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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

     
 

Francesca Mazzucato

Enigma Veneziano

 

L’aveva penetrata di spalle, con delicatezza, infilandosi fra le sue gambe come se fossero state il riparo più caldo, la cuccia sempre sognata da un vagabondo sciupafemmine come lui. Nessuno dei due aveva capito più niente. Erano venuti all’unisono, e lui le aveva detto con un sorriso: “Voglio che la nostra vita futura sia come questo orgasmo”. 

 

La scrittrice, Francesca Mazzucato, definita recentemente dal IlSole-24-Ore  "La più nota e brava scrittrice erotic-chic italiana".

 
 
 
     
 
 

PREPARATIVI

Il silenzio all’improvviso, insieme al buio. Prima erano rumori consueti, un vociare insistente, passi affrettati. In un istante il vuoto. Non è facile rendersi conto del momento preciso, è come voler cogliere l’istante esatto del passaggio dalla veglia al sonno. Una sensazione come quella che si prova sognando di cadere, anzi di precipitare, quando la notte è più nera, senza scampo, cessati anche i rumori dalla strada, l’ultimo chiacchierio degli ubriachi, un baratro buio, la terra che frana, il cuore che modifica il battito. Uno smarrimento. I cambiamenti di umore e di luce, nell’arco della giornata, possono turbare davvero. Un improvviso smottamento interno, che sgretola certezze e comportamenti consolidati.

Successe così quel giorno, o almeno così iniziò. Con un sussulto simile a una accelerazione del battito cardiaco. Il silenzio, d’un tratto. Un apparente silenzio. Era un tardo pomeriggio qualsiasi, uno come migliaia d’altri: gli uffici svuotati, il rumore ovattato e discreto dell’impresa di pulizie al lavoro e una luce opaca proveniente da uno spiraglio della finestra, una luce da inizio crepuscolo. Le strade stavano lentamente riempiendosi di figure affaccendate, alcune buffe, altre eleganti, assorte, certe patetiche e tanto piccole. Se ci si pone come osservatori le persone sembrano minuscoli animali operosi. Così pensò quel giorno e sorrise. Alla sua faccia riflessa nel vetro e alle immagini che vedeva, in un succedersi rapidissimo di fotogrammi, come nei film muti che mostrano ai festival estivi, nelle piazze delle città. Quei film dove tutti si muovono a scatti, dove tutti sembrano bambole di pezza con gli occhi come spilli, o burattini molli, accasciati nelle soffitte dei teatri. Uomini e donne frettolosi con borse piene, giornali e borse della spesa. Piccoli segni della fine di alcune attività lavorative e dell’inizio imminente di altre. Tutti a camminare, a salire e scendere, a prendere la metropolitana al volo. Milano non si smentiva; polverosa, avvolta da una foschia grigia, i bar pieni per il rito immancabile dell’aperitivo e, sullo sfondo, la sua musica che risuonava: un brusio caotico, una sinfonia del “fare”, composta di brusche frenate, vagoni cigolanti, voci, facce, ambulanze, strilli di bambini, clacson.


Clara Raimondi spense con un gesto rapido la lampada di cristallo sulla sua scrivania di legno. Era sontuosa, luccicante, esagerata e faceva una luce simile a quelle delle hall degli alberghi. Forse un po’ eccessiva, pensò, ma i soprammobili esagerati e barocchi le erano sempre piaciuti, fin da bambina. Le davano un senso di ricchezza, una serena sensazione di opulenza. Riempivano. Così come le piaceva avere la tavola colma di piatti e vassoi a casa o al ristorante. Tavole ben addobbate, profumate e ricche, pensate per la grande famiglia che non aveva mai avuto. Fantasie mulino bianco riflesse nel maniacale desiderio di accumulare piatti di cibo che alla fine non mangiava e tanti oggetti grandi, raffinati e brillanti. Ordinò un paio di schedari, raccolse alcune carte, e si fermò a contemplare l’ambiente rimasto in penombra. Il suo ufficio nuovo, pieno di quadri astratti molto colorati, manifesti di Ertè con eleganti donne stilizzate degli anni ’30, neanche un pezzo di muro libero.

