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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

I Racconti di

Lisa Bebette

Delilah

foto cagnolati

 
 
 

Mi precipito fuori appena sentito l’ultimo rintocco della campana che scandisce le 18.00. Che giornata! E’ sempre più difficile vivere in questa città! Passo praticamente tutto il giorno sui mezzi. Un’ora e mezza per arrivare al lavoro e chissà quanto dovrò impiegare per il ritorno.

Aspetto l’autobus. E’ buio. E’ sempre buio, la mattina quando esco e la sera quando rientro. Presa dai miei pensieri non mi accorgo che di fianco a me c’è un ragazzo che legge. Oddio, ma come farà con quel poco di luce che viene dal lampione! Naturalmente l’autobus non arriva, sicuramente avrà saltato una corsa. Comincio a spazientirmi. Guardo l’ora in continuazione, fa anche freddo. Che giornata!

Guardo il ragazzo e mi domando come fa ad essere così calmo. Niente freddo, niente attesa che spazientisce. E’ sempre là tranquillo che legge e non mi ha neanche degnata di uno sguardo! Cammino avanti e indietro finché sbadata mi cade il fascicolo di documenti dalle braccia. Lui mi guarda ed io avvampo. Cortese si alza e quasi in ginocchio mi raccoglie ad uno ad uno i fogli del mio studio di fattibilità su un nuovo prodotto che la mia società deve lanciare. Gentile no? Mi porge i fogli con un sorriso di cortesia, ma di nuovo si allontana e torna a leggere le sue cose sicuramente molto più interessanti di me. Di questa povera zitella, che si porta pure il lavora a casa, tanto da sola non saprebbe cosa fare! “E già che lo pensa, sono sicura che lo pensa”! Sospiro e sbuffo pensando ai miei capelli arruffati, mentre lui è davvero un bel ragazzo, modi gentili e delicati nonostante il suo fisico imponente.

Finalmente arriva l’autobus. Saliamo e ci sediamo uno davanti all’altro. Lui mette via il libro, ma il suo sguardo vaga fuori dal finestrino. Penso. “Secondo me è soltanto timido.” Lo guardo fisso cercando di calamitare i suoi occhi. Mi succede sempre così quando non ho la giusta attenzione.

Finalmente dopo tre fermate i nostri sguardi si incontrano. Alla luce i suoi occhi sono ancora più neri e profondi. Eh no che non m’ero sbagliata! Tratteniamo lo sguardo per qualche secondo e inevitabilmente ci scappa da ridere. “Ciao io sono Marco.” Oddio, non me l’aspettavo. Ed ora che gli dico? Ah già il nome… Vuole solo sapere soltanto il mio nome. “Maddalena per gli amici Maddy.”

Lui comincia a parlare, parlare, parlare come se quello scambio di nomi l’avesse di colpo messo a suo agio.  Mi parla di una sua zia che abita da queste parti, di un negozio che vende film rari in VHS. Poi sbracciandosi mi indica una clinica veterinaria dove il suo pastore tedesco ha fatto day hospital a causa di una forte infiammazione all’orecchio sinistro. “Ecco vedi proprio lì, dov’è quell’insegna verde!” Io lo ascolto e lo seguo pensando che anche da cose così futili sia possibile conoscere a fondo una persona.

Arrivati al capolinea scendiamo assieme e mi saluta come una vecchia amica. Ma, sorpresa, mentre sto per andare via, lo vedo che sale nuovamente sul bus da cui eravamo scesi. Capisco che ha saltato la sua fermata per accompagnarmi. Mi accosto al finestrino e gli faccio cenno di scendere agitando le chiavi della macchina.     In quel momento mi sembra il minimo che io possa fare per ricambiare il favore. Lui è smarrito, ma accetta. In un attimo me lo ritrovo di fianco.

Mentre camminiamo verso la mia auto lui stranamente rimane muto. Eh già credo davvero che sia timido e forse non avrebbe voluto che gli facessi notare che era sceso a quella fermata solo per me.  Ma come al solito testarda insisto. “Marco, davvero mi dispiace se sei venuto fin qua, magari avevi altro da fare.”  Lui sorride e non risponde alla mia provocazione. Anzi ricomincia a parlare come prima in autobus. Lo ascolto e penso che mi fa piacere passeggiare insieme a lui lungo questa strada che da anni percorro da sola. Lui ha un buon odore di fresco, sa di pulito. Lo guardo, ha qualche anno meno di me e la cosa mi gratifica.

Il parcheggio è nel buio più totale, ma questa volta non mi impaurisce. Marco continua a raccontarmi di come la sua vita sia piena di impegni e di fatica tra doppio lavoro ed università. Mi dice che sono fortunata ad avere un posto fisso e sento dalle sue parole un pizzico di invidia nemmeno tanto velato. Saliamo in auto e chiedo a Marco dove vuole essere accompagnato. Metto in moto. Mi dice che stava andando da un suo amico, ma in un certo senso è contento di dargli una bella buca. Ridiamo. Lui mi dà le indicazioni della strada mentre continua a raccontarmi di sé. Lo sento sincero mentre io invece faccio lo slalom per evitare domande o rispose troppo personali.

