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   RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

I Racconti di

Lisa Bebette

Come un filo d'erba

foto katarina sokolova

 
 
 

Ormai ho cancellato il suo volto, il suo respiro ed i suoi occhi neri, ma non potrò cancellare la voglia di vivere che mi ha dato.
 
Come un filo d’erba mi sento il sole addosso e muovo il mio corpo a tempo con il vento, quel vento caldo che mi scompiglia i capelli e l’anima dentro. Cammino sola su questo viale che non so dove mi porti, so solo che mi dà pace, tranquillità. Ormai ho cancellato il suo volto, il suo respiro ed i suoi occhi neri. Non credevo fosse così.
 
Tutto era cominciato per caso, quando non credevo di poter incontrare ancora l’amore. I miei anni incombevano come macigni uno su l’altro e dopo aver vissuto una vita a fianco ad un uomo che mi aveva lasciata per una ragazzina non pensavo potesse accadermi quello che sto per raccontarvi.
Il negozio in cui sono commessa da vent’anni era chiuso per preparare la vetrine per il Natale e la serranda era aperta solo per metà. La proprietaria insieme all’altra commessa erano una davanti all’altra che piegavano e stendevano i capi di biancheria per la casa. Ormai in trance cercavo di sistemare la vetrina. Era il mio compito ogni anno. Ho buon gusto e devo dire che sono sempre riuscita a far risparmiare sul vetrinista.
Chiaramente ero in vetrina, senza scarpe, e non mi rendevo conto che i movimenti plastici e gli allungamenti facevano più corta la mia gonna lasciando intravedere anche il bordo delle mie calze.


Ammetto che le mie gambe ai miei tempi facevano furore e che considerando il piccolo pubblico che si era creato davanti alla vetrina facevano ancora il loro effetto. Appena mi accorsi della situazione imbarazzante feci per ritrarmi all’interno, ma qualcosa mi tenne impigliata agli spilli infilati sulla scenografia appena inventata.
A quel punto ero in trappola e rimasi ferma per almeno un minuto che mi sembrò una vita. “Scusi signora ha bisogno di una mano?” Quella voce mi sembrò la provvidenza, la salvezza. La stessa sensazione, credo, che provano gli uccellini caduti e rimessi nel proprio nido. “Grazie! Lei è davvero gentile.” Riuscì a liberarmi, questo davanti al pubblico del reality in vetrina, che applaudì per l’avvenuto salvataggio.
“Mi chiamo Giorgio.” Ed io “Germana, davvero non so come ringraziarla se aspettavo le mie colleghe potevo anche rimanere lì tutta la notte. Vorrei ricambiare la sua cortesia. Possiamo fare un break al bar che ne dice?” Lui sorrise. “Veramente se proprio potessi scegliere …sa non so come dirlo… beh mi piacerebbe, vista la vetrina che ha allestito… se potesse darmi dei consigli su come arredare la mia casa, anzi casetta. Sono da poco in questa città e non conosco nessuno. Passo in casa molto tempo e la vorrei sentire più mia…. certo magari se lei vuole possiamo parlarne davanti ad un bel cappuccino fumante.”
Presa alla sprovvista mentre mi rimettevo e scarpe pensavo comunque che un po’ di movimento nella mia vita piatta non avrebbe nociuto a nessuno. Certo era molto più giovane di me, forse almeno quindici anni, ma mica lo dovevo sposare! Dovevo solo dargli consulenza e poi era così fresco, così brillante… emanava gioia già dai colori dei suoi vestiti e i capelli biondi lunghi fino al collo lo facevano così angioletto... E poi quel sorriso… a cui cominciai a non saper dire di no.
 
Entrammo nel bar e Moira la cassiera disse subito: “Ah Germà che bello, ma chi è tu nipote?” Ancora non avevo quel forte imbarazzo che avrei provato successivamente e risposi in tutta tranquillità “No Moira, è un cliente a cui devo un favore. Due cappuccini grazie.”
Ci sedemmo all’angolo vicino alla porta finestra che dava sul giardino interno e tutto cominciò. I nostri sguardi, il nostro sentire comune… Uscii da quel bar con il suo indirizzo e l’appuntamento per il giorno dopo a casa sua, ma non avevo illusioni perché dentro di me mi dicevo che era troppo giovane e non dovevo e non potevo.
 