I mobili, oltre ai documenti e agli schedari, erano occupati da oggetti di modernariato, una piccola collezione di tabacchiere, per terra lampade alogene americane dalle forme più strane. Oltre alla grande scrivania c’era un tavolo più chiaro per le riunioni, un comodo divano e la macchinetta del caffé, accanto ad un frigorifero simile a quelli degli alberghi, sempre fornito per ogni genere di esigenza. Era orgogliosa di come aveva sistemato quell’ ambiente, dove passava ormai la maggior parte del suo tempo. I contorni delle cose immerse nel buio erano gli stessi di sempre, lievemente sfumati e resi quasi irreali dall’oscurità, ma sentiva che era uno spazio suo, che la rispecchiava. Soltanto il nuovo acquario, illuminato dall’interno da alcuni piccoli faretti, brillava attraversato da pesci tropicali variopinti. Sorrise. Quella sera, nonostante la stanchezza, nonostante quel primo momento di smarrimento, cominciava a sentirsi distesa e serena.

Cercò di richiamare l’attenzione di un pesce. L’acquario era un lusso che si era concessa di recente, qualcuno le aveva detto che aveva un potere antistress e sapeva di poterselo permettere dopo la promozione a direttrice amministrativa. Era stato un colpo di testa, si era regalata una cosa speciale, ricordando un vecchio desiderio che l’aveva accompagnata durante l’infanzia, quando i pesci le apparivano come creature incomprensibili, strane e magiche, gli abitanti di un mondo parallelo e della laguna veneta che tanto amava. Creature sulle quali suo padre conosceva storie esotiche che l’affascinavano più di ogni altra cosa. Inutilmente, da bambina, aveva chiesto alla madre un acquario da tenere nella sua stanza ma la madre non aveva voluto. Le aveva comprato una lampada di cartone, con tanti pesci che si illuminavano una volta accesa. E il babbo era spesso assente, in giro a inseguire clienti e amanti più giovani, più stupide e dal seno sempre più grande. Quando tornava era carico di regali come Babbo Natale, aveva gli occhi umidi e colpevoli, e la mamma preparava la pasta tenendogli il broncio. Lei, per estraniarsi da quell’ ambiente cupo, con pochi soprammobili, con poca luce, con tanta tristezza e tanti rimpianti trattenuti, deglutiti amaramente davanti a un piatto di maccheroni o davanti alle lasagne fumanti, immaginava di nuotare in fondo al mare, di salutare alghe, cavallucci marini e pesci di tutti i tipi. Li trovava ipnotici, rilassanti.


Adesso possedeva il suo acquario, e aveva scelto il più grande e sfarzoso. Seguì con un dito il percorso di un pesce giallo e nero, una strana, impaurita traiettoria a zig zag e pensò con intensità al padre. Le capitava spesso. Il suo ricordo diventava improvvisamente intenso e doloroso ed era come averlo davanti ma non poterlo accarezzare, non poterlo toccare. Ricordava bene quando arrivava sempre troppo tardi, sempre affannato e frettoloso, quando poteva sfiorarlo, abbracciarlo, affondare nel suo odore di fumo e tabacco, fra le macchie furtive di rossetto che cercava di nascondere. La madre era un monumento al dolore, spesso aveva pianto di nascosto, in cucina, ma diceva che gli occhi erano rossi a causa del vapore delle pentole. Non si toglieva il grembiule, non baciava il marito. Abbassava il capo dicendo: “E’ pronto”. La cucina era l’unico luogo che sentiva suo. L’unico dove pareva sentirsi al sicuro. Lei, che non chiedeva niente, solo per la cucina aveva preteso. Un ampio tavolo da lavoro, ganci allineati per appendere gli utensili, pentole antiaderenti, coltelli americani di tutte le dimensioni, forchettoni, spremiagrumi. Tutto. Un regno. Dove non pesava l’assenza, o veniva elaborata insieme a intingoli e arrosti.

Clara invece aspettava lui e non faceva caso a quel viso segnato, a quell’aria di mesta rassegnazione. Un’infanzia di attesa. Di lunghe pause. Di conti con le dita, mancano forse due settimane, presto arriverà, lo sento. Tempi morti e poi l’emozione che non lasciava scampo, tutta insieme. Tornava. Lo sentiva dalle scale, come i cani. Diventava cucciolo scodinzolante. Lo lasciava appena varcare la soglia, poi lo baciava per dieci minuti e gli chiedeva subito da dove arrivava. L’uomo la stringeva forte, si sedeva sul suo letto e inventava le storie, il momento più bello. Ne sapeva tante: pirati, isole, acqua blu. Ecco, quell’acquario, l’aveva voluto come l’isola dei suoi sogni d’infanzia. Aveva seguito l’installazione in ogni dettaglio e l’aveva riempito dei pesci più rari e costosi. Una rivincita inconscia. Verso quella cucina perfetta, verso quella vita a perdere della madre, con soddisfazioni da nulla, cose sciatte come la merce dei discount. Lei voleva cose belle. Quella perfezione che sembra felicità. L’acquario era bello come il Natale. Perfetto nel suo ufficio a rendere ancora più intrigante l’atmosfera. Il giusto premio.

