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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

I Racconti di

Lisa Bebette

I petali del cuore

foto massimosquilloni

 
 
 

“Sentivo il mio cuore aprirsi come un bocciolo, il sangue pulsava ed i petali lentamente si aprirono per magia”.

Non avevo mai capito perché tanta solitudine, perché tanta durezza, ma non potevo farne a meno, era più forte di me. Gli uomini erano attratti da me, ma appena tentavano un approccio io li cacciavo.
Vivevo la mia vita indurita da sola, dopo che mia madre aveva deciso “di vivere la sua vita!” E naturalmente in quella vita non c’era posto per i figli. Chiusa nel dolore e ad ogni tipo di amicizia, l’unica persona con cui parlavo era Clelia la mia vicina di casa. Clelia aveva quasi sessanta anni. Vedova ed ancora piacente. Aveva una bella verve e, dovevo ammettere, mi faceva piacere adagiarmi nel suo istinto innato di madre premurosa.
La sera a volte mi accoccolavo sul suo divano con in mano una maxi busta di pop corn. Mi addormentavo davanti alla televisione, lei mi faceva dormire per un po’, poi con voce dolce mi invitava ad andare a dormire.
Quel divano, quella casa mi facevano stare bene! Mi sentivo protetta da Clelia e sapevo che lì dentro niente avrebbe potuto farmi del male.
Parlavamo tanto e lei cercava di spronarmi ad uscire, a crearmi delle amicizie. Ripeteva sempre che alla mia età era un peccato non divertirsi, che avrei avuto tanto tempo per la solitudine.

Un giorno Clelia, che già in passato mi aveva proposto dei ragazzi figli delle sue amiche, decise di tentare un ennesimo incontro combinato. In quell’occasione conobbi Filippo. Di solito le scelte di Clelia si orientavano sempre su bei ragazzi, ma il problema ero io che non riuscivo proprio a rapportarmi. Ero impacciata, nervosa, permalosa tanto che alla prima che mi dicevano rispondevo malissimo.
Filippo non mi parlò per un’ora intera, eravamo a casa di Clelia, io seduta su una sedia e lui sul divano, chiaramente Clelia era uscita con una delle sue solite scuse. Filippo era moro, alto, lineamenti molto regolari. Aveva un pantalone jeans e un magnifica maglia colorata. Aveva un solo difetto non parlava…
Dopo l’ora di silenzio si avvicinò e mi porse la mano, io la presi e mi feci guidare. Uscimmo fuori e salimmo nella sua auto. Sempre senza dire una parola, lo vidi accendere il motore, ingranare la marcia e sfrecciare per strade secondarie finché giungemmo su un dirupo da dove si vedeva il mare. Senza ancora aver pronunciato almeno una parola scese e si mise a contemplare il panorama, anch’io scesi e mi affiancai.
In piedi vicino a lui mi accorsi che non sentivo più quella cosa dentro che mi chiudeva, piano piano mi scioglievo e quando lui mi fece cenno di seguirlo capii che mi piaceva, mi piacevano le sue mani e il suo odore.
“Che pensi Elisa ti piacerebbe fare un bagno?” Sentii la sua voce, adorai quel timbro caldo.
“Credo sia ancora presto per i bagni. Se vuoi ti accompagno e magari mi bagno fino alle ginocchia.”
Sorrise e mi sentii mortificata, forse non avevo colto la sua poesia.

Scendemmo per la stradina ripida che portava alla piccola spiaggia sottostante. Filippo si spogliò anche delle mutande. Allora decisi che non volevo essere da meno e tolsi i miei vestiti. Rimasi per la prima volta nuda di fronte ad un uomo. Fu così naturale che entrare in acqua e tuffarmici dentro fu un attimo. L’acqua era gelata ma fu il bagno più bello della mia vita.
Quando uscimmo dall’acqua Filippo corse avanti e dal suo zaino tirò fuori una coperta. L’avvolse addosso ad entrambi e in un attimo i nostri corpi si scaldarono. Eravamo così stretti che fu impossibile non cominciare ad accarezzarci.
L’amore con lui fu meraviglioso, ma più stupefacente fu il nostro silenzio.
Riuscimmo a dirci solo ciao davanti casa mia, senza darci un appuntamento, un telefono, un contatto email, niente.

