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PREPARATIVI
Il silenzio all’improvviso, insieme al buio. Prima erano rumori consueti,
un vociare insistente, passi affrettati. In un istante il vuoto. Non è
facile rendersi conto del momento preciso, è come voler cogliere l’istante
esatto del passaggio dalla veglia al sonno. Una sensazione come quella che
si prova sognando di cadere, anzi di precipitare, quando la notte è più
nera, senza scampo, cessati anche i rumori dalla strada, l’ultimo
chiacchierio degli ubriachi, un baratro buio, la terra che frana, il cuore
che modifica il battito. Uno smarrimento. I cambiamenti di umore e di
luce, nell’arco della giornata, possono turbare davvero. Un improvviso
smottamento interno, che sgretola certezze e comportamenti consolidati.
Successe così quel giorno, o almeno così iniziò. Con un sussulto simile a
una accelerazione del battito cardiaco. Il silenzio, d’un tratto. Un
apparente silenzio. Era un tardo pomeriggio qualsiasi, uno come migliaia
d’altri: gli uffici svuotati, il rumore ovattato e discreto dell’impresa
di pulizie al lavoro e una luce opaca proveniente da uno spiraglio della
finestra, una luce da inizio crepuscolo. Le strade stavano lentamente
riempiendosi di figure affaccendate, alcune buffe, altre eleganti,
assorte, certe patetiche e tanto piccole. Se ci si pone come osservatori
le persone sembrano minuscoli animali operosi. Così pensò quel giorno e
sorrise. Alla sua faccia riflessa nel vetro e alle immagini che vedeva, in
un succedersi rapidissimo di fotogrammi, come nei film muti che mostrano
ai festival estivi, nelle piazze delle città. Quei film dove tutti si
muovono a scatti, dove tutti sembrano bambole di pezza con gli occhi come
spilli, o burattini molli, accasciati nelle soffitte dei teatri. Uomini e
donne frettolosi con borse piene, giornali e borse della spesa. Piccoli
segni della fine di alcune attività lavorative e dell’inizio imminente di
altre. Tutti a camminare, a salire e scendere, a prendere la metropolitana
al volo. Milano non si smentiva; polverosa, avvolta da una foschia grigia,
i bar pieni per il rito immancabile dell’aperitivo e, sullo sfondo, la sua
musica che risuonava: un brusio caotico, una sinfonia del “fare”, composta
di brusche frenate, vagoni cigolanti, voci, facce, ambulanze, strilli di
bambini, clacson.
Clara Raimondi spense con un gesto rapido la lampada di cristallo sulla
sua scrivania di legno. Era sontuosa, luccicante, esagerata e faceva una
luce simile a quelle delle hall degli alberghi. Forse un po’ eccessiva,
pensò, ma i soprammobili esagerati e barocchi le erano sempre piaciuti,
fin da bambina. Le davano un senso di ricchezza, una serena sensazione di
opulenza. Riempivano. Così come le piaceva avere la tavola colma di piatti
e vassoi a casa o al ristorante. Tavole ben addobbate, profumate e ricche,
pensate per la grande famiglia che non aveva mai avuto. Fantasie mulino
bianco riflesse nel maniacale desiderio di accumulare piatti di cibo che
alla fine non mangiava e tanti oggetti grandi, raffinati e brillanti.
Ordinò un paio di schedari, raccolse alcune carte, e si fermò a
contemplare l’ambiente rimasto in penombra. Il suo ufficio nuovo, pieno di
quadri astratti molto colorati, manifesti di Ertè con eleganti donne
stilizzate degli anni ’30, neanche un pezzo di muro libero.
I
mobili, oltre ai documenti e agli schedari, erano occupati da oggetti di
modernariato, una piccola collezione di tabacchiere, per terra lampade
alogene americane dalle forme più strane. Oltre alla grande scrivania
c’era un tavolo più chiaro per le riunioni, un comodo divano e la
macchinetta del caffé, accanto ad un frigorifero simile a quelli degli
alberghi, sempre fornito per ogni genere di esigenza. Era orgogliosa di
come aveva sistemato quell’ ambiente, dove passava ormai la maggior parte
del suo tempo. I contorni delle cose immerse nel buio erano gli stessi di
sempre, lievemente sfumati e resi quasi irreali dall’oscurità, ma sentiva
che era uno spazio suo, che la rispecchiava. Soltanto il nuovo acquario,
illuminato dall’interno da alcuni piccoli faretti, brillava attraversato
da pesci tropicali variopinti. Sorrise. Quella sera, nonostante la
stanchezza, nonostante quel primo momento di smarrimento, cominciava a
sentirsi distesa e serena.