Non c’era cliente che, sedendosi sul divano o avvicinandosi alla scrivania per firmare un contratto, non le facesse i complimenti per il buon gusto con cui aveva reso l’ambiente accogliente, per la bellezza dei pesci rari che piroettavano sul fondo, fra giochi di luce e zampilli, per la bottiglia di vino pregiato che non mancava di stappare, in occasione di un contratto importante. Ormai era diventata un pezzo grosso. Clara Raimondi scritto su una targa d’oro. Anche quella la fece sorridere. La targa, lo status symbol. In fondo si lotta tanto per qualcosa e quando l’abbiamo sembra inconsistente come una bolla di sapone. No, era importante invece. Una promozione meritata e tanto attesa per la quale aveva lavorato duramente senza soste né vacanze. Un obiettivo. E poi riunioni, incontri, viaggi improvvisi e interminabili colazioni di lavoro. In soli cinque anni la sua ditta, Alessandri e Raimondi, era diventata una delle agenzie di pubblicità di maggior successo del paese e sicuramente la più in vista di Milano.

Clara sapeva che gran parte di quel risultato era merito suo, che in quell’ambiente della pubblicità aveva mosso i suoi passi iniziali fin dai primi contratti a termine dopo la laurea in Scienze della Comunicazione. Oltrepassò la scrivania per spegnere anche le luci dell’acquario e lasciare riposare i pesci, ma qualcosa attirò la sua attenzione. C’era una foto sepolta da una pila di documenti, una foto dimenticata o forse volutamente messa via, per nasconderla allo sguardo. Ne vedeva nitidamente uno dei lembi ma non riusciva a ricordarsi di che cosa si trattasse. Forse una vecchia foto dell’università sfuggita alla razzia (anni prima le aveva buttate tutte, pensava di essere venuta male, di avere un abito fuori moda e quei cinque chili di troppo che si notavano tutti). La prese rovesciando un paio di schedari e osservò con interesse il volto impresso sopra. Era un bell’uomo, di fronte a una casa di campagna, e sorrideva con la bocca ma anche con gli occhi: Stefano. Il cuore cominciò a batterle fortissimo e un brivido le attraversò la schiena. Ritornarono odori, sapori che credeva dimenticati, risate e carezze.

Le telefonate continue, il non potersi staccare, i progetti di felicità che non diventa mai uguale. Felicità di tende scelte insieme, di manifesti da fare incorniciare. Felicità di mandare al diavolo il mondo per stare insieme che solo quello conta. Tutto si materializzò in un istante mentre le mani cominciarono a tremare e lasciarono cadere alcuni fogli. Tutto stava riprendendo vita, per quanto tempo sarebbe stata così vulnerabile? Creta da scolpire dal vento delle nostalgie. Pane da lasciar lievitare. Così, fragrante e crudele, la sua mente iniziò a lavorare, a tessere incessantemente. Il dolore, le parole violente dette per ferire, il fumo di un camino, i baci, il sesso, lo strazio. Orditi slabbrati e sdruciti. Capì all’istante che lo spazio di Stefano era sempre rimasto vacante nel corridoio della sua memoria. A volte polveroso, ma sempre vacante. La tachicardia crebbe, tutto sembrava pulsare all’unisono con il suo cuore. Una passione senza scampo. Qualcosa di bello e avvolgente ma anche caldo. Pulsante. Una coperta, un peluche. Si sentì mancare. Un’eccitazione, incontenibile, furiosa, la stessa, ancora, dopo tanto tempo. Aveva creduto fossero vite indivisibili, solide e unite. Invece. Tutto diverso, tutto da buttare. Eppure… Nonostante quello che era successo fra loro, quando lo guardava o pensava a lui le prendeva una morsa allo stomaco, un contorcimento e poi un brivido, come all’inizio, come ai tempi della loro folle passione. Le fini e gli inizi sono fatti di liturgie simili, forse della stessa sostanza: l’ignoto, l’assenza, tutte le possibilità, il distacco.

