Quando ti vedo di fronte
a me, le braccia occupate da borse di carta colorate a guardarmi come
fossi Nefertiti, la bella tra le belle, capisco che sei la risposta alla
domanda che mi ossessiona fin dall'infanzia:
-Piaccio?-
Devo avere una tale espressione di sollievo che tu, normalmente distratto
e sognatore, dopo aver depositato in silenzio i pacchi sul pianerottolo,
mi abbracci, strigendomi fin quasi a soffocarmi.
Non ti meravigli quando
inizio a baciarti lentamente, cominciando dall'angolo della bocca e
contemporaneamente premo il mio ventre contro il tuo in una muta richiesta
.
Mentre il nostro bacio diventa violento ti sento rigido contro il mio
grembo.
Allora allargo un pochino le gambe come ad accoglierti e intanto mi
struscio lentamente contro la stoffa tesa dei pantaloni; ti libero, senza
guardarti, leccandoti il collo, per risalire fino al lobo dell'orecchio:
so quanto ti piace.
Siamo in piedi, sul pianerottolo, davanti alla mia porta, qualcuno
potrebbe salire fin qui e vederci, ma tu sembri infischiartene, come me;
ora insinuo una mano tra la camicia e la pelle della schiena mentre
l'altra si fa carezza pressante sulla tua rigidità.
E ti stringo a me, mormorando il tuo nome, come una preghiera.
Hai il respiro affrettato, so che cosa stai pensando, che basterebbero due
passi per ritrovarci nella nostra camera azzurra con la finestra
spalancata sul mare invece di stare qui a barcollarci addosso come due
lottatori stanchi.
Ma sai che ho ragione io, non abbiamo il tempo di fare quei pochi passi,
sai che la mano implorante sulla tua schiena e quella esigente sul tuo
sesso possiedono tutta la follia del mondo.
Così, mentre mi baci come se fosse la prima volta, allarghi la vestaglia
bianca e con ansia mi accarezzi; poi, appoggiandomi al muro più vicino,
entri in me con violenza mentre ti martello i fianchi incitandoti con le
parole che sono solo nostre, tenere e oscene insieme.
E il piacere arriva, improvviso, spingendomi con forza contro di te mentre
tu, lo capisco dalle spinte sempre più violente e dalle mani contratte a
pugno contro il muro, ti stai trattenendo sull'orlo in faticoso equilibrio
prima di precipitare in me.
Allora la mia voce, che
sento come estranea, bassa, roca, superba, ti ordina :
-Vieni-
con un tono tale da fartelo fare immediatamente, mentre mi mordo il labbro
per smorzare il grido di gioia che mi esce dalla gola.
Non saprai mai come ti ho sentito mio in questo momento.
Poi rimaniamo lì, per un attimo, pietrificati, stravolti dal piacere, fino
a che io, staccandomi da te, chiedo:
-Che cosa sono quei pacchi?- e tu rispondi :
-La cena cinese, amore mio…-