Cercò
di richiamare l’attenzione di un pesce. L’acquario era un lusso che si era
concessa di recente, qualcuno le aveva detto che aveva un potere
antistress e sapeva di poterselo permettere dopo la promozione a
direttrice amministrativa. Era stato un colpo di testa, si era regalata
una cosa speciale, ricordando un vecchio desiderio che l’aveva
accompagnata durante l’infanzia, quando i pesci le apparivano come
creature incomprensibili, strane e magiche, gli abitanti di un mondo
parallelo e della laguna veneta che tanto amava. Creature sulle quali suo
padre conosceva storie esotiche che l’affascinavano più di ogni altra
cosa. Inutilmente, da bambina, aveva chiesto alla madre un acquario da
tenere nella sua stanza ma la madre non aveva voluto. Le aveva comprato
una lampada di cartone, con tanti pesci che si illuminavano una volta
accesa. E il babbo era spesso assente, in giro a inseguire clienti e
amanti più giovani, più stupide e dal seno sempre più grande. Quando
tornava era carico di regali come Babbo Natale, aveva gli occhi umidi e
colpevoli, e la mamma preparava la pasta tenendogli il broncio. Lei, per
estraniarsi da quell’ ambiente cupo, con pochi soprammobili, con poca
luce, con tanta tristezza e tanti rimpianti trattenuti, deglutiti
amaramente davanti a un piatto di maccheroni o davanti alle lasagne
fumanti, immaginava di nuotare in fondo al mare, di salutare alghe,
cavallucci marini e pesci di tutti i tipi. Li trovava ipnotici,
rilassanti.
Adesso possedeva il suo acquario, e aveva scelto il più grande e sfarzoso.
Seguì con un dito il percorso di un pesce giallo e nero, una strana,
impaurita traiettoria a zig zag e pensò con intensità al padre. Le
capitava spesso. Il suo ricordo diventava improvvisamente intenso e
doloroso ed era come averlo davanti ma non poterlo accarezzare, non
poterlo toccare. Ricordava bene quando arrivava sempre troppo tardi,
sempre affannato e frettoloso, quando poteva sfiorarlo, abbracciarlo,
affondare nel suo odore di fumo e tabacco, fra le macchie furtive di
rossetto che cercava di nascondere. La madre era un monumento al dolore,
spesso aveva pianto di nascosto, in cucina, ma diceva che gli occhi erano
rossi a causa del vapore delle pentole. Non si toglieva il grembiule, non
baciava il marito. Abbassava il capo dicendo: “E’ pronto”. La cucina era
l’unico luogo che sentiva suo. L’unico dove pareva sentirsi al sicuro.
Lei, che non chiedeva niente, solo per la cucina aveva preteso. Un ampio
tavolo da lavoro, ganci allineati per appendere gli utensili, pentole
antiaderenti, coltelli americani di tutte le dimensioni, forchettoni,
spremiagrumi. Tutto. Un regno. Dove non pesava l’assenza, o veniva
elaborata insieme a intingoli e arrosti.
Clara
invece aspettava lui e non faceva caso a quel viso segnato, a quell’aria
di mesta rassegnazione. Un’infanzia di attesa. Di lunghe pause. Di conti
con le dita, mancano forse due settimane, presto arriverà, lo sento. Tempi
morti e poi l’emozione che non lasciava scampo, tutta insieme. Tornava. Lo
sentiva dalle scale, come i cani. Diventava cucciolo scodinzolante. Lo
lasciava appena varcare la soglia, poi lo baciava per dieci minuti e gli
chiedeva subito da dove arrivava. L’uomo la stringeva forte, si sedeva sul
suo letto e inventava le storie, il momento più bello. Ne sapeva tante:
pirati, isole, acqua blu. Ecco, quell’acquario, l’aveva voluto come
l’isola dei suoi sogni d’infanzia. Aveva seguito l’installazione in ogni
dettaglio e l’aveva riempito dei pesci più rari e costosi. Una rivincita
inconscia. Verso quella cucina perfetta, verso quella vita a perdere della
madre, con soddisfazioni da nulla, cose sciatte come la merce dei
discount. Lei voleva cose belle. Quella perfezione che sembra felicità.
L’acquario era bello come il Natale. Perfetto nel suo ufficio a rendere
ancora più intrigante l’atmosfera. Il giusto premio.
