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Nel momento in cui avevo
cominciato a distanziare il fascino, l’implacabile acribia di Gabriele
annichilì il sistema dei miei valori. Una molla sostanziale scattava in
lui, e al tempo stesso un’espressione di irrealtà determinava
significativamente la mia intelligenza alla sua espressione decadente.
Come un luogo inaccessibile, Gabriele risultava orfano di identità. Per un
paradosso rischiava e si attardava – in extremis – incontrando la sua
linea di fuga.
Involontariamente, appariva. Gabriele metteva in discussione pratiche e
generi di relazione, si spendeva da ogni lato aggredendo e incominciando
scorciatoie che avevano il merito di selezionare debolezze storiche e
soggettività fragili incarnate nella donna – la sua donna, io – che gli
consentiva altrettanto varco, e non dico che trovasse l’ingresso o la
condizione in me – intellettuale – per cui l’integrale introiezione della
sua furia arrivasse alla costrizione della mia individualità.
Ma, il risucchio nel vortice della fatalità, apparentemente irrazionale,
accedeva come una forma ineluttabile tra me e Gabriele, che lasciarsi
risucchiare sembrava essere stato altrettanto predeterminato. Gabriele
scivolava sul destino, mentre la frantumazione delle forme esteriori per
me assumeva la mutevolezza denunziata dai suoi connotati riconoscibili.
Gabriele era sempre lo stesso e non sarebbe cambiato. Mi agitava la
spietatezza di questa consistenza. Sarei tornata a vivere il momento in
cui la realtà, con metodica perseveranza, avrebbe ripiegato sull’antinomia
tra me e lui. Lui, veleno e antidoto della mia fierezza apprensiva,
riaffiorava senza interruzione con la disponibilità di mettermi in
discussione. E, non era un caso, proprio perché attraversare Gabriele era
pericolosamente una trappola senza illusione.
Mi scoprivo spettatrice di uno spettacolo che recitavo con convinzione,
per un nulla ultimativo, come un congegno di coscienza che mascherava
l’auto-inganno. Al punto che prendevo d’assalto i pensieri e la
perseveranza dei più reconditi impulsi iniziava a concepirmi isolatamente.
Come rilevare tanta sagacia e tanto stoico arroccamento?
Gabriele era il manifesto – nient’affatto episodico – dell’incerta luce
rossa che mi rendeva provvisoria. Sprofondare oltre, conferire forma,
all’insinuante dimora delle ombre confermava un dubbio scettico. Cosa
tenevo in mente? Gabriele, a partire da questi luoghi, autenticava la sua
identità esistenziale serrando la sua assenza e la sua mano pazza – la mia
frustrazione – e, giacché con essa, allucinava la mia realtà.
Il senso di alcuni modi suoi spaventava e definiva l’armonia da cui ero
messa a nudo. Com’è che mi ritrovassi faccia a faccia con il suo baccano
menefreghista, potevo farfugliarlo tra le lacrime; ma a cambiare il senso
dei segni che rimanevano, era che mi piaceva. Mi piaceva l’aquila che gli
svettava in viso e il pollo in cui mi corrucciavo.
L’incredibile era consacrare due scappatoie gemelle: da una parte la paura
e la rabbia, e, dall'altra, la pressione sanguigna che disinibiva;
dirottando il disordine della violenza fino a giocherellare con i riccioli
biondi, la pelle indecente e il piacere rivolto verso l’alto dal
temperamento del piacimento. La consapevolezza di cui facevo nascosta
attesa – lui che sapeva annientare. A quel punto infatti, senza infamia,
Gabriele aggraziava l’appendice grinzosa e la carezzava.
Il però! dei miracoli escludeva all’unisono certe romanticherie e
l’invenzione anzi coincideva con l’abbassare gli occhi e sormontare il bel
ciuffo in mezzo alle gambe. Le ali spalancate delle natiche imbalsamavano
la verità – esattamente, e la collera che aveva ribollito confermava
l’effetto nello stomaco.
Condannava il piacere al superamento delle parole urlate, mentre la
ripulsa e la pienezza sfiguravano nel tepore dolciastro della carne.
L’acido corrodeva e il denso bruciante dell’intimità dilaniava il corpo in
un senso di morte. La rappresentazione dell’eccesso. L’estasi che non
sopportava di godere senza il ribrezzo dell’intolleranza di Gabriele. Si
trascendeva, come altre volte, ogni minimo sentore di rabbia. Il richiamo
dell’aquila immediatamente tacitava il pollo.
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