Giunti sotto casa sua mi chiede a bruciapelo se ho altri impegni per la sera. Senza ascoltare la mia risposta mi invita a salire dicendomi che spera di avere di fronte una persona moderna che non si fa troppi pregiudizi. Comunque ridendo giura di non sfiorarmi nemmeno con un dito e che è solo felice di avermi conosciuto. La palazzina è in stile anni 40 con l’ascensore di ferro ricavato nella tromba delle scale. Mentre infila la chiave nella toppa dice che vuole solo sancire la nuova amicizia con due spaghetti al tonno. “Sai non credo di avere altro nel frigo.” Ride e scuote la testa.

La sua casa è scanzonata come lui. Piena di vecchi dischi in vinile, di tappeti appesi come arazzi, di candele e tanto tantissimi libri inframezzati da videocassette. Mangiamo gli spaghetti alla penombra di una piccola luce poggiata sulla scrivania. Sembra quasi un’atmosfera a lume di candela e questo mi crea un piccolo imbarazzo…. piacevole….. Sulla tavola una bottiglia di rosso novello che incredibilmente dopo circa mezz’ora è completamente evaporata. “Giuro, ne ho bevuto solo un dito.” Marco ride e simpaticamente mi dà della bugiarda. Davvero ora sembriamo due vecchi amici che si sono ritrovati dopo qualche anno. “Vado in bagno ti spiace?” Lui mi indica la porta giusta. Inavvertitamente mi guardo allo specchio e, forse il vino, forse l’eccitazione per la cosa insolita, ho il viso di fuoco.

“Oddio che faccia! Devo subito porre rimedio!” Inizio immediatamente l’opera di restauro. Prima il viso e poi i capelli che con una bella spazzolata e un fermaglio tornano magicamente più che decenti. Rinforzo il rossetto e la matita contorno labbra. Ecco adesso sto meglio. Mi guardo intorno. La stanza è minuscola. Di solito in bagno di altri verrebbe la volta di aprire tutti gli sportelli del mobile per curiosare, ma stavolta no…. devo fare in fretta e tornare di là altrimenti penserà che oltre che zitella sono anche un’imbranata.

Tornata nella sala vedo Marco senza pullover e con la sola maglia a pelle. In piedi davanti al giradischi sta mettendo un vecchio vinile. Magicamente sento le prime note di Delilah, una bellissima canzone di Eric Clapton. Mi viene incontro e mi offre da bere. “Ancora vino? Mamma mia…” Rimaniamo in piedi. “E’ solo un dito di Porto.” Non ha più l’aria impacciata ed io mi sento sollevata. La musica ci guida. Le nostre mani si sfiorano, i nostri occhi si perforano a vicenda. Tutto è un susseguirsi di sfioramenti e toccamenti leggeri, quasi carezzevoli, fino a che più deciso mi prende per la vita. Mi bacia, ci baciamo, dapprima con il solo sfiorarci di labbra soffuse, come la luce che ci avvolge e i nostri respiri che aspettano il momento per lasciarsi andare.

Eccolo ora lo sento. Lo aiuto. La gonna scivola. I bottoni saltano senza fatica. Mi bacia il collo. Il mio seno reagisce. I nostri corpi nudi, dentro il grande specchio, s’intrecciano, fremono e godono, cavolo se godono! In un vortice di esaltazione e desiderio, di brama, di essere penetrata. “Dai Marco ora!” Mi poggia alla libreria. Lo invito tirandolo a me. E lui, come nel mio sogno ricorrente, indovina l’attimo, la forza, la voce e le parole. Indovina il sesso che ora mi prende, la bocca di nuovo sul mio seno e la stretta che mi inarca. “Dai Marco ancora!” Ma niente è più banale di questo incitamento. Non serve, come non serve il mio rossetto, i capelli più decenti. Sento le sue braccia forti che mi avvolgono calde, il suo incedere che mi smonta. Guardo il soffitto, quasi grido. Guardo i suoi occhi, quasi grido. “Oh Marco, ci sono! Sei la persona che ho sempre voluto, il maschio che ho sempre rincorso. Sì Marco sì.” Quasi grido. “Lo sai vero? Tu lo hai letto nei miei occhi che volevo, così, intenso!” Quasi grido. Grido, grido………

Un raggio di sole mi sveglia. Sarà che sono ancora stordita. Sarà stato il vino che mi ha appesantito. La testa, lo stomaco. Sarà che riesco a malapena a guardarmi intorno. Mi alzo e vado in bagno, mi infilo sotto la doccia. Le lacrime scendono da sole e si confondo con l’acqua ed io con l’acqua. Ogni giorno è così. Aspetto la sera per bere un dito di vino e mettermi a letto. E poi vagare tra il dormiveglia vagare. Ed ogni sera mi ritrovo alla solita fermata con Marco che legge ed io che aspetto l’autobus. E’ buio. E’ sempre buio, la mattina quando esco e la sera quando rientro. Presa dai miei pensieri non mi accorgo che di fianco a me c’è un ragazzo che legge. Oddio ma come farà con quel poco di luce che viene dal lampione…………….