Non
c’era cliente che, sedendosi sul divano o avvicinandosi alla scrivania per
firmare un contratto, non le facesse i complimenti per il buon gusto con
cui aveva reso l’ambiente accogliente, per la bellezza dei pesci rari che
piroettavano sul fondo, fra giochi di luce e zampilli, per la bottiglia di
vino pregiato che non mancava di stappare, in occasione di un contratto
importante. Ormai era diventata un pezzo grosso. Clara Raimondi scritto su
una targa d’oro. Anche quella la fece sorridere. La targa, lo status
symbol. In fondo si lotta tanto per qualcosa e quando l’abbiamo sembra
inconsistente come una bolla di sapone. No, era importante invece. Una
promozione meritata e tanto attesa per la quale aveva lavorato duramente
senza soste né vacanze. Un obiettivo. E poi riunioni, incontri, viaggi
improvvisi e interminabili colazioni di lavoro. In soli cinque anni la sua
ditta, Alessandri e Raimondi, era diventata una delle agenzie di
pubblicità di maggior successo del paese e sicuramente la più in vista di
Milano.
Clara
sapeva che gran parte di quel risultato era merito suo, che in quell’ambiente
della pubblicità aveva mosso i suoi passi iniziali fin dai primi contratti
a termine dopo la laurea in Scienze della Comunicazione. Oltrepassò la
scrivania per spegnere anche le luci dell’acquario e lasciare riposare i
pesci, ma qualcosa attirò la sua attenzione. C’era una foto sepolta da una
pila di documenti, una foto dimenticata o forse volutamente messa via, per
nasconderla allo sguardo. Ne vedeva nitidamente uno dei lembi ma non
riusciva a ricordarsi di che cosa si trattasse. Forse una vecchia foto
dell’università sfuggita alla razzia (anni prima le aveva buttate tutte,
pensava di essere venuta male, di avere un abito fuori moda e quei cinque
chili di troppo che si notavano tutti). La prese rovesciando un paio di
schedari e osservò con interesse il volto impresso sopra. Era un bell’uomo,
di fronte a una casa di campagna, e sorrideva con la bocca ma anche con
gli occhi: Stefano. Il cuore cominciò a batterle fortissimo e un brivido
le attraversò la schiena. Ritornarono odori, sapori che credeva
dimenticati, risate e carezze.
Le
telefonate continue, il non potersi staccare, i progetti di felicità che
non diventa mai uguale. Felicità di tende scelte insieme, di manifesti da
fare incorniciare. Felicità di mandare al diavolo il mondo per stare
insieme che solo quello conta. Tutto si materializzò in un istante mentre
le mani cominciarono a tremare e lasciarono cadere alcuni fogli. Tutto
stava riprendendo vita, per quanto tempo sarebbe stata così vulnerabile?
Creta da scolpire dal vento delle nostalgie. Pane da lasciar lievitare.
Così, fragrante e crudele, la sua mente iniziò a lavorare, a tessere
incessantemente. Il dolore, le parole violente dette per ferire, il fumo
di un camino, i baci, il sesso, lo strazio. Orditi slabbrati e sdruciti.
Capì all’istante che lo spazio di Stefano era sempre rimasto vacante nel
corridoio della sua memoria. A volte polveroso, ma sempre vacante. La
tachicardia crebbe, tutto sembrava pulsare all’unisono con il suo cuore.
Una passione senza scampo. Qualcosa di bello e avvolgente ma anche caldo.
Pulsante. Una coperta, un peluche. Si sentì mancare. Un’eccitazione,
incontenibile, furiosa, la stessa, ancora, dopo tanto tempo. Aveva creduto
fossero vite indivisibili, solide e unite. Invece. Tutto diverso, tutto da
buttare. Eppure… Nonostante quello che era successo fra loro, quando lo
guardava o pensava a lui le prendeva una morsa allo stomaco, un
contorcimento e poi un brivido, come all’inizio, come ai tempi della loro
folle passione. Le fini e gli inizi sono fatti di liturgie simili, forse
della stessa sostanza: l’ignoto, l’assenza, tutte le possibilità, il
distacco.
Si
erano incontrati a una cena con amici comuni, lei aveva appena lasciato un
fidanzato di passaggio, una storia di nessuna importanza. Le piaceva
lasciare, le dava un senso di forza, di fiducia, si sentiva invincibile. E
quella sera, quella in cui si erano incontrati per caso alla cena, quella
sera che mai avrebbe potuto dimenticare, si era presentata uno schianto.
