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Alice vive in alto, in una specie di sottotetto, che non è mansarda e
nemmeno soffitta.
Lei domina sulla città come da una gondola di mongolfiera.
Il panorama che si apre sotto ha le gambe spalancate: è come una puttana
accomodante dove chiunque può trovare posto nei suoi larghi abbracci,
anche se amarla costa un prezzo caro, molto alto da pagare.
Alice non è più tanto giovane e quindi cerca di non soccombere.
Si trucca pesantemente sopra i residui del maquillage di ieri e sotto la
patina di vernice stratificata dei manifesti promozionali di oggi.
Così traspaiono le imperfezioni, le occultazioni e gli illeciti.
Alla gente si presenta ghiotta, voluttuosa, ballerina, marinata, dolce
come un bombolone caldo appena sfornato, imbottito di crema.
Una melassa è la sua esistenza.
Questo è un momento strano, per lei, sospeso.
Vivere in alto è come abitare sull’orlo di un abisso, la vertigine che
prova riconduce ad una sensazione di confessione privata; il filtro di
metallo della sua stessa vacuità.
E ci vuole sprofondare, perché la sua innocenza è così imperfetta e la sua
sottomissione, impossibile.
Per gli uomini Alice è capace di tutto, anche se è vero che ne stima molto
pochi.
Loro non vogliono fare l’amore con una femmina, ma con un’icona di
giovinezza, di turgore, di perversione e di sottomissione.
Poco importa che sia un’immagine cartacea, sonora, virtuale, di gomma o di
silicone.
Il genere umano aspira all’allusione ottica e si consola con la meccanica.
Lei osserva, da lassù, trincerata nel suo solaio.
Strabuzza gli occhi come una grande intenditrice d’arte: lo sguardo
peculiare e intenso che svela l’attrattiva e il disprezzo.
Appoggia la fronte al vetro della finestra e per un attimo ha la
sensazione, di entrare in contatto con il turbine nero che si agita in
profondità, dentro di lei.
Immagini dense, tese, strappate ai muscoli, allo stomaco, alle viscere, al
palato, che scaturiscono e si animano di vita propria.
Avvezza com’è alla nuda schiettezza emotiva, non trova riparo alla sua
anima resa manifesta nella carne dell’atto d’amore e si commuove sempre,
di fronte al pudore struggente con il quale l’umanità, in preda al
desiderio, timidamente si sfoglia del ghiotto viluppo degli abiti che
indossa.
Si confonde un poco e lo stato d’ipnosi si spezza.
Come se un turbine di vento le ottura lo spazio tra le dita.
Superato l’incanto sentimentale, comprende che tutti gli individui della
comunità operano dentro, con insano appetito.
Lei mostra il fiore, e loro il dardo.
La sua angoscia a boccoli ora è densa cortina d’immagini, una tenda
intessuta di scene che affiorano dai tetti delle case e la fanno
rabbrividire.
Dall’esterno trapela il sussulto.
La città freme di fornicazioni perpetrate nelle pareti dei palazzi, e
riempie di schizzi ed urla gli oscuri vicoli che si accavallano nel
caotico reticolo innervato d’orgasmi.
Vede uomini e donne che si strisciano addosso e si cavalcano come
lombrichi senza coda e senza testa. Lo sfinirsi di furori sessuali in un
pozzo senza fondo, lo strazio delle bocche sigillate in qualsiasi
orifizio, delle lingue incollate ai genitali.
Una moltitudine d’organismi a quattro zampe che si sfregano l’uccello
nella bocca, di polpa in polpa, di sperma in sperma. Sederi pieni di morsi
e buchi intasati e masturbati.
La colla rappresa tra le cosce e sul ventre il ferro rovente delle
appendici organiche.
Dalle camere echeggiano gorgoglii di complicità, singulti, gemiti, scoppi
di risa soffocati con il palmo della mano.
Il mistero della vita e lo scopo dell’uomo è penetrarsi in tutti i modi
possibili.
L’unica regola: l’erettile che dona un piacere sconvolgente, gli orifizi
organici insaziabili in eterno.
La fame nella carne dell’altro.
Questi esseri con i coglioni depositati nel cranio e la fica errante a
bozzolo d’orecchino, che urlano ad ogni contrazione sessuale e tacciono
poi, codardi, per non gettare l’affabile maschera che li vuole rappezzare.
Allora lei tenta d’ispirarsi ai grandi amori; infila il guanto di velluto
per spianare le loro pieghe e raccoglie i fiotti come grani, bocciolo
unico e produttivo.
Ma la città è perfetta a sedurre con le troppe smorfie.
Di una bellezza monopolizzante ed esclusiva.
Alice domina la città, in una specie di sottotetto, che non è mansarda e
nemmeno soffitta.
Si laverà il trucco, prima o poi, con un raschio profondo, appena il
panorama uscirà dalla crisalide e guariranno gli ematomi e i lividi che
accompagnano la sua metamorfosi.
Poi tornerà a sorridere e parleremo ancora del valore degli uomini.
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