Si erano incontrati a una cena con amici comuni, lei aveva appena lasciato un fidanzato di passaggio, una storia di nessuna importanza. Le piaceva lasciare, le dava un senso di forza, di fiducia, si sentiva invincibile. E quella sera, quella in cui si erano incontrati per caso alla cena, quella sera che mai avrebbe potuto dimenticare, si era presentata uno schianto. Curata in modo particolare, bellissima, sicura. Tutti le avevano fatto i complimenti dicendole che la trovavano incredibilmente sexy, la pelle abbronzata e un paio di pantaloni aderentissimi di pelle nera. 
“Vieni, Clara, che ti presento un caro amico, fa il fotografo”. 
Quando gli aveva stretto la mano le era parso scontroso, quasi irritante ma poi non aveva smesso di osservarla per tutta la sera, uno sguardo-radiografia, uno sguardo privo di pudore che raccontava solo un desiderio che non si voleva contenere. Lei era rimasta colpita dalla sua bellezza magnetica, dai suoi modi eleganti e ironici, dalla conversazione brillante. La serata era scivolata leggera, fra piatti gustosi, fumo e discorsi. Progetti di vite da cambiare, di lavori da modificare, sapendo che tutto sarebbe rimasto lo stesso. 


“Devo andare”, aveva detto lei, quando il sonno cominciò a farle chiudere gli occhi. Stefano s’era alzato in piedi. Perfettamente all’unisono. S’era offerto di accompagnarla a casa ma, una volta in macchina, avevano immediatamente cambiato idea ed erano andati a cercare un posto in collina, un caffé isolato dove poter bere ancora qualcosa, nonostante l’ora tarda. Non separarsi, non ancora. Un gioco di parole che ne sottintendevano altre, l’odore a inebriare e lo sguardo nello sguardo che era già un penetrarsi. Avevano sentimenti da zingari, desideri di stravolgimento. 
“Hai un fondo schiena che è un sogno”, avrebbe voluto dirgli ma le venne da ridere, non poteva, restò in silenzio, guardandolo guidare e sorridere. C’era una vista magnifica, l’atmosfera pareva di cristallo. Tutto era in gioco: promesse, piacere, progetti. Avevano ammirato il panorama e poi l’amore, una volta tornati in macchina, protetti dall’oscurità amica. Si erano desiderati da subito e adesso potevano lasciarsi andare, senza contenersi, senza far caso al buon senso, senza dar retta a nulla se non al loro istinto che li guidava uno verso l’altra. Non c’era rimedio, nessuno scampo. Se lo ricordava alla perfezione quel momento. Superstite per sempre. Si ricordava del bar, della città illuminata, del suo sguardo che, mentre il pene turgido si faceva strada fra le sue gambe, penetrava nei recessi del suo corpo e nel suo cuore, nell’anima, nei pensieri. Una passione rovente fatta di umori, di voracità e carezze.

L’aveva baciata per un tempo interminabile, un tempo di estasi assoluta mentre la città, complice, sorniona, sorrideva sotto di loro. Clara aveva ricevuto la sua lingua bagnandosi tutta ed eccitandosi come non mai, poi Stefano si era sbottonato i pantaloni e le aveva spinto la testa contro il suo membro, il cazzo più bello mai visto prima, e ancora, passati tanti anni, continuava a detenere quel primato. Si era chinata su quel pene impaziente, aveva cominciato a succhiare il glande molle e polposo, poi l’uomo l’aveva presa per i capelli spingendola per darle il ritmo e Clara era scesa fino ad ingoiarlo tutto, fino a tenerlo in bocca sentendolo strusciare sul palato. Era andata su e giù trattenendo il respiro, poi Stefano l’aveva sollevata e messa di lato, abbassando leggermente il sedile. L’aveva penetrata di spalle, con delicatezza, infilandosi fra le sue gambe come se fossero state il riparo più caldo, la cuccia sempre sognata da un vagabondo sciupafemmine come lui, usando le mani per carezzarle i seni e per solleticare il clitoride. Nessuno dei due aveva capito più niente, frasi rimaste a metà, calore, respiro ansimante, gemiti, umori e forse promesse, quelle promesse che, di solito, nascono dai fluidi del corpo e dal desiderio nella notte, e nei fluidi sono destinate a scomparire appena sorge il sole. Erano venuti all’unisono, e lui le aveva detto con un sorriso: “Voglio che la nostra vita futura sia come questo orgasmo”. 

Uno dei pesci le piroettò davanti e parve rendersi conto dell’emozione che provava guardando quella fotografia. Ritornò alla realtà. Si asciugò una lacrima che le aveva provocato quel ricordo riemerso violentemente e ancora così nitido. Con un polpastrello delineò i contorni del suo bel viso. Il successo dell’agenzia aveva avuto un prezzo: il fallimento del suo matrimonio. Matrimonio avvenuto quattro mesi dopo quel fatidico incontro, nella disapprovazione generale. 
“Sei matta, stai facendo uno sbaglio”.
“Non si fanno delle scelte importanti in maniera così precipitosa”, erano stati i commenti più gentili di amici e parenti quando aveva annunciato il suo matrimonio con Stefano, fotografo rampante, bellissimo, ambito. L’uomo che non aveva lasciato scorrere via le promesse di quella notte speciale, complice la città e tutto quel desiderio soddisfatto una, due, tre volte. Il suo progetto era invecchiare con Clara. Anche lei lo voleva, sapeva che era l’unica persona in grado di renderla completamente felice e di farla ridere.