Curata in modo particolare, bellissima, sicura. Tutti le avevano fatto i
complimenti dicendole che la trovavano incredibilmente sexy, la pelle
abbronzata e un paio di pantaloni aderentissimi di pelle nera.
“Vieni, Clara, che ti presento un caro amico, fa il fotografo”.
Quando gli aveva stretto la mano le era parso scontroso, quasi irritante
ma poi non aveva smesso di osservarla per tutta la sera, uno
sguardo-radiografia, uno sguardo privo di pudore che raccontava solo un
desiderio che non si voleva contenere. Lei era rimasta colpita dalla sua
bellezza magnetica, dai suoi modi eleganti e ironici, dalla conversazione
brillante. La serata era scivolata leggera, fra piatti gustosi, fumo e
discorsi. Progetti di vite da cambiare, di lavori da modificare, sapendo
che tutto sarebbe rimasto lo stesso.
“Devo andare”, aveva detto lei, quando il sonno cominciò a farle chiudere
gli occhi. Stefano s’era alzato in piedi. Perfettamente all’unisono. S’era
offerto di accompagnarla a casa ma, una volta in macchina, avevano
immediatamente cambiato idea ed erano andati a cercare un posto in
collina, un caffé isolato dove poter bere ancora qualcosa, nonostante
l’ora tarda. Non separarsi, non ancora. Un gioco di parole che ne
sottintendevano altre, l’odore a inebriare e lo sguardo nello sguardo che
era già un penetrarsi. Avevano sentimenti da zingari, desideri di
stravolgimento.
“Hai un fondo schiena che è un sogno”, avrebbe voluto dirgli ma le venne
da ridere, non poteva, restò in silenzio, guardandolo guidare e sorridere.
C’era una vista magnifica, l’atmosfera pareva di cristallo. Tutto era in
gioco: promesse, piacere, progetti. Avevano ammirato il panorama e poi
l’amore, una volta tornati in macchina, protetti dall’oscurità amica. Si
erano desiderati da subito e adesso potevano lasciarsi andare, senza
contenersi, senza far caso al buon senso, senza dar retta a nulla se non
al loro istinto che li guidava uno verso l’altra. Non c’era rimedio,
nessuno scampo. Se lo ricordava alla perfezione quel momento. Superstite
per sempre. Si ricordava del bar, della città illuminata, del suo sguardo
che, mentre il pene turgido si faceva strada fra le sue gambe, penetrava
nei recessi del suo corpo e nel suo cuore, nell’anima, nei pensieri. Una
passione rovente fatta di umori, di voracità e carezze.
L’aveva
baciata per un tempo interminabile, un tempo di estasi assoluta mentre la
città, complice, sorniona, sorrideva sotto di loro. Clara aveva ricevuto
la sua lingua bagnandosi tutta ed eccitandosi come non mai, poi Stefano si
era sbottonato i pantaloni e le aveva spinto la testa contro il suo
membro, il cazzo più bello mai visto prima, e ancora, passati tanti anni,
continuava a detenere quel primato. Si era chinata su quel pene
impaziente, aveva cominciato a succhiare il glande molle e polposo, poi
l’uomo l’aveva presa per i capelli spingendola per darle il ritmo e Clara
era scesa fino ad ingoiarlo tutto, fino a tenerlo in bocca sentendolo
strusciare sul palato. Era andata su e giù trattenendo il respiro, poi
Stefano l’aveva sollevata e messa di lato, abbassando leggermente il
sedile. L’aveva penetrata di spalle, con delicatezza, infilandosi fra le
sue gambe come se fossero state il riparo più caldo, la cuccia sempre
sognata da un vagabondo sciupafemmine come lui, usando le mani per
carezzarle i seni e per solleticare il clitoride. Nessuno dei due aveva
capito più niente, frasi rimaste a metà, calore, respiro ansimante,
gemiti, umori e forse promesse, quelle promesse che, di solito, nascono
dai fluidi del corpo e dal desiderio nella notte, e nei fluidi sono
destinate a scomparire appena sorge il sole. Erano venuti all’unisono, e
lui le aveva detto con un sorriso: “Voglio che la nostra vita futura sia
come questo orgasmo”.
