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Lunedì.
Le gambe distrutte da tre giorni d’inferno avanti e indietro tra cucina,
tavoli, clienti isterici. Otto secondi e ho deciso. Il tempo di
abbandonare il materasso, appoggiare le piante dei piedi sulle piastrelle
gelate, bloccare il crampo all’arco plantare. Mi sollevo a fatica e
barcollo all’armadio a infilarmi le mutande. Calze spesse, canottiera e
tutto il resto come m’ha insegnato la nonna, ma il freddo viene da dentro
e in fretta arrivo al bar a bere un caffè. Poi parto, riscaldamento a
tutta, frizione molto pesante spinta dal polpaccio di legno. Il ginocchio
scatta a ogni allungo. Quarant’anni, merda, sono arrivati in un baleno.
Quando arrivo alla reception sono già le due e il ritardo sulla tabella di
marcia degli umani mi ha regalato pure il mal di testa. Sento il peso
degli abiti e la visione dei due teli di spugna a noleggio mi strappa il
primo sorriso della giornata.
Finalmente mi spoglio. Uno ad uno i consigli di nonna s’accatastano
nell’armadietto. Mi avvolgo l’asciugamano, infilo le ciabatte, entro. Una
risata spensierata è il primo suono che odo, attutito dal caldo e
dall’umidità. Mi volto e vedo un paio di uccelli canuti ed uno di tette
sautè le cui facce sorridon tra loro. La temperatura è perfetta. Inspiro.
I tre mi sfilan davanti camminando verso il bar mentre si avvolgono nei
loro accappatoi. Li seguo e mi accomodo al banco.
Ordino
un orzo shekerato e la barista mi domanda l’orologio magnetico per
addebitarmi il conto. Usa un italiano stentato, la crucca. É l’unica
vestita. Variante curiosa del mio lavoro. Come riconosce, questa, quali
sono i fighetti? Beverone in corpo, punto alla prima stanza. Sauna con
erbe aromatiche, temperatura settantacinque gradi. Entro e trovo
facilmente posto vicino al braciere. Sistemo il telo sulla seduta di
legno, mi ci butto sopra e allungo le gambe. Alla mia destra un giovane
uomo. Muscoli ovunque e un quadrato di peli di due centimetri perfetti di
lato proprio sopra la proboscide. Mi fissa un secondo. Prima il pettorale
stitico, poi il pisello glabro di geometrie. Fa una smorfia di disgusto e
mi dimentica. Io spingo in basso le palpebre e faccio altrettanto.
Le
prime stronzate dei clienti del weekend escono distillate dal mio sterno.
Le guardo colare all’ombelico mentre cerco, concentrandomi sul secondo
chakra, di separarmi dagli arti inferiori. Quando la clessidra mi richiama
alla vita, un po’ stordito esco nudo dalla sauna e tale vado all’esterno,
ondeggiando verso l’idromassaggio. Dieci metri nel gelo e il mio corpo è
orfano d’ogni virilità M’immergo facendo finta di non patire la frustata
dell’aria dicembrina. Come la sauna, anche la vasca è semideserta, solo
io, un panzone disfatto e una ragazza i cui occhi profondi, spero, si sian
posati prima sulle mie chiappe, il pezzo forte, e non sul davanti
bamboliforme.
Ha un viso interessante, la tipa. Non bello ma intelligente e malandrino.
Le labbra sono l’amo, gli occhi il verme. Vedi mai che se rimango a mollo
abbastanza, mi trasformo in un pesce. Meno male che è entrata per prima,
così aspetto che esca e vedo se anche il resto merita una fantasia. Vorrei
fare il fusto e mostrare le braccia, ma fa un freddo cane e poi finisce
che mi becco la cervicale. Scendo a quota periscopio, con solo il naso e
gli occhi fuori dal pelo dell’acqua, che non sarà molto sexy ma è certo
più sano. La ragazza mi guarda, penserà che son scemo o che voglio
immergermi per sbirciar fra le gambe. Abbasso lo sguardo e faccio
l’indifferente.