Il matrimonio fu celebrato in una chiesetta fuori città, vicino a Bergamo, una chiesa di campagna, avvolta da una natura lussureggiante. Dopo, a casa, una grande festa con tutti gli amici. Una cosa informale e nello stesso tempo terribilmente snob. Erano felici e tutti notavano qualcosa di luminoso come un diamante nei loro sguardi, nei loro sorrisi. Per parecchi anni il loro matrimonio era stato una favola, una favola lieve che aveva fatto ricredere anche i più scettici. Una favola piena d’amore, di umorismo e di leggerezza. Se l’erano raccontata? Avevano voluto crederlo? Se si rilegge in questo modo la vita, nessuna felicità appare reale. Stefano si era rivelato pieno di attenzioni, dolcissimo e premuroso, con quel pizzico di fantasia fondamentale nei rapporti. Con lui Clara aveva imparato una cosa che faceva impazzire gli uomini. L’aveva istruita con sapienza a sodomizzarlo con sapiente lentezza utilizzando il dito medio della mano destra, lasciandolo delicatamente penetrale nel suo ano fino alla nocca. Era una cosa che lo faceva impazzire e che a Clara eccitava oltre ogni limite immaginabile. Era fatto così Stefano Vedeva ogni giorno bellissime modelle ma i suoi pensieri erano tutti per Clara.

Ogni fine settimana era una sorpresa, week-end in campagna, biglietti aerei per volare a Parigi nel piccolo hotel de charme che entrambi adoravano, brevi crociere. Ma c’era anche la carriera, e Clara non aveva mai pensato di metterla da parte. Una carriera importante che pian piano si era insinuata nel loro matrimonio come un nemico subdolo e silenzioso.
“Hai una cena di lavoro? Che peccato, mi ero liberato presto per portarti a cena in collina”.
“Scusami, avrei voluto avvertirti ma non ce l’ ho fatta, ti assicuro che non capiterà mai più, sai che preferisco la tua compagnia a quella di chiunque altro”.
E invece era capitato, ancora e ancora. Le facciamo accadere le cose? E’ la nostra trascuratezza colpevole dell’allontanamento di chi amiamo? Se non fosse stata completamente assorbita dal lavoro, avrebbe forse potuto rendersi conto di alcuni segnali inequivocabili apparsi dopo qualche tempo: Stefano che si fermava al lavoro fino a tardi, che doveva intrattenere i clienti durante il fine settimana, gli inaspettati omaggi floreali che evidentemente servivano a scaricare la sua coscienza. Quante volte era rientrato con splendidi mazzi di rose, bouquet e piante in eleganti e pregiate confezioni.

E poi c’era il sesso, sempre caldo e appagante, ma con qualcosa di diverso, piccole sfumature che lei captava a livello inconscio. Prima, la sua bocca entrava in lei con voracità e incontenibile desiderio, la sua lingua era capace di esplorarla per ore, saziandosi del suo sapore prima di penetrarla in tutte le posizioni. Adesso facevano l’amore con affetto, trasporto, ma quasi come un dovere, con carezze e parole che sembravano più una consuetudine che qualcosa di intimo e vero. Si può conciliare la propria vita con una calda abitudine? A volte forse, ma bisogna sapersi accontentare e non trascurare i dettagli. L’attenzione per le persone che amiamo è fatta spesso di minuzie, di cose che sappiamo cogliere, proteggere e scaldare. In quel periodo a lei di certo interessavano soprattutto i dettagli della più importante campagna di moda mare che la sua agenzia avesse mai trattato. Aveva sempre in testa quell’incarico, ne parlava in continuazione, anche quando lui annuiva cortese ma si capiva che non era davvero interessato, che avrebbe voluto parlare d’altro, fare altro. Clara pensava a un po’ di stanchezza, non immaginava affatto che stesse vedendo qualcun’altra, fino a quando la signorina in persona non le telefonò per informarla.