Uno dei pesci le piroettò davanti e parve rendersi conto dell’emozione che
provava guardando quella fotografia. Ritornò alla realtà. Si asciugò una
lacrima che le aveva provocato quel ricordo riemerso violentemente e
ancora così nitido. Con un polpastrello delineò i contorni del suo bel
viso. Il successo dell’agenzia aveva avuto un prezzo: il fallimento del
suo matrimonio. Matrimonio avvenuto quattro mesi dopo quel fatidico
incontro, nella disapprovazione generale.
“Sei matta, stai facendo uno sbaglio”.
“Non si fanno delle scelte importanti in maniera così precipitosa”, erano
stati i commenti più gentili di amici e parenti quando aveva annunciato il
suo matrimonio con Stefano, fotografo rampante, bellissimo, ambito. L’uomo
che non aveva lasciato scorrere via le promesse di quella notte speciale,
complice la città e tutto quel desiderio soddisfatto una, due, tre volte.
Il suo progetto era invecchiare con Clara. Anche lei lo voleva, sapeva che
era l’unica persona in grado di renderla completamente felice e di farla
ridere.
Il
matrimonio fu celebrato in una chiesetta fuori città, vicino a Bergamo,
una chiesa di campagna, avvolta da una natura lussureggiante. Dopo, a
casa, una grande festa con tutti gli amici. Una cosa informale e nello
stesso tempo terribilmente snob. Erano felici e tutti notavano qualcosa di
luminoso come un diamante nei loro sguardi, nei loro sorrisi. Per parecchi
anni il loro matrimonio era stato una favola, una favola lieve che aveva
fatto ricredere anche i più scettici. Una favola piena d’amore, di
umorismo e di leggerezza. Se l’erano raccontata? Avevano voluto crederlo?
Se si rilegge in questo modo la vita, nessuna felicità appare reale.
Stefano si era rivelato pieno di attenzioni, dolcissimo e premuroso, con
quel pizzico di fantasia fondamentale nei rapporti. Con lui Clara aveva
imparato una cosa che faceva impazzire gli uomini. L’aveva istruita con
sapienza a sodomizzarlo con sapiente lentezza utilizzando il dito medio
della mano destra, lasciandolo delicatamente penetrale nel suo ano fino
alla nocca. Era una cosa che lo faceva impazzire e che a Clara eccitava
oltre ogni limite immaginabile. Era fatto così Stefano Vedeva ogni giorno
bellissime modelle ma i suoi pensieri erano tutti per Clara.
Ogni
fine settimana era una sorpresa, week-end in campagna, biglietti aerei per
volare a Parigi nel piccolo hotel de charme che entrambi adoravano, brevi
crociere. Ma c’era anche la carriera, e Clara non aveva mai pensato di
metterla da parte. Una carriera importante che pian piano si era insinuata
nel loro matrimonio come un nemico subdolo e silenzioso.
“Hai una cena di lavoro? Che peccato, mi ero liberato presto per portarti
a cena in collina”.
“Scusami, avrei voluto avvertirti ma non ce l’ ho fatta, ti assicuro che
non capiterà mai più, sai che preferisco la tua compagnia a quella di
chiunque altro”.
E invece era capitato, ancora e ancora. Le facciamo accadere le cose? E’
la nostra trascuratezza colpevole dell’allontanamento di chi amiamo? Se
non fosse stata completamente assorbita dal lavoro, avrebbe forse potuto
rendersi conto di alcuni segnali inequivocabili apparsi dopo qualche
tempo: Stefano che si fermava al lavoro fino a tardi, che doveva
intrattenere i clienti durante il fine settimana, gli inaspettati omaggi
floreali che evidentemente servivano a scaricare la sua coscienza. Quante
volte era rientrato con splendidi mazzi di rose, bouquet e piante in
eleganti e pregiate confezioni.
E poi
c’era il sesso, sempre caldo e appagante, ma con qualcosa di diverso,
piccole sfumature che lei captava a livello inconscio. Prima, la sua bocca
entrava in lei con voracità e incontenibile desiderio, la sua lingua era
capace di esplorarla per ore, saziandosi del suo sapore prima di
penetrarla in tutte le posizioni. Adesso facevano l’amore con affetto,
trasporto, ma quasi come un dovere, con carezze e parole che sembravano
più una consuetudine che qualcosa di intimo e vero. Si può conciliare la
propria vita con una calda abitudine? A volte forse, ma bisogna sapersi
accontentare e non trascurare i dettagli. L’attenzione per le persone che
amiamo è fatta spesso di minuzie, di cose che sappiamo cogliere,
proteggere e scaldare. In quel periodo a lei di certo interessavano
soprattutto i dettagli della più importante campagna di moda mare che la
sua agenzia avesse mai trattato. Aveva sempre in testa quell’incarico, ne
parlava in continuazione, anche quando lui annuiva cortese ma si capiva
che non era davvero interessato, che avrebbe voluto parlare d’altro, fare
altro. Clara pensava a un po’ di stanchezza, non immaginava affatto che
stesse vedendo qualcun’altra, fino a quando la signorina in persona non le
telefonò per informarla.
