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Francesca è una
giovane donna incolore, né bella né brutta; in alcuni giorni, quando i
capelli biondissimi, quasi bianchi, risplendono sotto il sole come
argento, illuminandola tutta, allora la si nota, quasi fosse un bel
dipinto nascosto sotto una crosta. Ma con le nuvole ritorna al solito
anonimato.
Lavora da sei anni in una banca vicina all'appartamento che occupa da
sola, dopo la morte dei genitori, avvenuta all'improvviso in un incidente
d'auto.
Da cinque è fidanzata con Luca, un collega del tutto simile a lei: uomo
privo di ambizioni, vive ancora con i genitori, si accontenta della sua
vita tranquilla , delle gite domenicali al lago e del sesso tiepido e
senza fantasia da consumare con Francesca in fretta e in silenzio, quasi
un obbligo, il sabato sera.
Sono già una vecchia coppia di coniugi, anche se non se ne rendono conto.
Francesca sa che da qualche parte c'è un mondo colorato, diverso dal suo,
ma la paura di affrontarlo, anche solo con un cambiamento di immagine
adottando trucco, pettinatura, abbigliamento diversi, è più forte della
curiosità.
Eppure sempre più spesso l'assalgono strane inquietudini, desideri confusi
e inconfessabili, di cui, nel profondo della sua anima bigotta, si
vergogna.
Un sabato pomeriggio, dopo aver rigovernato la casa, decide di riposarsi,
in attesa che arrivi Luca per cena, leggendo l'ultimo libro acquistato:
"L'Arte della Gioia" di Goliarda Sapienza; quel titolo l'ha attirata,
nella libreria che frequenta abitualmente, forse per quella "gioia"
stampato a caratteri grandi o per il nome insolito dell'autrice.
Ha appena iniziato la lettura, seduta sulla poltrona preferita con il
gatto in grembo, quando il telefono squilla; allunga una mano, alza la
cornetta, ma dall'altra parte non c'è nessuno; o meglio, sente solo un
debole crepitio di disturbi simile al suono che si ode quando si accosta
l'orecchio a una conchiglia e s'immagina di ascoltare il mare.
“Pronto!” ripete più volte, attende qualche secondo, poi riaggancia.
Fa in tempo a leggere un paragrafo, quando un'altro squillo la fa
sobbalzare:
“Pronto, prontoooo!!!”
La sua voce ha un tono rassegnato, di chi si aspetta l'ennesimo spiacevole
scherzo della sorte. Ripete il "pronto" ad alta voce e attende a lungo,
quasi a superare qualsiasi difetto della linea e offrire una possibilità a
eventuali chilometri di cavi che la collegano con chi sta dall'altra parte
dell'apparecchio.
Alla fine rinuncia.
Dopo altre tre telefonate mute, comincia a preoccuparsi.
L'idea che qualcuno, chissà dove, resti in silenzio di proposito,
conferisce un'aria sinistra al brusio che le pare di sentire.
Attende, fino al segnale di libero; posa il ricevitore, convinta che il
telefono squillerà di nuovo.
Cosa che avviene puntualmente.
La situazione è irreale, ridicola: due persone ai capi di una linea
telefonica, entrambe zitte...come due ciechi che si voltano all'improvviso
per guardarsi intenzionalmente negli occhi.
Dopo un po', Francesca non riesce più a trattenersi e :
“Chi è lei? ma che vuole da me?”
Le pare di udire una risata, in sordina.Allora:
“ Stacco il telefono, quindi non si disturbi più a chiamar questo numero”
La minaccia dell'esilio che separa l'innamorato dall'oggetto del suo
desiderio funziona.
La voce è un bisbiglio persuasivo e mellifluo:
“Francesca, Francesca, sai chi sono? No, naturalmente, ma io ti conosco,
sapessi quante cose so di te, per esempio...”
“Chi parla?”
“...Dove abiti, come sei fatta, che cosa indossi. Mi piace..”
