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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

I Racconti di

Lisa Bebette

L'amore malato

Foto sylvain harrison

 
 
 

“Credevo fosse quello l’amore, avevo solo quattordici anni e Lui mi comprava tutto quello di cui avevo bisogno: un paio di scarpe un bel vestito di cotone, un bel diario e una penna ma soprattutto mi faceva mangiare….”

Mia madre oltre me aveva altri tre figli e non aveva mai avuto un marito, andava a servizio e faceva anche altro, perché mia madre era bella e sarebbe stato un peccato, sciupare quel dono offerto dal Cielo. Alternava i due lavori perché incombevano gli anni, e la paura che un giorno si spegnesse di colpo, quel sole di giorno che le indorava i capelli, quel vento di notte che le spartiva le voglie.

Avevo pochi anni o forse di meno, e tra le mie gambe non era passato quel vento, quando un bel giorno capitò a casa nostra, una bella signora che cercava ragazze, per lavorare in città ed avere gioielli, stoffe di seta da indossare di notte. La prima ad andarsene fu mia sorella, perché Anita era grande e già signorina, con la pelle ambrata e gli occhi carbone, ed i capelli a contorno al sorriso di luna.

Mi sentivo persa senza la mia Anita, lei mi era stata vicina da sorella e da mamma, coccolava il mio pianto se per caso cadevo, mi sgridava alle volte se avevo troppa fame. Non la vidi più per giorni e per anni, finché tornò la bella signora, e mi disse che Anita non l’avrei più rivista, perché si era tinta i capelli ed i boccoli d’oro, ed ora non era che un angelo in cielo, per via di un Orco cattivo che chiamava padrone.

Allora capii che Anita era stata venduta, come un pollo al mercato al miglior offerente, come Paco e Juan gli altri miei fratelli, portati in città da un signore per bene, che frequentava gli alberghi di ricchi turisti, venuti a San Paolo per il mare e per altro. Rimasi sola e crescevo convinta, che il mio destino non sarebbe stato diverso, perché mia madre ormai era sempre più smunta, e nessuno la sera la cercava per altro.

Avevo 12 anni ed i fianchi più tondi, cominciavano a sbocciare i miei piccoli seni, e l’amica di mia madre si stupiva ogni volta, che ancora fossi lì invece laddove, altre mie coetanee si guadagnavano il pane. Mi diceva che alla mia età quella bocca era un lusso, usarla soltanto per sfamarmi ogni giorno, e ripeteva a mia madre che era giunto il momento, che ero grande coi seni di germoglio di pesco.

Il mio giorno arrivò, era Maggio inoltrato, ero a prendere l’acqua e non salutai mia madre, andai via di casa com’ero vestita, non rimpiansi nulla tranne che Anita. Come i miei fratelli presi la mano, di quell’uomo sui 50 bianco e tedesco, che fumava il sigaro ed aveva un capello, un orologio al taschino e un vestito a righe.

La sua casa era bella con una veranda di legno, mi fece vedere dove avrei dormito, un letto un armadio e una finestra, dove il sole filtrava dalle persiane accostate. Ero quasi felice, quasi contenta, che non avrei più dormito in un tugurio di pesto, che c’era la luce e l’acqua corrente, e lui delicato era sempre gentile.

C’era una piccola cucina e un’altra stanza più grande, con un letto nel mezzo e una coperta di fiori, non immaginavo ancora che proprio quel posto, sarebbe stato per anni il mio calvario. “Mi chiamo Carlos”. Ed io risposi “Teresa.” E il mio cuore cominciò a battere forte, quando si avvicinò con la sua puzza di sigaro, ed io  rimasi ferma come se fossi un’altra.

Come se non fossi io ma quella allo specchio, con la gonna sui fianchi distesa sul letto, che lui toccava e toccava con le mani giganti, che lui toccava e baciava tra i seni e le gambe. Fu così per molte sere ed io avevo dolore, ma ogni volta credevo di non essere io, perché ero ancora bambina la Teresa di sempre, e mi convincevo testarda che ero un gioco dei tanti.

Non uscivamo mai tranne le volte, che mi portava a comprare il gelato, o quando nel quartiere facevamo la spesa, dove vedevo altri Orchi vicino ad altre bambine. Ma un giorno lui uscì molto presto, mi disse che aveva da sbrigare un servizio, mi disse più volte di rimanere in casa, ma io contenta uscii in giardino.

Mi sdraiai  a terra e guardai verso il cielo, dalla ringhiera di fronte un ragazzo mi disse: “Ehi ma davvero vorresti ammaestrare le nuvole?” Mi drizzai in piedi e cercai quella voce, era poco più grande, ed aveva un viso gentile.

Gli feci cenno di scavalcare il muretto e dopo un secondo me lo ritrovai vicino, si sdraiò accanto e guardammo le nuvole, passando il tempo ad indovinare le figure. In quel momento non pensavo all’Orco, e come semmai m’avesse sgridata, e quale punizione mi sarei meritata, se l’avesse trovato a giocare in giardino.

Successe altre volte ed io ero quasi felice, d’aver trovato Francisco il mio amico segreto, ed a lui confidai che Carlos non era mio padre, ed un po’ alla volta anche le cose, che faceva la sera all’altra mia amica, quella sul letto dentro lo specchio. Da allora Francisco venne tutti i giorni, appena Carlos usciva lui scavalcava la ringhiera, s’appostava sotto la finestra e da lì mi parlava, del circo poco distante dove lavorava, dei suoi asini che ammaestrava contento, della sua gamba malata e dei suoi sogni da bimbo, svaniti come le nuvole in dissolvenza.

Carlos mi faceva sempre più schifo, ogni sera puntuale mi alzava la gonna, ma non ero io, Teresa era da un’altra parte, era con Francisco a domare le nuvole, a rincorrere bimbi a tirare l’acqua dal pozzo, era a scuola con Juan e con Paco, con Anita  a giocare per non sentire la fame.

Successe una notte mentre lui dormiva, mi alzai piano per non farmi sentire, raggiunsi la cucina e presi una pentola, la riempii di olio e accesi il fornello. L’olio friggeva ed ero contenta, presi il pentolino e presi il martello, andai in camera e con tutta la rabbia, versai l’olio sulla faccia dell’Orco, presi il martello e iniziai a colpirlo, ma Teresa era con Francisco a giocare in giardino.

Fuggii da quella casa che era ancora buio, non conoscevo la strada ma corsi senza voltarmi, non incontrai nessuno finché sentii gli asini chiamare il mio nome. Francisco non dormiva mi stava aspettando, ma non mi chiese mai nulla, la mia Libertà parlava da sola. La mattina il circo levò le tende ed io andai con loro.

Ora dormo sempre abbracciata stretta a Francisco, perché ho paura degli Orchi e del loro amore malato, perché con Francisco ci svegliamo felici, e guardiamo il cielo e qualche volta le nuvole, lui mi stringe la mano e tira ad indovinare, le tante figure in dissolvenza.

““Credevo fosse quello l’amore, avevo solo quattordici anni e Lui mi comprava tutto quello di cui avevo bisogno: un paio di scarpe un bel vestito di cotone, un bel diario e una penna ma soprattutto mi faceva mangiare….”


 Lisa Bebette in primo piano

 
COMMENTI DALLA RETE


La miseria abbrutisce purtroppo e talvolta la virtù diventa un lusso che non possiamo permetterci. Bel racconto con un bel finale.   napla