Fece
una di quelle cose di pessimo gusto che si vedono solo nei film, disse
poche parole inadeguate, irrispettose e violente con la vocina da bambola
scema. Da manuale. La sua fiducia era incrinata per sempre. Tradito il
loro sogno, i progetti comuni. L’orgoglio di Clara non le aveva lasciato
alternative, se non quella di fare una scenata a Stefano per poi
intimargli di andarsene. Il solito maledetto orgoglio. Una tragedia,
qualcosa che non aveva mai messo in conto. Quella relazione durava da mesi
e si era portata con se tutte le piccole meschine e dolorose conseguenze
del caso, la freddezza a letto, poi le liti, le rivendicazioni e la
perdita, una separazione che a loro non sarebbe mai dovuta capitare. Quel
tradimento la offendeva come donna, offendeva il suo senso estetico, i
suoi sogni, le sue fantasie. Sapeva bene che stava dando a quella donna
esattamente ciò che voleva, ma non poteva fare diversamente.
E così
il suo matrimonio finì come finiscono tutti: convocazioni di avvocati e
lui che se ne andava portandosi dietro una parte delle sue cose, dicendo
che avrebbe mandato qualcuno a prendere il resto, e sbattendo la porta
senza neanche guardarla in faccia. Colpito, evidentemente anche lui pieno
di dolore, travolto dalle conseguenze delle sue azioni e da qualcosa che,
forse, non aveva messo in conto. Una scena straziante, dura, difficile da
digerire. L’armadio vuoto, la scia del suo profumo nelle stanze e le
tracce sugli asciugamani, i ricordi, abili ad arrivare all’improvviso,
infidi e dolorosi come una frustata nella carne viva. Un fallimento.
Quella sera, nell’ufficio in penombra, rimase a lungo con la foto in mano.
Guardandola sentì riaffiorare lentamente il dolore, la rabbia e i pianti,
da sola raggomitolata nel letto vuoto. Notti interminabili senza sonno,
dove solo l’apparire della luce anemica dell’alba riusciva a darle un po’
di conforto. Le pareva ancora di sentire il sapore salato di tutte quelle
lacrime amare, anche se era già passato diverso tempo, tre, forse quattro
mesi, e si era sforzata di non pensare, buttandosi nel lavoro. Quel lavoro
così importante e così maledettamente impegnativo.
Fece
scivolare la foto in un cassetto e spense i faretti intermittenti
dell’acquario. Mentre si dirigeva verso la toilette delle signore, si
domandò come sarebbe riuscita a resistere fino al giorno seguente. Era
stanca, stressata, desiderosa finalmente di una meritata vacanza. Aveva
prenotato una settimana a Venezia, la città che amava di più in assoluto,
la magica città sull’acqua, con la maestosa chiesa di San Marco, il ponte
di Rialto, le piccole calli sulle quali si affacciano bellissime case coi
davanzali fioriti. Venezia, la città-acquario, dove, appena poteva, andava
a trascorrere qualche giorno per ricaricarsi e ritrovare il contatto con
le cose e il piacere della bellezza. Amava tutto di Venezia. La città
cartolina, soprammobili luminosi da tenere sulla mensola per sognare, la
città souvenir. Un luogo carico di magia, di suggestioni e ricordi.
Immagini bambine, fumose nella memoria, ma pronte a invaderle la mente con
tutto il loro calore.
La prima volta c’era stata con suo padre. Lei e lui da soli, uno dei
viaggi più belli della sua vita. Un evento. Lui viaggiava sempre di più,
ormai i ritorni a casa erano rari e sempre carichi di quella pesante
tristezza, ma si era ritagliato una settimana per la figlia, l’aveva
portata a Venezia. Tanti anni prima, eppure le sembrava solo ieri… Lei
piccola, la mano stretta alla sua, il profumo del sigaro, lo sguardo che
vola intorno, colpita da tutto, un grande luna park di divertimenti, di
cose da scoprire e da conoscere, soprattutto quella laguna che sapeva
essere buia e minacciosa, e quelle barchette scure e strane che la
solcavano, imbarcazioni sottili che non aveva mai visto prima. Di notte
riposavano in alcuni approdi, e si notavano le sagome nere sulle onde
frementi.