“Che cosa vuole da me? “la voce della donna è un miscuglio di paura e
curiosità
“Quel tuo vestito
giallo, senza maniche, che indossi spesso, è uno dei tuoi preferiti? T'ho
vista alla finestra, Francesca, un paio di giorni fa, guardavi fuori e il
sole nei capelli ti incoronava come una regina.
Ho quasi creduto che stessi per sporgerti, per parlarmi: tutto era così
immobile, poi ti sei chinata in avanti, sul davanzale, ricordi? le braccia
tese, la testa sollevata, guardavi in alto, come un nuotatore che si gira
sott'acqua e punta alla superficie; ti ho osservata a lungo...”
“Ma chi è lei, che cosa cerca, la smetta..”
E' affascinata dalla voce, bloccata dalle parole, quasi stia ascoltando
una favola, come un bambino che, curioso, voglia sapere la fine ma anche
sentire tutto il racconto.
Il bisbiglio soffocato, monotono, è perfettamente intonato alla
narrazione; il garbo e il ritmo uniforme promettono malignità.”
...Incorniciata
nella luce della finestra.
Hai addosso il vestito giallo, ora? Se venissi a casa tua, se suonassi il
campanello, saresti lì, con quel vestito?
Non è strano? tu non mi conosci affatto e io invece così bene. Ti penso
Francesca, ti penso spesso, ti sogno e in uno di questi sogni tu eri
ammalata e venivi da me, il dottore; è bastato un mio tocco lì, tra le
gambe, dove ti faceva male e sei guarita...”
La donna di scatto posa la cornetta, quasi scottasse.
Si sente vuota, scavata e stanca.
Avverte un dolore sordo al polso e all'avambraccio, le dita che hanno
stretto il telefono sono intorpidite.
Non riesce a muoversi, soffocata dalla tensione che satura la stanza,
mentre il bisbiglio continua a echeggiare intorno a lei.
Quando il telefono squilla di nuovo la mano si muove da sola:
“Ti penso Francesca, così spesso da non poterne più...”
“Ma insomma, che cosa vuole da me ?”
E allora, alla sua richiesta che è un'implorazione, il bisbiglio risponde.
Le dice che cosa vuole, che cosa intende farle e quanto sia ansioso di
toccarla.
Le parla del suo viso e del suo corpo, di ciò che sarebbe avvenuto quando
si fossero incontrati, delle sensazioni che le avrebbe fatto provare,
minuto per minuto; la intontisce di immagini che alla sua mente appaiono
lussuriose e perverse e lei ascolta, rapita, bambina persa nella favola,
mentre la voce continua la sua cantilena sommessa, pronunciando di tanto
in tanto il suo nome:
“Francesca, Francesca, Francesca” come una preghiera.
Solo quando suona il campanello la donna si riscuote.
Con mossa fulminea stacca il telefono e preme il pulsante di apertura del
portone.
I gesti sono meccanici, la sua mente ancora in balia dello sconosciuto.
Solo allora si accorge di avere addosso il vestito giallo.
Quando Luca si presenta sulla soglia con il solito sorriso educato, lo
trascina subito in camera da letto, avvinghiandosi al suo corpo,
soffocandolo con un bacio.
E mentre lui, ammutolito, si chiede che cosa stia succedendo:
“Spogliati” gli ordina, con voce bassa, rabbiosa, mentre lei fa
altrettanto, sciogliendo i capelli che porta abitualmente raccolti.
Il vestito giallo finisce in un angolo della stanza, un groviglio di
stoffa leggera.
Rotolano sul letto e quando l'uomo entra in lei, ancora confuso ma
eccitato come non è mai stato, la donna grida e inarca i fianchi perché la
penetri fin dentro il ventre che non è mai stato così affamato.
Con le gambe gli attanaglia la schiena e lo stringe a sè, graffiandolo, in
un miscuglio di passione e paura, quasi posseduta dal demonio.
E Luca fosse il suo esorcista.
I RACCONTI DI MORGAUSE SU LIBERAEVA
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