Trascorse una settimana, Clelia mi chiedeva di Filippo ma io ero vaga.
Finalmente una mattina mentre andavo a prendere la metropolitana si affiancò un’automobile. Era quella di Filippo.
“Vieni con me? Andiamo a Terracina?”
Non me lo feci chiedere due volte, salì e tirai fuori il mio cellulare per inventarmi una scusa da dire in ufficio.
La giornata era luminosa, di un giallo azzurro intenso, il mare faceva quei luccichini che si vedono solo in piena estate. Ci infilammo in una stradina sabbiosa costeggiata da sterpaglie. In fondo trovammo il mare, ma anche un bellissimo albergo a forma di torre circolare.
“Ti piace? Ti va se passiamo la giornata qui, magari possiamo anche prenotare una stanza per dormire che ne dici?” Risposi senza pensare con l’impeto giusto dei miei anni, scordandomi la ragazza che ero stata, impacciata e scorbutica.
“E’ bellissimo qui ci rimarrei volentieri”.

A pranzo dopo aver fatto una partita al vecchio bigliardino del bar sulla spiaggia con risate e battute ci recammo ad un ristorantino con i tavolini all’aperto pieni d’ombra. Mangiammo divinamente pesce. Passeggiammo mano per mano sulla spiaggia e poi salimmo in stanza dove un po’ per il vino, un po’ per l’allegria che ci inebriava cominciammo a giocare. Prima ballammo poi lui si sedette sul bordo del letto e fissandomi mi fece cenno di spogliarmi.
Senza nessuna inibizione cominciai uno spogliarello che in cuor mio non avrei mai creduto di poter fare. Diedi tutta me stessa ed il risultato fu eclatante. Evidentemente ero stata brava… Filippo mi prese con forza e possesso, fu veramente bello con il letto a disposizione mi ritrovai poco dopo contro il muro e poi sulla moquette.

La mattina mi accompagnò a casa e con un bacio mi sfiorò le labbra salutandomi. Entrai nel portone senza avere né un suo telefono, né un altro appuntamento. Trascorsero così altri giorni senza né vederlo né sentirlo. Uscivo di casa e mi guardavo intorno sperando di vederlo sbucare da un momento all’altro, niente.
Quando ormai in cuor mio mi dicevo che non lo avrei più rivisto mi capitò di incontrarlo.
Quel pomeriggio decisi di uscire prima da lavoro perché non stavo bene con me stessa e con gli altri. Andai prima in un grande magazzino poi mi infilai tra le viuzze e vicoli del centro. Ad un tratto, mentre ero intenta a fissare una vetrina di scarpe, all’interno vidi Filippo che in piedi guardava ammirato una donna bellissima che girava su stessa in cerca di complimenti. La donna si girò verso di me.

Fu un colpo al cuore, volevo fuggire ma le gambe non rispondevano ai comandi, ero impietrita.
Finalmente dopo quale attimo riuscii a staccarmi dal vetro. Intrapresi una corsa furibonda, la gente attorno era come inesistente correvo e piangevo.
Entrando a casa la porta di Clelia si aprì d’incanto e vedendomi in quelle condizioni mi portò sul suo divano mi strinse forte senza parlare mi fece finire il pianto e poi con calma mi chiese cosa fosse successo.
Sentito l’accaduto Clelia in silenzio rimase mortificata prendendosi tutta la colpa di avermelo fatto conoscere ma i suoi amici lo avevano descritto come un bravo ragazzo e Lei aveva creduto alle cose che le erano state raccontate.
“Scusami Elisa, non avrei mai voluto essere la causa del tuo dolore”.

I giorni che seguirono furono ancora più duri di quello che avevo pensato. Arrivò l’estate e quando ormai avevo ripreso la mia vita modificandola anche un po’, sforzandomi di creare nuove amicizie e nuovi impegni. Una sera i miei nuovi amici mi invitano ad una festa al mare in uno stabilimento adibito a discoteca.
La serata procedeva come al solito quando si avvicinò Dario e mi disse “Eli ti voglio presentare mio fratello” Mi voltai e mi trovai davanti Filippo.
Beh inutile dire che il mio cuore cominciò a scoppiarmi dentro. Sentivo i suoi occhi fissarmi e la sua stretta di mano non finiva più. A quel punto Dario sparì tra la folla. Rimasi con Filippo che come al solito mi porse la mano ed io l’afferrai forte e lo seguii.
Ci sedemmo ai piedi di una cabina, sicuri del buio che avvolgeva quella serata senza stelle.
“Ti ho vista quel giorno sai? Mi ha fatto male non poterti correre dietro, eri disperata, mi dispiace tesoro non volevo farti male…..” Per la prima volta impacciato, mi abbracciò.
“Vedi Filippo quello che mi ha fatto male non è stato vedere che avevi un’altra, ma che l’altra era mia madre”