… “Io me lo porterei a letto e gli farei infilare la faccia fra le mie
gambe, dicendogli che così si curano i buoni rapporti fra colleghi… mmh…
immagino la sua lingua che guizza sul mio sesso… caspita… lo immagino
anche accarezzarmi il clitoride con un polpastrello come un musicista che
suona uno strumento”.
“Davvero? Sei la solita porcellina ma adesso ti stupisco io. Da Valli mi
farei prendere da dietro tenendo le calze indosso, magari appoggiata alla
scrivania, sempre temendo che la Raimondi, tutta seria, apra la porta ed
entri dentro”.
Scoppiarono in una risata. Fantasie leggere, sempre eccitanti. La donna
matura che fa scoprire al giovane un mondo di delizie erotiche, di godurie
mai sperimentate. Fantasie ribelli, immagini schiumose e carezzevoli.
Dieci anni di meno, un’ambulanza che ti investe. Quindici anni di meno,
qualcosa che si incendia. Di questo parlavano, di quell’incendio che
sempre si sviluppa, che sempre arde. Una rinascita. Soprattutto una
illusione feroce. Ottima come pettegolezzo nel bagno dell’ufficio,
devastante nella vita. Se ci credi, se sei in grado di crederci. Uno
scivolo percorso al contrario, l’inizio e la fine tutti insieme. Forse
erano state le delusioni, ma si sentiva immune, disincantata, lontana da
tutto questo e il fatto la indispettiva. Si era davvero chiusa come un
riccio? Era davvero diventata una bigotta insopportabile? Clara lasciò che
i pensieri la invadessero come un esercito disordinato. Molesti,
ripetitivi e imbarazzanti. Si sentiva come una ladra, una cleptomane sul
punto di essere scoperta, cercò di trattenere il respiro e passarono
alcuni istanti che le parvero eterni. Finalmente si sentì scorrere l’acqua
del rubinetto e poi le voci delle due donne diventarono via via più tenui
mentre, con le loro scarpe ultima moda dai tacchi altissimi, ondeggiavano
verso il corridoio. Clara si rese conto che stava impugnando il catenaccio
della porta con tale forza che le si erano ferite le mani. Sentir parlare
di uomini, di sesso e di fantasie così liberamente, e poi la fotografia di
Stefano, quei discorsi su Valli e sulla sua immagine considerata bigotta e
seriosa le avevano fatto un certo effetto.
Un uomo
giovane e ambito, l’idea di una donna più anziana capace di insegnargli
certe cose, di avviarlo a certi piaceri, i soliti preconcetti, eppure le
sue mutandine erano umide, nonostante il riferimento a lei come una
vecchia preside, che poteva irrompere nella stanza da un momento
all’altro. E’ curioso riuscire a guardarsi e ad ascoltarsi dal punto di
vista degli altri. Furiosa con se stessa per essersi lasciata scuotere
così facilmente, scostò con un gesto la mutandina di morbida seta color
ghiaccio e con una salvietta si asciugò il sesso bagnato. Le sue dita con
un tocco lieve, quasi impalpabile sfiorarono il suo pube, affondando fra
la peluria scura, inumidita da quelle inaspettate sensazioni e un fremito
la percorse tutta attraversandole la pelle. Le mani di Stefano. Era ancora
in grado di sentirle quelle mani eleganti, appena segnate da una antica
bruciatura. Con quale maestria sapevano insinuarsi delicatamente tra le
sue gambe, adagio, con grazia, lasciandola implorare che andasse avanti,
affamate di lei e del suo piacere, andando alla ricerca del suo sesso.
Mani capaci di essere velluto e pianta carnivora. Distruttrici e amorose.
Si dimenticano cose ritenute importanti e si ricordano dettagli. Lei,
quelle mani, avrebbe potuto disegnarle in ogni momento. Il mignolo storto,
la voglia di mordere l’unghia, lui che non voleva e lei, che ugualmente,
continuava. La grana della pelle, il profumo che costringeva il respiro a
bloccarsi all’istante. Chiuse gli occhi, cercando di rincorrere quei
momenti passati. Poi la sua mente andò a Nicola, a quel ragazzo… con che
gusto avrebbe assaporato il suo tocco inesperto e goloso.