Rimasi per ore in contemplazione davanti all’armadio. Decisi prima per un vestito marrone, ma poi guardandomi allo specchio mi vidi così “piombata” che scelsi una gonnellina di lana leggera, un po’ traforata e una maglietta blu che lasciava scoperto il decolté. Scarpe alte ma non troppo con punta arrotondata (faceva più ragazzina!). Capelli spettinati, giacca di finto montone e tocco finale il mio fido cappello nero di lana che mio marito odiava tanto.
La mia vecchia Twingo gialla aspettava sonnolenta sotto casa, a volte non ne voleva sapere di partire, faceva le bizze come me che facevo fatica a vivere la vita.
Giunsi all’indirizzo che Giorgio aveva scritto per me. Il quartiere lo conoscevo, ci venivo a ballare più o meno ….che pizza sempre con questi ricordi, sempre con questi anni che sono passati….


Presi le scale e sul campanello vidi un biglietto con sopra il mio nome. “Sono in terrazza.” Ancora l’ultima rampa e aprii la piccola porta, davanti a me Giorgio che lottava con le lenzuola ed io che scoppiai in una risata sonora.
“Ma dai, è questo il modo di ricambiare! Non vedi che questo lenzuolo mi sta uccidendo!” E fece finta ridendo di combattere una lotta tipo Greco –Romana con il lenzuolo.
Lo aiutai a piegarlo e così anche il resto della biancheria. Pensai che questa cosa era molto intima, da vecchi amici.
Poi scendemmo finalmente nell’appartamento tra le mie titubanze e le sue battute per farmi sentire a mio agio. La casa era in un disordine mostruoso e poi ancora non c’erano veri mobili ed un vero letto. “Beh, Giorgio, che dire… c’è davvero da rimboccarsi le maniche!” E lui con voce contraffatta “Sono certo che solo uniti riusciremo a sconfiggere anche questo nemico!”. “Predi un caffè?” Ancora con quella voce strana ed io “Sì, così mentre lo prepari mi faccio un giro per casa”.
Il tempo volò tra progetti scherzi e battute, ormai la barriera tra me e Giorgio, quella che avevo messo nella mia mente, si stava sgretolando e non vedevo più un ragazzo davanti a me, ma solo Giorgio per quello che era e che mi dava.
 
I gironi successivi furono tutti così mi aspettava all’uscita dal negozio. Lavorava in una tipografia proprio lì vicino. Per la verità lui si occupava della parte creativa lavorando al computer, insomma come me che ero una commessa ma facevo anche le vetrine.
Di solito mangiavamo qualche cosa insieme alla birreria sotto casa sua e poi su a progettare a provare e scegliere stoffe e tende.
Anche le feste natalizie passarono in fretta e nonostante fossi distrutta avevo un’energia che a vent’anni me la sognavo! Forse era la carica che mi dava Giorgio o forse solo la voglia di vivere che era tornata. Quel giorno poi ero contenta perché la titolare mi aveva dato un giorno libero extra. Pensai di fare un sorpresa a Giorgio che sapevo a casa alle prese con il suo computer. Feci i due piani di scale due alla volta, avevo con me due enormi buste che contenevano due cuscini con disegni geometrici di diverse tonalità del giallo che vedevo bene sul suo divano appena rivestito con stoffa verde chiaro.
 