Il
panzone ci lascia. Se lei lo segue m’annego, penso mentre fisso gli occhi
di lei guardare la cellulite di lui. Dai, attacca discorso, cerco di
trasmetterle per via telepatica, che io con l’approccio son proprio
negato. Ma quella non sente e al decimo minuto di sforzo mentale mi volta
le spalle. Il mio umore s’annuvola in fretta ma poi lei allunga le gambe e
ritorna il sereno. Bell’idea lasciar le natiche a galleggiar sulle bolle,
perché se in condizioni di onda leggera due isolotti rosati emergono e
s’increspano con fanciullesca malizia, quando il bulbo d’aria che nasce
dal fondo è particolarmente potente, il sedere si alza e fra le cosce il
sesso rigonfio si offre al mio sguardo. Ci siamo…
Adesso
aspettare che sia lei a uscire per prima è diventato evitare una denuncia
penale. M’accontenta ben presto. Prima si gira di nuovo, tien gli occhi
chiusi e distende la spina dorsale sul filo dell’acqua lasciando che altre
due isole appaiano per un istante, appena il tempo di mostrare il loro
profilo vulcanico e sprofondare per sempre. Poi rannicchia le gambe e
s’avvicina gattoni alla scaletta. Il corpo è florido e morbido. Ha più di
trent’anni e sembra portarli senza ticchettii nel cervello. Raggiunge
l’accappatoio a bordo vasca, vi si avvolge avidamente e si allontana verso
la porta che conduce all’interno. Scattare in piedi urlando aspettami
amore mio non sarebbe signorile, così la seguo con un occhio per tutto il
tragitto fissando la caviglia elegante e lo smalto scuro sulle unghie dei
piedi. Intanto le bolle m’accarezzano il glande scoperto che con quel
solletico stenta a ritrovare una forma adatta all’ambiente teutonico.
Qualche
minuto e ritrovo l’aplomb. Esco di corsa e mi copro, poi sgambetto
frenetico verso l’interno. Della ragazza non v’è traccia e mentre entro
nel bagno turco cerco di convincermi che sia meglio così. Il caldo m’aiuta
e mi rilassa, appoggio la schiena alla parete e cerco di far entrare ombra
e nebbia dentro al cervello. C’è già qualcuno, qui dentro. Una coppia di
anziani signori con le mani intrecciate appoggiate fra le pieghe delle
cosce e un’altra donna sola, proprio di fronte a me. Non ne distinguo i
lineamenti ma vedo il minaccioso Macchia Nera in mezzo alle gambe. Mai
sopportata la foresta pluviale, ma forse, qui dentro all’Hammam,
scambiarsi peli, sudore e leccare distillati d’umori avrebbe il suo
perché. Dai, non scherzare, mi dico, che la ragazza di prima è l’unico
pensiero autorizzato a disturbare il tuo relax.
Faccio
passare un quarto d’ora e con calma vado verso l’uscita. La porta si apre
da sola verso l’interno e, quando si dice la sfiga, è spinta proprio dalla
ragazza. Ne incrocio lo sguardo perché mi vergogno a guardarle le tette.
Devo esser d’un bello in uscita dal forno… un pomodoro confit, ma lei ha
l’occhio allegro e non so s’è vero ma mi sembra sorrida. Sarà cortesia, in
fondo ci si incontra spesso, ultimamente. Se torno dentro, a parte morire,
credo tradirei l’interesse e l’esperienza mi dice che è meglio andare a
fare il percorso vascolare che è proprio di fronte e se lei esce sarà come
essere al cinema in prima fila. Così la lascio sfilare, la porta si chiude
alle mie spalle ed inizio a camminare nelle due vasche. Quella calda non
c’è male, ma nell’altra l’acqua è neve disciolta e se la bella se la
prende comoda, rischio l’infarto. Esco allora con eleganza, cammino un
poco sui sassi ma poi basta soffrire. Mi sparo in sequenza sauna all’olio
fossile, bio sauna e sauna finlandese. Mi sento secco e puro come un
diamante, svuotato d’ogni tossina.
É la terza volta che vengo in quest’oasi e mi muovo agilmente. So dove
seppellire il pomeriggio, ora che la palpebra s’è fatta pesante. Salgo le
scale accompagnato da note che scorron sul timpano come seta sulla pelle.
Entro nell’ultima stanza dell’ultimo piano. Letti ad acqua con coperta di
Linus. Sul primo letto una coppia di ventenni dorme avvinghiata. E pure
l’ultimo è occupato da un volume coperto che sembra un cadavere. Non so se
andar più vicino alla coppietta, che di sentir amoreggiare in tedesco non
ne ho proprio voglia, o accostarmi alla salma rischiando la puzza. Scelgo
la seconda pensando che qui son precisi e puliti e se quello è morto, lo è
certo di fresco.
Mi sdraio, mi lascio fagocitare dal materasso materno e mi copro per bene.
Saluto il mondo e provo a dormire ma il sedere della bagnante m’appare
appena si chiudono gli occhi. Vattene, che devo ronfare, ma quello
occhieggia dall’acqua e sorride tra le chiappe una vagina coi denti. Sento
un sospiro. In fondo alla sala il materasso gorgoglia. Poi di nuovo
silenzio. Richiudo gli occhi e riprovo. Ma ecco un altro rantolo di donna
cui seguono rumori di labbra e saliva. Immagino lingue in festa e mani in
esplorazione. Mi scopro in apnea, immobile, ad ascoltare, a cercar di
capire se i due sanno di essere in onda, indeciso se andare, perché di
dormir con l’audio di un porno non se ne parla, o aspettare paziente tempi
migliori.