Anche
lei, in fondo, non era diversa dalle sue colleghe. Stava cercando con
tutta se stessa di scacciare i ricordi, di allontanare da sé quelle
immagini conturbanti, ma era una lotta vana. I pensieri si attorcigliavano
l’uno con l’altro. Era turbata, una morsa prepotente di desiderio represso
e inesaudito da troppo tempo le serrava il ventre. Un calore crescente le
inondava il corpo risvegliandole i sensi. Non capiva. Non si capiva. Non
riusciva a riconoscere le sue sensazioni, a trovare una ragione coerente.
Ci sarebbe riuscita a Venezia? Una gocciolina di sudore le attraversò la
schiena scivolando lentamente fino a inabissarsi dentro di lei. Cosa le
stava succedendo? In quell’attimo comprese che la sua vita non poteva
continuare nello stesso modo. Era il suo corpo a dirlo, anzi a
pretenderlo. Con la mente è facile mistificare ma la memoria del corpo non
si può ingannare. Non era felice. Non si sentiva realizzata, desiderava e
pretendeva di più dalla vita, voleva sentirsi completa, un tutt’uno, un
intero, un frutto, una pesca succosa, una primizia di stagione, qualcosa
di buono e goloso. Voleva sentirsi oggetto e soggetto di piacere e di non
di lei.
Clara
si scostò all’improvviso, raccolse le chiavi turbata, stranita, e gli
disse bruscamente: “Ho fatto uno sbaglio, ti riporto a casa”.
“Come vuole”, rispose lui, frettoloso, forse ferito con finta noncuranza,
arrendevole, mantenendo quel lei che la faceva impazzire. Ritornarono alla
macchina.
“Dove hai detto che abiti?”
“Via degli Ulivi, vicino alla rotonda”.
Clara fece per infilare la chiave ma con sua grande sorpresa Nicola la
fermò: “Stai bene?”
“Naturalmente”.
Sentiva la pressione calda della sua mano, così la prese e se la portò
alla bocca. Cominciò a succhiare e a mordere il pollice e poi, una dopo
l’altra, tutte le dita. Era una delle cose più erotiche…
…VERLAINE
Il tempo pareva essersi fermato. Quella serata da Vittorio somigliava a un
antico baccanale. Musica, balli, abbondanti buffet pieni di cacciagione,
ostriche, aragoste esibite in piatti di portata d’argento e decorate da
sbuffi di maionese, frutti esotici, dolci. E poi il vociare degli
invitati, risate, piccoli gruppi di figure mascherate, scene che parevano
spezzoni di un film degli anni Cinquanta. Vittorio e il suo giovane efebo
erano tornati nel salone e si erano uniti a un gruppo di uomini seminudi,
due dei quali si baciavano senza curarsi degli altri attorno. In mezzo a
loro c’era un ragazzo alto e magrissimo, coi capelli neri e lunghi fino al
fondoschiena, dai lineamenti delicatamente femminei con gli occhi
spiritati e la voce acuta, che declamava una poesia erotica di Verlaine
dedicata alle donne:
Voglio innalzarmi verso le vostre cosce e chiappe,
Oh puttane, del vero Dio sole sacerdotesse,
Bellezze mature o no, novizie o professe,
E nelle fessure, nelle righe vostre vivere soltanto!
Piedi meravigliosi i vostri che van solo all’amante,
Con lui tornano e soltanto riposano,
A letto durante l’amore, poi gentili accarezzano
Quelli dell’amante che stanco e sbuffante si queta.
Stretti, profumati, baciati, leccati, dalle piante
Sino alle dita, succhiate una dopo l’altra,
Sino alle caviglie, sino ai laghi di vene lente,
Piedi più belli dei piedi d’eroi e d’apostoli
La vostra bocca amo tanto e i suoi giochi graziosi
Della lingua e delle labbra e quelli dei denti
Che mordono la lingua e a volte ancor meglio
Giochetti piacevoli come metterlo dentro
E i vostri seni, duplice monte di orgoglio e di lussuria
Tra i quali si issa talora il mio orgoglio virile
Per gonfiare a suo agio e fregare il testone
Come un cinghiale delle valli del Parnaso e del Pindo”.
“Oh sì, che poesia splendida. Certo Verlaine parla di donne, ma in realtà
è una metafora. Siamo donne anche noi, non siamo uno splendido gruppo di
“pazze finocchie” caro Vittorio?”
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