Suonai, sentivo nel silenzio del pianerottolo il mio cuore battere freneticamente. Alla sua domanda ‘’Chi è?’’ non riuscii quasi a rispondere e mi uscì una voce quasi disperata. La porta si aprì. “Germana che bello, che ci fai qui, non dovevi essere a lavoro?’’
“Ho tutta la giornata libera, ed ho deciso di dedicarla a te… insomma alla tua casa…. Ho portato anche due pizze basterà scaldarle… Vabbè se non ti rompo vorrei stare qui con te così mentre lavori io sistemo le tende e i quadri, che ne dici?”
Mi guardò con occhi brillanti che trasparivano felicità e disse “Ma dici sul serio? Pensi davvero che io possa avere cose più importanti da fare che stare con te… a sistemare la casa… a mangiarci la pizza riscaldata….?” Non finì quasi la frase che mi attirò verso di sé, baciandomi all’impazzata, ma delicatamente come si fa con un bambino piccolo.
Ben presto l’innocenza di questi baci sparì e spontaneamente ci ritrovammo avvolti dalla passione. Fu così naturale che le mie barriere non si intromisero per niente, lasciai libero il mio corpo come la mia mente e mi concessi completamente a quel ragazzo che sentivo mio, che sentivo dentro di me.
Fino ad allora con nessuno mai avevo lasciato che la mia mente si annullasse, che i miei occhi si chiudessero al contatto della bocca su di me. Sono ancora oggi convinta che quella fu la prima volta che feci l’AMORE.


Il giorno passò veloce ma non ci stancammo mai di stare vicini, di sfiorarci con qualsiasi scusa. I giorni successivi trascorsero sereni, ci vedevamo a pranzo e la sera tra film al cinema e cene nei posti più strani. La domenica ci chiudevamo in casa a fare l’amore e a coccolarci. Era quasi come respirare all’unisono, era quasi desiderare le stesse cose nello stesso momento. Non dimenticherò mai quanto mi piaceva essere penetrata in piedi lungo quel corridoio sapendo che la vicina ormai attempata origliava attraverso la parete o a quanto gli piaceva fare la doccia insieme per sentirmi sua per sempre in uno spazio così stretto dove mai avrei potuto liberarmi.


*****


Quel giorno, eh sì proprio quel giorno non voleva più finire. Guardai l’orologio, erano le 19,15, ma come una cambiale in bianco arrivò l’ultima cliente. La solita ultima cliente che pretende e basta e ti fa tirar giù di tutto e poi al massimo compra un asciugamanino da bagno.
“Buona sera… ho visto quella tovaglia blu in vetrina….” Servii la cliente tra occhiatacce all’orologio e alla titolare… che faceva finta di non capire la mia fretta. Insomma si fecero le 8,00. Feci per chiamare Giorgio, ma visto che ormai l’orario del nostro appuntamento era saltato pensai di andare direttamente a casa sua. Suonai il campanello nonostante avessi le chiavi, suonai così tante volte che anche la vicina impicciona aprì la porta “A signò ma non lo sa che Giorgio è partito? M’ha lasciato le chiavi per qualsiasi evenienza, se vole, je posso aprì!” Sorpresa, riuscii solo a balbettare “Ma dove è andato e per quanto?” Lei notò il mio imbarazzo. “Ma allora nun ja detto niente? Che strani sti giovani eh!” Facendomi pesare la differenza di età… “M’ha detto che andava al suo paese e che sarebbe tornato presto tra circa cinque o sei giorni”.
Tornai a casa convinta che qualcosa stridesse, che la mia pena per la notizia della sua partenza era la prima avvisaglia di forte pericolo e quindi decisi di non chiamarlo, avrebbe chiamato lui se credeva opportuno.


Trascorsero molto più di sei giorni forse trenta ma di Giorgio nessuna notizia. Stavo malissimo, passavo tutti i giorni davanti alla tipografia, ma non entravo e non chiedevo. Il mio orgoglio era più forte, ero stata calpestata troppe volte e non potevo permetterlo ancora… Nonostante questo il mio pensiero era sempre lì, alla sua bocca, alle sue mani, al suo sorriso, all’amore… Ogni tanto la sera dopo il lavoro facevo il giro più lungo e passavo sotto casa sua sperando di vedere la luce accesa, niente nessuna traccia.
Una domenica passeggiando nel parco e cercando un posto tranquillo non invaso da ragazzini trovai una panchina e mi misi seduta. Per isolarmi completamente misi gli auricolari e cominciai a leggere il mio libro, ormai unico compagno.


