci, impartito per assecondare il
tuo gioco.
Ed io, ostile alleata nel più dissoluto nido d’Amore; femmina in carne ed
ossa, calzata e vestita e disponibile all’impegno, ho schermato il tiro
riproponendolo su di te. Diletto e incommensurabile arciere.
Adesso devo schioccare il dardo con un secondo anticipo.
La garanzia di un ultimo pronostico greve.
Infondo è tutto chiaro, ogni immagine scorre davanti agli occhi.
Un corpo caldo ne attrae un altro simile.
Il letto resterebbe inanimato e la casa vuota.
Così è scritto e decideremo ancora di abitarci.
Aspettando l’alba che viene a gonfiare le tendine di cretonne della
piccola stanza, incontro la tua ipocrondia così diversa dal mio sostenere.
E’ di resinoso miele l’impasto caldo dell’unico sapore della lingua, le
palpebre, i capelli appiccicati dal sudore amarognolo di un’intera notte
insieme.
Quella che assorbe il mistero del lato oscuro del nostro destino.
La donna bambina che ha ribaltato ogni regola per pura riluttanza del
tarlo dell’ovvio.
Indovinando in più fasi inquietanti ed anonime, raggelate dall’azione non
ancora compiuta, ma densa di un futuro straripante di femminina e maschia
ribellione.
Tu che spalanchi le braccia di fuoco come se non desiderassi altro che
svelarmi gli sconnessi artefici da più aspro partigiano del rifiuto
amoroso.
Cresciuto all’ombra di un appagamento effimero, soddisfatto nel tuo
girovagare solitario.
Non posso biasimare un’accorta carezza quando l’asta dominante e calda mi
scivola verso il basso.
Man mano che si distrae tutto il resto.
La linea della vita, i fianchi, le cosce, ogni umida cellula si risveglia
da questo brulicante oblio.
I tessuti si espandono al concepimento, il ventre schiocca e la noce del
cervello si contrae sino al punto di sparire.
La metamorfosi sta compiendosi di nuovo e riappare la cara creatura
stordita.
Mettere i collant la mattina mi reca la sensazione di essere sempre più
piccola e impotente, mentre tu, responsabile delle pieghe e delle fessure
del corpo che hai trattato, t’accresci sempre più grande ed offensivo.
Simile ed un’affidabile sensazione desueta, sto emanando contro logica
qualche potente invisibile odore.
Come una cagna in calore o una falena femmina, scatenata all’irresistibile
accostamento.
Rapace e imprevisto mi costringi in ginocchio, bloccandomi la vita.
Con la stessa violenza con cui mi hai protetta, ti abbranchi addosso per
immobilizzare le mani.
Ora sono le tue mucose a succhiarmi la pelle.
Voracemente molli, aderenti e ostinate come una ventosa d’ippocampo
marino.
Con un colpo secco d’anca cerco di divincolarmi e strisciare contro la
losanga di legno del vecchio portone, ma m’inchiodi contro qualcosa di
ruvido.
Un sonoro schiaffo sulla natica scoperta.
Poi un furente dolore da ingoio, la lacerazione di dentro lasciata a secco
di un’aria che non riesce ad arrivare.
Con le labbra incollate al mio orecchio sei già su di me, con uno straccio
di carta tampone.
“Ti aiuto”.
Nel patetico culto delle querule memorie, ti offri inerme e felice di
subire la nostra nuova violenza.
Distesi e nudi come animali squamati, siamo costretti a rigogliare, per
poi rinsecchire.
Le fasi salienti dell’acquiescenza all’Amore diventano potere di
trasgredire gli ordini.
Ad uso e consumo, lusinghiamo la nostra vanità di sopruso con l’alibi del
sentimento e della seduzione.
Il dito cede sul ghiribizzo del replay.
“Di che segno siamo”?
E’ bastato un attimo per riconoscerci.
Pesci e Sagittario.
L’acqua doma il fuoco ma la conflagrazione universale insegna l’eterno
ritorno del medesimo.
E l’oroscopo afferma pessimisticamente che non c’è futuro.
Meglio godere di questo medesimo istante, per ritrovare la sicurezza.
A patto di non fissarlo troppo a lungo.
E intensamente.
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