Mentre
son lì che penso, a giudicar dall’urletto, il dito di lui se non è finito
in vagina, lo è nel culetto. Il rumore è stato forte, da non lasciar dubbi
e infatti anche il drappo che copre la salma lievita e fa un certo
effetto. Il corpo risorto distende un po’ il collo e scopre il suo viso.
Gli occhi sono assonnati e nemmeno fan caso che ci son pure io. Puntan
lontano, verso la coppia di amanti. Non posso ricambiare la scortesia
perché il muso stizzito è proprio quello della bella bagnante. E lo fisso,
sperando che come me voglia restare. L’idea di ascoltare con lei i rantoli
copulatori mi provoca già delle reazioni.
Finalmente abbassa lo sguardo ed entra
in contatto, rilassa la testa e la appoggia al cuscino. Colpo di fortuna,
ecco un nuovo sospiro. Il volto della ragazza si stende in un lieve
sorriso. Anche io non faccio di più, appena un impulso al labbro ed al
sopracciglio per dire che ho visto e son solidale nella situazione. I due
corpi adesso si muovono senza ritegno e lei alterna i suoi occhi puntati
tra i miei e l’infinito alle mie spalle, dove si svolge l’amplesso. Bello,
sbrigati a decider che fare, che quella mica ti manda l’invito in carta da
bollo. Prova a sondare, che so, con uno sguardo più serio e libidinoso.
Decido di non far la faccia da porco ma di farle vedere che i miei occhi
scorron sul panno che ne nasconde le forme discinte. Avanti e indietro con
pause sul seno e alle ginocchia. Poi torno sugli occhi, a veder la
reazione. Sorride ancora, anzi con più decisione, e quando un afflato che
sa di donna molto vicina all’orgasmo si spande per l’aria e lei batte le
ciglia con la lentezza di una diva del cinema, io decido che quello è l’okkey
o che almeno è giunta l’ora di rischiare un ceffone.
Mi
sollevo a sedere sul letto e son nudo davanti a lei che mi guarda. Mi
fissa l’uccello e non cambiano gli occhi quando ritornano ai miei. Direi
son sicuro, adesso, e mi lancio. Un passo, un altro, e m’infilo sotto al
suo telo. Il calore si spande sui corpi immediatamente. Il contatto di
pelli che non si conoscono è sempre la parte migliore, una finestra
sull’emozione che verrà. É lei a mettere la prima mano sulla mia pelle,
sul braccio, mentre le pupille non abbandonano le mie e le palpebre
sembrano bloccate. Io vado diretto alla coscia, all’attacco del gluteo che
tanto avevo ammirato. Reggo lo sguardo perché mi sembra che questo sia il
gioco. Guardarsi e toccarsi, senza parlarsi, nemmeno sapere che suono
farebbe la voce. Sento il calore del suo respiro vicino alla bocca, bagno
il suo labbro con la mia lingua e avvicino il bacino per farle sentire che
son tutto per lei.
Ci
tocchiam fra le natiche col dito medio, sull’ano ed all’inizio dei sessi.
Io sento il bagnato e perdo la testa. L’anca mi parte, spinge nell’aria il
mio pene che sfrega fra le sue gambe. É completamente rasata e non so cosa
darei per provarne il sapore. Ma dobbiamo restare così, a guardarci, a
respirarci sul viso tutto il nostro piacere. Mi scosto appena d’un palmo e
metto la mano a conchetta sulla sua vulva, le cede un poco l’occhio
sbarrato e io infilo un dito far spazio, un secondo e poi muovo la mano.
Mi dice di sì con la testa e si morde le labbra per non far rumore, ho le
sue dita conficcate nei reni, le mie grattano dentro e raccolgono acqua
calda che disseta la mia immaginazione. L’accompagno così, col fiato sugli
occhi a dirle che io sento con lei, al piacere. Mi gode in faccia,
digrigna i denti senza smettere di fissare il mio sguardo voglioso, poi
prende il comando con la mente e l’uccello con la mano. La toglie, la
lecca e la rimette, tre volte, poi inizia a massaggiare con il palmo
invaso di saliva. Non sento più nulla di ciò che c’è intorno.
Spero
sian già venuti, là in fondo e non se ne abbiano a male se adesso
restituisco il concerto. Anch’io dico di sì senza parlare, le do il ritmo
giusto per farmi arrivare. Mi sforzo di farle il sorriso più grande che
posso mentre il caldo scorre nell’asta e si riversa di fuori fra le sue
dita. Anche lei è contenta e mimiamo risate, sporchi di seme e saliva.
Restiam fermi un minuto. Poi la ragazza si alza, scoperta, e mi lascia
guardare per bene ciò che ho toccato. Mi volta le spalle, va verso il mio
letto e prende il mio telo di spugna.
É a lui che regala l’ultimo tocco del suo corpo appagato.
É il mio sapore, che porta alla bocca sul dito bagnato.
É me che lascia per sempre, segnato.
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Locandina della
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