Fece una di quelle cose di pessimo gusto che si vedono solo nei film, disse poche parole inadeguate, irrispettose e violente con la vocina da bambola scema. Da manuale. La sua fiducia era incrinata per sempre. Tradito il loro sogno, i progetti comuni. L’orgoglio di Clara non le aveva lasciato alternative, se non quella di fare una scenata a Stefano per poi intimargli di andarsene. Il solito maledetto orgoglio. Una tragedia, qualcosa che non aveva mai messo in conto. Quella relazione durava da mesi e si era portata con se tutte le piccole meschine e dolorose conseguenze del caso, la freddezza a letto, poi le liti, le rivendicazioni e la perdita, una separazione che a loro non sarebbe mai dovuta capitare. Quel tradimento la offendeva come donna, offendeva il suo senso estetico, i suoi sogni, le sue fantasie. Sapeva bene che stava dando a quella donna esattamente ciò che voleva, ma non poteva fare diversamente.

E così il suo matrimonio finì come finiscono tutti: convocazioni di avvocati e lui che se ne andava portandosi dietro una parte delle sue cose, dicendo che avrebbe mandato qualcuno a prendere il resto, e sbattendo la porta senza neanche guardarla in faccia. Colpito, evidentemente anche lui pieno di dolore, travolto dalle conseguenze delle sue azioni e da qualcosa che, forse, non aveva messo in conto. Una scena straziante, dura, difficile da digerire. L’armadio vuoto, la scia del suo profumo nelle stanze e le tracce sugli asciugamani, i ricordi, abili ad arrivare all’improvviso, infidi e dolorosi come una frustata nella carne viva. Un fallimento. Quella sera, nell’ufficio in penombra, rimase a lungo con la foto in mano. Guardandola sentì riaffiorare lentamente il dolore, la rabbia e i pianti, da sola raggomitolata nel letto vuoto. Notti interminabili senza sonno, dove solo l’apparire della luce anemica dell’alba riusciva a darle un po’ di conforto. Le pareva ancora di sentire il sapore salato di tutte quelle lacrime amare, anche se era già passato diverso tempo, tre, forse quattro mesi, e si era sforzata di non pensare, buttandosi nel lavoro. Quel lavoro così importante e così maledettamente impegnativo.

Fece scivolare la foto in un cassetto e spense i faretti intermittenti dell’acquario. Mentre si dirigeva verso la toilette delle signore, si domandò come sarebbe riuscita a resistere fino al giorno seguente. Era stanca, stressata, desiderosa finalmente di una meritata vacanza. Aveva prenotato una settimana a Venezia, la città che amava di più in assoluto, la magica città sull’acqua, con la maestosa chiesa di San Marco, il ponte di Rialto, le piccole calli sulle quali si affacciano bellissime case coi davanzali fioriti. Venezia, la città-acquario, dove, appena poteva, andava a trascorrere qualche giorno per ricaricarsi e ritrovare il contatto con le cose e il piacere della bellezza. Amava tutto di Venezia. La città cartolina, soprammobili luminosi da tenere sulla mensola per sognare, la città souvenir. Un luogo carico di magia, di suggestioni e ricordi. Immagini bambine, fumose nella memoria, ma pronte a invaderle la mente con tutto il loro calore. 
La prima volta c’era stata con suo padre. Lei e lui da soli, uno dei viaggi più belli della sua vita. Un evento. Lui viaggiava sempre di più, ormai i ritorni a casa erano rari e sempre carichi di quella pesante tristezza, ma si era ritagliato una settimana per la figlia, l’aveva portata a Venezia. Tanti anni prima, eppure le sembrava solo ieri… Lei piccola, la mano stretta alla sua, il profumo del sigaro, lo sguardo che vola intorno, colpita da tutto, un grande luna park di divertimenti, di cose da scoprire e da conoscere, soprattutto quella laguna che sapeva essere buia e minacciosa, e quelle barchette scure e strane che la solcavano, imbarcazioni sottili che non aveva mai visto prima. Di notte riposavano in alcuni approdi, e si notavano le sagome nere sulle onde frementi. 

… “Io me lo porterei a letto e gli farei infilare la faccia fra le mie gambe, dicendogli che così si curano i buoni rapporti fra colleghi… mmh… immagino la sua lingua che guizza sul mio sesso… caspita… lo immagino anche accarezzarmi il clitoride con un polpastrello come un musicista che suona uno strumento”.
“Davvero? Sei la solita porcellina ma adesso ti stupisco io. Da Valli mi farei prendere da dietro tenendo le calze indosso, magari appoggiata alla scrivania, sempre temendo che la Raimondi, tutta seria, apra la porta ed entri dentro”.
Scoppiarono in una risata. Fantasie leggere, sempre eccitanti. La donna matura che fa scoprire al giovane un mondo di delizie erotiche, di godurie mai sperimentate. Fantasie ribelli, immagini schiumose e carezzevoli. 


