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“Credevo fosse quello
l’amore, avevo solo quattordici anni e Lui mi comprava tutto quello di cui
avevo bisogno: un paio di scarpe un bel vestito di cotone, un bel diario e
una penna ma soprattutto mi faceva mangiare….”
Mia madre oltre me aveva altri tre figli e non aveva mai
avuto un marito, andava a servizio e faceva anche altro, perché mia madre
era bella e sarebbe stato un peccato, sciupare quel dono offerto dal
Cielo. Alternava i due lavori perché incombevano gli anni, e la paura che
un giorno si spegnesse di colpo, quel sole di giorno che le indorava i
capelli, quel vento di notte che le spartiva le voglie.
Avevo pochi anni o forse di meno, e tra le mie gambe non era
passato quel vento, quando un bel giorno capitò a casa nostra, una bella
signora che cercava ragazze, per lavorare in città ed avere gioielli,
stoffe di seta da indossare di notte. La prima ad andarsene fu mia
sorella, perché Anita era grande e già signorina, con la pelle ambrata e
gli occhi carbone, ed i capelli a contorno al sorriso di luna.
Mi sentivo persa senza la mia Anita, lei mi era stata vicina
da sorella e da mamma, coccolava il mio pianto se per caso cadevo, mi
sgridava alle volte se avevo troppa fame. Non la vidi più per giorni e per
anni, finché tornò la bella signora, e mi disse che Anita non l’avrei più
rivista, perché si era tinta i capelli ed i boccoli d’oro, ed ora non era
che un angelo in cielo, per via di un Orco cattivo che chiamava padrone.
Allora capii che Anita era stata venduta, come un pollo al
mercato al miglior offerente, come Paco e Juan gli altri miei fratelli,
portati in città da un signore per bene, che frequentava gli alberghi di
ricchi turisti, venuti a San Paolo per il mare e per altro. Rimasi sola e
crescevo convinta, che il mio destino non sarebbe stato diverso, perché
mia madre ormai era sempre più smunta, e nessuno la sera la cercava per
altro.
Avevo 12 anni ed i fianchi più tondi, cominciavano a
sbocciare i miei piccoli seni, e l’amica di mia madre si stupiva ogni
volta, che ancora fossi lì invece laddove, altre mie coetanee si
guadagnavano il pane. Mi diceva che alla mia età quella bocca era un
lusso, usarla soltanto per sfamarmi ogni giorno, e ripeteva a mia madre
che era giunto il momento, che ero grande coi seni di germoglio di pesco.
Il mio giorno arrivò, era Maggio inoltrato, ero a prendere
l’acqua e non salutai mia madre, andai via di casa com’ero vestita, non
rimpiansi nulla tranne che Anita. Come i miei fratelli presi la mano, di
quell’uomo sui 50 bianco e tedesco, che fumava il sigaro ed aveva un
capello, un orologio al taschino e un vestito a righe.
La sua casa era bella con una veranda di legno, mi fece
vedere dove avrei dormito, un letto un armadio e una finestra, dove il
sole filtrava dalle persiane accostate. Ero quasi felice, quasi contenta,
che non avrei più dormito in un tugurio di pesto, che c’era la luce e
l’acqua corrente, e lui delicato era sempre gentile.
C’era una piccola cucina e un’altra stanza più grande, con
un letto nel mezzo e una coperta di fiori, non immaginavo ancora che
proprio quel posto, sarebbe stato per anni il mio calvario. “Mi chiamo
Carlos”. Ed io risposi “Teresa.” E il mio cuore cominciò a battere forte,
quando si avvicinò con la sua puzza di sigaro, ed io rimasi ferma come se
fossi un’altra.
Come se non fossi io ma quella allo specchio, con la gonna
sui fianchi distesa sul letto, che lui toccava e toccava con le mani
giganti, che lui toccava e baciava tra i seni e le gambe. Fu così per
molte sere ed io avevo dolore, ma ogni volta credevo di non essere io,
perché ero ancora bambina la Teresa di sempre, e mi convincevo testarda
che ero un gioco dei tanti.
Non uscivamo mai tranne le volte, che mi portava a comprare
il gelato, o quando nel quartiere facevamo la spesa, dove vedevo altri
Orchi vicino ad altre bambine. Ma un giorno lui uscì molto presto, mi
disse che aveva da sbrigare un servizio, mi disse più volte di rimanere in
casa, ma io contenta uscii in giardino.
Mi sdraiai a terra e guardai verso il cielo, dalla
ringhiera di fronte un ragazzo mi disse: “Ehi ma davvero vorresti
ammaestrare le nuvole?” Mi drizzai in piedi e cercai quella voce, era poco
più grande, ed aveva un viso gentile.
Gli feci cenno di scavalcare il muretto e dopo un secondo me
lo ritrovai vicino, si sdraiò accanto e guardammo le nuvole, passando il
tempo ad indovinare le figure. In quel momento non pensavo all’Orco, e
come semmai m’avesse sgridata, e quale punizione mi sarei meritata, se
l’avesse trovato a giocare in giardino.
Successe altre volte ed io ero quasi felice, d’aver trovato
Francisco il mio amico segreto, ed a lui confidai che Carlos non era mio
padre, ed un po’ alla volta anche le cose, che faceva la sera all’altra
mia amica, quella sul letto dentro lo specchio. Da allora Francisco venne
tutti i giorni, appena Carlos usciva lui scavalcava la ringhiera,
s’appostava sotto la finestra e da lì mi parlava, del circo poco distante
dove lavorava, dei suoi asini che ammaestrava contento, della sua gamba
malata e dei suoi sogni da bimbo, svaniti come le nuvole in dissolvenza.
Carlos mi faceva sempre più schifo, ogni sera puntuale mi
alzava la gonna, ma non ero io, Teresa era da un’altra parte, era con
Francisco a domare le nuvole, a rincorrere bimbi a tirare l’acqua dal
pozzo, era a scuola con Juan e con Paco, con Anita a giocare per non
sentire la fame.
Successe una notte mentre lui dormiva, mi alzai piano per
non farmi sentire, raggiunsi la cucina e presi una pentola, la riempii di
olio e accesi il fornello. L’olio friggeva ed ero contenta, presi il
pentolino e presi il martello, andai in camera e con tutta la rabbia,
versai l’olio sulla faccia dell’Orco, presi il martello e iniziai a
colpirlo, ma Teresa era con Francisco a giocare in giardino.
Fuggii da quella casa che era ancora buio, non conoscevo la
strada ma corsi senza voltarmi, non incontrai nessuno finché sentii gli
asini chiamare il mio nome. Francisco non dormiva mi stava aspettando, ma
non mi chiese mai nulla, la mia Libertà parlava da sola. La mattina il
circo levò le tende ed io andai con loro.
Ora dormo sempre abbracciata stretta a Francisco, perché ho
paura degli Orchi e del loro amore malato, perché con Francisco ci
svegliamo felici, e guardiamo il cielo e qualche volta le nuvole, lui mi
stringe la mano e tira ad indovinare, le tante figure in dissolvenza.
““Credevo fosse quello
l’amore, avevo solo quattordici anni e Lui mi comprava tutto quello di cui
avevo bisogno: un paio di scarpe un bel vestito di cotone, un bel diario e
una penna ma soprattutto mi faceva mangiare….”
Lisa
Bebette in primo piano
COMMENTI DALLA RETE
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La
miseria abbrutisce purtroppo e talvolta la virtù diventa un lusso che
non possiamo permetterci. Bel racconto con un bel finale.
napla
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