Ero leggermente spostata verso la parte finale della panchina dando quasi le spalle a chi si sedette dopo. Sentivo solo un brusio che fu interrotto da una bella pallonata del solito bimbo scalmanato di turno. Allora mi voltai, ma i due seduti accanto non si accorsero di me, non lo avevano fatto prima e non lo fecero neanche in quel momento. Il giovane mi dava le spalle mentre lei con un pancione enorme continuava a parlare .
Spostai leggermente l’auricolare destro e cominciai ad origliare. Non so davvero quale fu il motivo, forse avevo solo bisogno di sentire come fosse l’amore tra due persone in attesa di un bimbo, quanto apprensivo lui, quanto dolce lei. Dalle parole di lei capii che era poco che abitavano insieme in questa città, che lui aveva abitato già in un altro quartiere, che avevano da poco traslocato, che il bimbo sarebbe nato di lì a un mese.
Lui non parlava, da dietro osservai la sua nuca scoperta, i capelli erano cortissimi. Mi soffermai sulle spalle, avevano qualche cosa di familiare, ma solo quando si alzarono e riuscii a vederlo meglio ebbi la certezza della mia sensazione: era GIORGIO.


Non sapevo se sprofondare, se nascondermi, se fuggire, se gridare… sapevo solo che da quel momento lui non era più mio. I giorni trascorsi anche se con amarezza era passati con la speranza che comunque sarebbe tornato da me, ma ora avevo la certezza che mai sarebbe successo. Era di un’altra, era con un’altra, ma soprattutto con un’altra molto più giovane di me. Passò ancora qualche infinitesimo di attimo quando i suoi occhi focalizzarono la mia faccia. Lo vidi traballare, frugare nelle tasche e balbettare alla ragazza “Cri, vai in macchina ed aspettami lì. Credo di aver perso le chiavi di casa. Faccio un giro qui intorno ed arrivo”. Cri o Cristina sparì dietro la siepe ed io e Giorgio restammo soli.
“Ho pensato tante volte come sarebbe stato il nostro incontro. Scusami, non ho avuto il coraggio di chiamarti, di darti una spiegazione. Ogni tanto prendevo il telefono ma poi rinunciavo, avevo paura della tua reazione, ma soprattutto non riuscivo a capire cosa volessi veramente”.


Io non parlai rimasi a sentire tutto quello che voleva dirmi e nel mio cervello mi ripetevo che lui era ancora mio, che amava solo me. Ero come anestetizzata! Quello che sentivo era solo il suo odore, il suo richiamo. Quando finì il suo discorso di parole tutte e due sentimmo inconfondibile la voglia di stringerci, di amarci, di toccarci.
Non pensammo per niente a Cri che era in macchina ad aspettare. Ci appartammo dietro la siepe e appoggiati al primo albero in pieno giorno sfogammo tutta la nostra rabbia di voler vivere a tutti i costi, di poterci amare a tutti i costi. Mi penetrò con forza, soffocammo le nostre grida, mi prese in piedi quasi tenendomi in braccio. In quel momento gli giurai con tutta me stessa che ci saremmo amati per sempre.


Restammo d’accordo che ci saremmo rivisti il giorno dopo, al solito bar, alla solita ora dopo il mio lavoro, ma Giorgio aspettò invano. Non mi presentai all’appuntamento né quel giorno né i giorni a seguire. Sapevo dalla mia collega che mi aspettava ogni giorno alla stessa ora. Aspettò all’incirca un me. Poi non venne più….
Ora a distanza di dieci anni, anche se di lui ricordo a malapena il volto, non c’è giorno che non dedico almeno un pensiero a quella attrazione indescrivibile, al mio sentirmi libera. Poi riprendo la mia vita piena di me. Grazie a lui ho avuto il coraggio di sentirmi bella, donna, ma soprattutto mia, di sentirmi come un filo d’erba morbida al vento della vita .
 


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