Dieci anni di meno, un’ambulanza che ti investe. Quindici anni di meno, qualcosa che si incendia. Di questo parlavano, di quell’incendio che sempre si sviluppa, che sempre arde. Una rinascita. Soprattutto una illusione feroce. Ottima come pettegolezzo nel bagno dell’ufficio, devastante nella vita. Se ci credi, se sei in grado di crederci. Uno scivolo percorso al contrario, l’inizio e la fine tutti insieme. Forse erano state le delusioni, ma si sentiva immune, disincantata, lontana da tutto questo e il fatto la indispettiva. Si era davvero chiusa come un riccio? Era davvero diventata una bigotta insopportabile? Clara lasciò che i pensieri la invadessero come un esercito disordinato. Molesti, ripetitivi e imbarazzanti. Si sentiva come una ladra, una cleptomane sul punto di essere scoperta, cercò di trattenere il respiro e passarono alcuni istanti che le parvero eterni. Finalmente si sentì scorrere l’acqua del rubinetto e poi le voci delle due donne diventarono via via più tenui mentre, con le loro scarpe ultima moda dai tacchi altissimi, ondeggiavano verso il corridoio. Clara si rese conto che stava impugnando il catenaccio della porta con tale forza che le si erano ferite le mani. Sentir parlare di uomini, di sesso e di fantasie così liberamente, e poi la fotografia di Stefano, quei discorsi su Valli e sulla sua immagine considerata bigotta e seriosa le avevano fatto un certo effetto.

Un uomo giovane e ambito, l’idea di una donna più anziana capace di insegnargli certe cose, di avviarlo a certi piaceri, i soliti preconcetti, eppure le sue mutandine erano umide, nonostante il riferimento a lei come una vecchia preside, che poteva irrompere nella stanza da un momento all’altro. E’ curioso riuscire a guardarsi e ad ascoltarsi dal punto di vista degli altri. Furiosa con se stessa per essersi lasciata scuotere così facilmente, scostò con un gesto la mutandina di morbida seta color ghiaccio e con una salvietta si asciugò il sesso bagnato. Le sue dita con un tocco lieve, quasi impalpabile sfiorarono il suo pube, affondando fra la peluria scura, inumidita da quelle inaspettate sensazioni e un fremito la percorse tutta attraversandole la pelle. Le mani di Stefano. Era ancora in grado di sentirle quelle mani eleganti, appena segnate da una antica bruciatura. Con quale maestria sapevano insinuarsi delicatamente tra le sue gambe, adagio, con grazia, lasciandola implorare che andasse avanti, affamate di lei e del suo piacere, andando alla ricerca del suo sesso. Mani capaci di essere velluto e pianta carnivora. Distruttrici e amorose. Si dimenticano cose ritenute importanti e si ricordano dettagli. Lei, quelle mani, avrebbe potuto disegnarle in ogni momento. Il mignolo storto, la voglia di mordere l’unghia, lui che non voleva e lei, che ugualmente, continuava. La grana della pelle, il profumo che costringeva il respiro a bloccarsi all’istante. Chiuse gli occhi, cercando di rincorrere quei momenti passati. Poi la sua mente andò a Nicola, a quel ragazzo… con che gusto avrebbe assaporato il suo tocco inesperto e goloso.

Anche lei, in fondo, non era diversa dalle sue colleghe. Stava cercando con tutta se stessa di scacciare i ricordi, di allontanare da sé quelle immagini conturbanti, ma era una lotta vana. I pensieri si attorcigliavano l’uno con l’altro. Era turbata, una morsa prepotente di desiderio represso e inesaudito da troppo tempo le serrava il ventre. Un calore crescente le inondava il corpo risvegliandole i sensi. Non capiva. Non si capiva. Non riusciva a riconoscere le sue sensazioni, a trovare una ragione coerente. Ci sarebbe riuscita a Venezia? Una gocciolina di sudore le attraversò la schiena scivolando lentamente fino a inabissarsi dentro di lei. Cosa le stava succedendo? In quell’attimo comprese che la sua vita non poteva continuare nello stesso modo. Era il suo corpo a dirlo, anzi a pretenderlo. Con la mente è facile mistificare ma la memoria del corpo non si può ingannare. Non era felice. Non si sentiva realizzata, desiderava e pretendeva di più dalla vita, voleva sentirsi completa, un tutt’uno, un intero, un frutto, una pesca succosa, una primizia di stagione, qualcosa di buono e goloso. Voleva sentirsi oggetto e soggetto di piacere e di non di lei.