Filippo rimase impietrito. “ Sai non vedevo mia madre esattamente da dieci anni, da quando aveva lasciato me e mio fratello maggiore a mia nonna perché mi disse - doveva vivere la sua vita -”.
Quello che c’era stato tra noi era bellissimo e devo ammettere travolgente, ma non avrei dato così tanta importanza ad un’avventuretta di due giorni. Volevo ferirlo volevo fargli male.
Mi staccai dalle sue braccia e mi voltai per andarmene. Feci solo tre passi e Filippo mi prese le spalle tenendomi forte. “Perdonami Elisa era una vecchia storia, non sapevo chi fosse, mi ha sempre detto di essere single e senza figli, non so nemmeno se il suo nome è vero a questo punto!”

Strattonai la sua morsa e mi liberai continuando a camminare verso il locale.
Filippo non mi seguì.
Salutai e scappai in macchina verso casa, verso Clelia, verso la tranquillità. Sotto il portone c’era Filippo che aveva pensato bene di farmi sbollire. Quando feci per aprire il portone Filippo mi strinse verso di sé e a quel punto sentii il mio cuore aprirsi come un bocciolo, il sangue pulsava ed i petali lentamente si aprirono per magia.
Ci baciammo senza staccarci, entrammo in casa senza staccarci, cominciammo a spogliarci, a toccarci, facemmo l’amore. Stremati sul tappeto di casa mia ancora avvinghiati, Filippo cominciò a coprirmi di mille piccoli baci sugli occhi. “Questi occhi non devono piangere più per colpa mia”.

Filippo si stabilì da me.
Un giorno entrando a casa trovai mia madre. Era entrata non sapendo di chi fosse quella casa e chi fosse la compagna del suo amore. Filippo era ancora fuori per lavoro. Chiaramente mi chiese cosa ci facessi lì ed io di rimando “Tu cosa fai qui in casa mia! Chi ti ha fatto entrare?” Lei: “ho rubato le chiavi a Filippo e ne ho fatto una copia e poi l’ho seguito.”
In quel momento non capii nulla e non mi sovvenne la domanda che solo successivamente mi venne spontanea, quando aveva rubato le chiavi. Filippo era da me da tre mesi. Questo significava che si erano visti e magari frequentati, e magari avevano fatto l’amore.
Il sangue andava ad una velocità pazzesca, ad un tratto non sentivo più nemmeno lei che parlava, tutto l’odio che provavo per quella donna, mia rivale, ma soprattutto colei che mi aveva abbandonata, la causa di tutti i miei problemi….. Cercai di bloccarmi e di riprendermi…. Lei continuava a dirmi che era l’uomo della sua vita, che non potevo farle ciò che ero sua figlia e non me lo avrebbe perdonato.
A quelle parole non vidi più niente, mi trovai sopra di lei che stringevo la sua gola forte, più forte, lei era ormai cianotica quando un gran colpo mi arrivò sulla testa e persi conoscenza.

Mi svegliai sul divano di Clelia con tutto una busta di plastica piena di ghiaccio sulla mia testa.
Clelia era davanti a me e mi fissava. “Piccola mia che spavento mi hai fatto prendere. Ho dovuto fermati non potevo farti rovinare la vita. Nessuna persona merita di morire, anche se ignoro cosa ti abbia fatto.”
“Clelia scusami ma credo che forse è arrivato il momento di spiegarti tutto”. Raccontai tutto. Lei mi strinse come solo mia nonna aveva fatto, con lo stesso affetto che mia madre non aveva mai dimostrato.
Rientrai a casa mia. Lei era andata via, aveva lasciato le chiavi sul tavolo insieme ad un biglietto. “Perdonami.” Lo strappai in mille pezzi. Così come era comparsa nella mia vita se ne era andata.

A Filippo non raccontai mai quello che era successo. Solo anni dopo Clelia mi raccontò che mia madre la chiamava ogni tanto per sapere come stavo e come vivevo, omettendo di proposito il nome di Filippo. Forse fu l’unico gesto di affetto che riuscì a fare nella sua vita nei miei confronti. O forse…


 


 Lisa Bebette in primo piano

 
COMMENTI DALLA RETE

 

La madre è il primo amore, guai se ci delude! Lo hai raccontato con grande pathos e con uno stile pulito e godibile: Brava. Bruna


Bella scrittura, per un racconto dai sentimenti delicati e forti.Voto per te molto volentieri. Rino.