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Non avessi mai
visto il sole avrei sopportato l'ombra, ma la luce ha aggiunto al mio
deserto una desolazione inaudita. Emily Dickinson
Abbiamo
imparato a correre senza fermarci, godendo delle delizie. Strappiamo un
nodo e laceriamo un velo, dovunque lasciamo segni, e mai il desiderio
somiglia a una perdita. Calmi, scopriamo che il puro e il fresco sono
intorno, la stessa aria che respiriamo. Ci accorgiamo che il fiume le cui
acque bagnano le nostre mura, rompendo il silenzio della notte con il loro
dolce mormorio accordato a palpiti e timori, è la nostra vita. Un’oscurità
fitta, ma tale da permettere di distinguerci dagli oggetti, svelando la
nostra immaginazione con sogni d’estate e trasformando prigioni in isole
di fronte alle quali rimaniamo incantati.
Il
nostro fiume è abitato da amorini che si rincorrono tra le onde. Le
foreste sono popolate di amanti, come noi, da una riva all’altra. Sfidiamo
Psiche a guardare Amore. Ogni istante rivela un aspetto di nuova bellezza.
Una fiaccola illumina gli occhi dell’anima e il più oscuro dei sensi
conferma la nostra felicità. Una volta scacciato il timore, le carezze
cercano carezze, richiamano maggiore tenerezza. Niente viene risparmiato.
Se si rimanda, è solo per aspettare i tempi dell’altro. Un rifiuto, non è
nient’altro che un’attenzione. Se ci si abbandona al desiderio è un
omaggio, una lusinga che esalta l’anima. Si adora e non si cede mai, anche
se si è ceduto.
Ah,
quante volte abbiamo detto, restiamo in questo posto pericoloso, dove i
desideri si riproducono senza sosta e abbiamo la capacità di resistervi.
Rimanendo con il cuore pieno, voltandoci indietro, tutto si trasforma, la
prigione brilla di una fiamma divina. L’abbiamo resa un luogo sacro. E chi
sa piacermi come te in quel luogo? Se dispensi felicità a qualunque
creatura. Come sono fortunata! Ammutolisco dall’emozione. Che spazio
immenso c’è in noi, tra ogni posto e la cella che lasciamo. Vediamo qui
incidersi l’incanto di cui laggiù si è colmata l’immaginazione. Questo
luogo è sempre fatato. La sua scoperta ha richiesto pegni in
continuazione, facendoci credere di perdere tutto finché non abbiamo
trovato la fiducia del nulla.
Dopo
lunghi silenzi, non abbiamo dimenticato. Il significato è mutato,
divenendo prima più duro ma poi pacato, discernendo ciò che vi è a
fondamento e dimostrando che i piaceri non sono concessi, che esistono
impegni, fin tanto da permettere di penetrare i segreti, al punto da
confidare in indiscrezioni. Che luce deliziosa, si evita, negando il
piacere, come guida e come scusa. Se si trova una ragione, si suppone, si
è costretti a separarsi dal desiderio per il domani. La nostra felicità è
ignota al buio, ma porta legami da stringere se non si teme il rimpianto,
riscattando il ricordo e poi, quindi, la gioia, senza indugio, né noia né
etichetta. Perché ci sono a tal punto meccanismi, da doverne arrossire,
altro che tabula rasa di tutti gli scrupoli che tormentano prima che la
verità sia manifesta.
Almeno
per metà, i fatti sono sempre d’accordo, i principi sono audaci, sublimi,
e fanno sentire vicini a uno stato d’animo che è amore della libertà. Ma
che bella luce! Che luoghi magnifici! A non perdere davvero nulla della
bella oscurità, anzi, i desideri sono stelle agli occhi che sanno
guardare. Non dimenticando la prigione, però. Il castello custodisce
segrete incantevoli, ma non possono mostrare nulla, se non si è come
bambini che vogliono toccare tutto a rischio di rompere ciò che si tocca.