Clara si scostò all’improvviso, raccolse le chiavi turbata, stranita, e gli disse bruscamente: “Ho fatto uno sbaglio, ti riporto a casa”. 
“Come vuole”, rispose lui, frettoloso, forse ferito con finta noncuranza, arrendevole, mantenendo quel lei che la faceva impazzire. Ritornarono alla macchina.
“Dove hai detto che abiti?”
“Via degli Ulivi, vicino alla rotonda”.
Clara fece per infilare la chiave ma con sua grande sorpresa Nicola la fermò: “Stai bene?”
“Naturalmente”.
Sentiva la pressione calda della sua mano, così la prese e se la portò alla bocca. Cominciò a succhiare e a mordere il pollice e poi, una dopo l’altra, tutte le dita. Era una delle cose più erotiche… 
…VERLAINE

Il tempo pareva essersi fermato. Quella serata da Vittorio somigliava a un antico baccanale. Musica, balli, abbondanti buffet pieni di cacciagione, ostriche, aragoste esibite in piatti di portata d’argento e decorate da sbuffi di maionese, frutti esotici, dolci. E poi il vociare degli invitati, risate, piccoli gruppi di figure mascherate, scene che parevano spezzoni di un film degli anni Cinquanta. Vittorio e il suo giovane efebo erano tornati nel salone e si erano uniti a un gruppo di uomini seminudi, due dei quali si baciavano senza curarsi degli altri attorno. In mezzo a loro c’era un ragazzo alto e magrissimo, coi capelli neri e lunghi fino al fondoschiena, dai lineamenti delicatamente femminei con gli occhi spiritati e la voce acuta, che declamava una poesia erotica di Verlaine dedicata alle donne:

Voglio innalzarmi verso le vostre cosce e chiappe,
Oh puttane, del vero Dio sole sacerdotesse,
Bellezze mature o no, novizie o professe,
E nelle fessure, nelle righe vostre vivere soltanto!

Piedi meravigliosi i vostri che van solo all’amante,
Con lui tornano e soltanto riposano,
A letto durante l’amore, poi gentili accarezzano
Quelli dell’amante che stanco e sbuffante si queta.

Stretti, profumati, baciati, leccati, dalle piante
Sino alle dita, succhiate una dopo l’altra,
Sino alle caviglie, sino ai laghi di vene lente,
Piedi più belli dei piedi d’eroi e d’apostoli

La vostra bocca amo tanto e i suoi giochi graziosi
Della lingua e delle labbra e quelli dei denti
Che mordono la lingua e a volte ancor meglio
Giochetti piacevoli come metterlo dentro
E i vostri seni, duplice monte di orgoglio e di lussuria
Tra i quali si issa talora il mio orgoglio virile
Per gonfiare a suo agio e fregare il testone
Come un cinghiale delle valli del Parnaso e del Pindo”.

“Oh sì, che poesia splendida. Certo Verlaine parla di donne, ma in realtà è una metafora. Siamo donne anche noi, non siamo uno splendido gruppo di “pazze finocchie” caro Vittorio?”

 



 

 
 
 
 
 

Il racconto è tratto da "Enigma veneziano" di Francesca Mazzucato - Collana Pizzo Nero Borelli Editore

 

IL LIBRO

 

Una storia che si dipana tra calli e campielli, tra alberghi a cinque stelle e feste a palazzo. Due amiche milanesi, con le loro aspettative sentimentali, decidono di trascorrere una vacanza a Venezia, scegliendola perché offre tutto: cultura, shopping, feste, divertimenti, occasioni, ma soprattutto un’atmosfera in grado di lenire le tristezze del passato e nel contempo alimentare i sogni per il futuro.
Una luogo dove tutto diventerà realizzabile.

 

L’AUTRICE

 

Francesca Mazzucato si occupa di erotismo, nuove tecnologie e narrativa di frontiera. La sua produzione letteraria analizza e descrive, sapientemente, i territori proibiti dell'erotismo e della passione. Ha pubblicato, tra gli altri: “Il diario di Carmen”, “Transgender generation”, “La sottomissione di Ludovica”, "Enigma Veneziano", Pizzo Nero - Borelli.
Pizzo Nero è una iniziativa editoriale unica nel suo genere: letteratura ed erotismo. L'internazionalità è data dal successo delle autrici, sia italiane che di altri paesi. Un'editoria specifica sull'erotismo. Una scelta di autori contemporanei che valorizza questa linea editoriale.

 

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