|
Il
corpo è molto profondo, come il mare. Ha i suoi contorni, le sue
insenature, le sue baie tranquille… fiordi lunghi e misteriosi, e vastità
improvvise. Il mare è amore e odio che non so contenere. La brezza mi
accarezza. Le mani sfiorano. Il corpo ha limiti mobili, valicabili, argini
fragili. Ansiogeni? Letteralmente il contatto sfugge, è liquidità,
sprofonda. Si fa reale. Cerca l’orizzonte. Come negarselo?
Questo
corpo non sopporta la calma piatta, si sfibra, eppure teme e si inquieta
come sotto una tempesta. Anela disperatamente la bonaccia e tuttavia
continua, fa passare correnti di pesci. Che dico, squali. Nel corpo-mare.
L’immobilità assoluta canto, un’apparenza che illuda di frenare il flusso.
Quest’anima
che cola tra le cosce, con consapevolezza, eppure incapace di gestirsi.
Un’immobilità assoluta e sfibrante, chiedo, che mi allontani le mani dal
mare ma mi tenga viva, prima che sommersa. Solo che, resisterò alla
pioggia? Alle acque ruscellanti della mente e della fica? L’immobilità
assoluta, averla…, che mi allontani le mani dal corpo, prima che la
pioggia goccia a goccia da me stessa dilaghi e si disperda. Perché ciò che
nella mente ora abbaglia, mi confonde e tira, mira al contatto, con le
rive e le profondità del corpo.
Ecco,
la mobilità indifesa di una parte di me si fa trasparente, sta lì lucida,
quasi ferma. “Datemi un’onda lunga”, la mia mente grida, un raggio che
trafigga quest’insopportabile fissità. “Un’onda lunga che intorbidi”. Ma
sfuggirei alla presa di possesso dello sguardo? Diverrebbe nebbia la
pioggia? Forse… Immobilità assoluta, allora? Posso dire che questo corpo è
mio più di quanto il mare sia di qualcuno? E' pia illusione che il corpo
sia guidato dalla mente, perché in realtà la mente cos'è se non essa
stessa corpo, fiato, corrente che passa sotterranea in ogni fibra? Gioia e
tormento, immobilità assoluta, averla…
|
|