E noi, mossi da una curiosità di cui noi stessi fummo sorpresi, senza
promettere di essere mai ciò che si sarebbe voluto che fosse. Seppure
protestando, affermando anche in modo irragionevole. Trovammo la notte
perfetta, avendo avuto di che rimproverarsi. Scoprimmo la luce amabile e
in buona fede, vincendo la forza dell’abitudine, così dura da renderci
conto di possedere il necessario per venirne a capo. Del resto il cuore
non esauriva le risorse, era disposto a lasciare andare.
E
abbiamo concesso tutto. Anche la speranza è diventata sospetta ai nostri
occhi. Abbiamo prolungato anche se era troppo a prima vista. Anche se
giungeva qualcun altro e diceva di prendere precauzioni. Per noi è stata
una prova. Avevamo il bisogno di forzare le risorse artificiali e l’ardore
che suscitava l’animo. Riscattando in ogni luogo l’offesa recata alla
grazia. Rendendo ciò che era stato rubato. E ancora, ciò che con tono
creduto da eroe, era stato educato nel languore del sonno e poi
dimenticato. Però devo confessarlo, promisi di comportarmi bene, ne
provavo tutto il fervore, tutta la devozione che era necessaria per
visitare il tempio. Desideravo. E nel frattempo entrammo nel castello,
raggiungemmo la torre scordando l’uscita. Le lampade delle scale e dei
corridoi erano spente, vagammo nel labirinto, ci chiudemmo nell’alcova
tanto celebrata.
Che
cosa facesti di me? Cosa mi accadde? Intendevo rimandare l’oscurità ma mi
addormentai. Mi chiusi al rumore, velando la presenza, tradendo la
promessa, ammettendo di perdermi. In tutto. Assolutamente tutto. Fui
infedele. E il mio giuramento non fu accettato. Più volte usata, aprii la
porta con rabbia, all’interno trovai le tue ancelle che dormivano, uno più
giovane, le altre di età più avanzata. Quest’ultime erano donne di
sfiducia e fu il primo che svegliai. Gli parlai all’orecchio. Subito dopo
lo vidi condurmi da una porta nascosta, intagliata con mano d’artista nel
rivestimento di legno. Mi offrii di svolgere il compito che sarebbe
spettato a una regina. Lui accettò e ci sbarazzammo di tutti gli
ornamenti.
Tu eri
lì, i capelli raccolti da un nastro nero, un pirata da cui sfuggivano le
ciocche ribelli. Portai la rosa preferita del mio giardino e la porsi
distrattamente con la mano. Mi prendesti, vestaglia aperta, senza nodi da
sciogliere, prendendo il posto di tutti i miei vestiti. Donai il colore
più vivace, feci risaltare lo smalto fine che la voluttà richiamava alla
mente. E quella traccia rimase a sedurre, sospettando l’idea di un
rifugio, nemmeno la mia immaginazione l’avesse realmente dipinta. Poi la
porta di legno si aprì nuovamente e la dolce soglia scomparve. Né tu né io
avevamo visto, l’indiscrezione della virtù nell’iniziazione di un momento
felice. Riattraversai il piccolo corridoio, il cuore che batteva
celebrando il mistero che fermava ogni plausibile risposta. Gravemente, in
seguito dicemmo che era stata una sciocchezza. Ma l’abisso sbalordito, mi
rapì. Non seppi nemmeno come accadde, ricominciai a venire, vittima di un
incantesimo. Per giorni la porta si riaprì e si richiuse. Non fui più in
grado di distinguere se vi ero entrata. Dinanzi agli occhi un bosco senza
uscita, come sospeso nel nulla. Infine una gabbia dagli enormi specchi,
sui quali oggetti dipinti come me, moltiplicati dai riflessi, davano
l’illusione di essere reali. All’interno non vidi alcuna luce, solo
abbagli assordanti.
Eppure
un chiarore celestiale illuminava magicamente da lontano, filtrava da
dentro rendendosi appena distinguibile. Nascondendo la fiamma delle
lampade nel luogo di delizie e riproducendo archi ornati di fiori che
aprivano altrettanti pergolati. Vidi la statua di Amore, davanti alla
quale c’era un altare. Vi deposi una coppa e fui incoronata. Dietro di noi
sorgeva una grotta buia, il grande arcano sorvegliava l’entrata. Il
pavimento era ricoperto di un tappeto lungo, finiva rosso, imitava
all’inizio un prato erboso. Dove eravamo, sul soffitto, dei puttini
sorreggevano ghirlande, mentre amorini sostenevano un baldacchino sotto il
quale c’erano cuscini. Fu lì, che regina addormentata, mi abbandonai con
noncuranza. Caddi ai tuoi piedi. Mi chinai verso di te, tendendoti le
braccia e in un istante, nelle mille immagini riflesse, mi sembrò che quel
letto fosse un’isola popolata di amanti felici. E così vicina,
ciononostante, mi condannasti con severità e fosti capace di pronunciare
un rifiuto. Un’eco fatale che ti rese un dio. Ti adorai. Ci voltammo
quindi verso la grotta. Varcammo appena la soglia quando un meccanismo, di
nascosto, ci travolse entrambi, cademmo, mollemente, riversandoci. I
nostri sospiri presero il posto delle parole. Per anni ardenti, rapidi,
poi sempre più teneri, fummo interpreti delle nostre sensazioni, ne
scandimmo l’intensità, e d’ultimo, il tempo ci rimase sospeso. Ci avvertì
di rendere grazie ad Amore. Il giorno che tolsi la corona dal capo e tu
sollevasti gli occhi ancora umidi di piacere.
Svelti
uscimmo, il sole già inoltrato, e udimmo i rumori provenienti dal
castello. Tutto si dissolse con la stessa rapidità con cui il risveglio
distrugge il sogno e prima di poter riprendere i sensi, ci ritrovammo con
la decisione di scendere in giardino. Dove rimanemmo finché ci fu
verosimile. L’aria divenne frizzante e pura, l’ora si calmò, al posto
della natura impenetrabile vedemmo la natura semplice. Percepimmo la
verità prendere il possesso dell’anima, i pensieri nascere spontaneamente
e susseguirsi, finalmente respirammo. Quindi domandai se ero l’amante di
colui a cui avevo appena obbedito e con mia sorpresa realizzai di dire
Amore. Chi avrebbe potuto immaginare che il giorno dell’opera avrei posto
una domanda simile? Io che credevo impossibile avere fede. Che luce! Che
alba deliziosa! Non mi convinsi più, credetti solamente. Non avevo
provveduto a niente. Né avevo recitato, ancora, la mia parte consapevole.
Tutta la mia costanza si impadronì della mia anima. Ammettesti che la
natura ci aveva fatto dono, non negammo la fiamma divina e la incoronammo
con il suo stesso regalo. Lei è in grado di farci nascere e provare
qualsiasi sentimento, ma per parte sua, è come di marmo. Nel tempo a
venire noi non giudicammo quanto prima invece avremmo fatto, e il destino
ci condusse all’accoglienza. Continuammo ad attraversare le porte
socchiuse, intravedemmo le luci appisolate. Le candele che distrattamente
finivano di consumarsi.
Ridestammo i rumori, senza rimproverare le ore tarde. Le spine furono
disponibili a destare le rose dei sogni che facevano ridere. L’accoglienza
fu la più calorosa. Fu proposto di accompagnarsi alla speranza. Mettemmo
in dubbio anche l’aria funesta. La pazienza fu condivisa a comprendere il
sonno prolungato, ben lontano dalla ragione immaginata. Lasciammo le
stanze e suggerimmo riconciliazioni. Scegliemmo il meglio,
l’indispensabile segreto. Ti fidasti di me e il sonno ne fu turbato.
Persino come amanti, gli amici ci avvertirono che il risveglio posava lo
sguardo ora sull’uno ora sull’altro, causando pena. Ma ben presto,
tranquillizzò la sarcastica sicurezza, parole tenere, sminuite a decorosi
compiti. Mentre noi ai molti piaceri oggi siamo debitori. Il nostro Amore
ci richiama ed è Lui che ripaghiamo. Per il vero. Per l’ebbrezza
affascinante e l’avventura. Per la sofferenza che ci stringe il cuore.
Restituendoci a noi stessi più sensibili e acuti, più delicati e degni...
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