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Lottavo
in silenzio, e nel corso di quella lotta lui non si accorgeva di niente.
Al tono della sua voce dicevo: – Bambina no, non ti conviene. Forza,
vienine fuori. Ma non riuscendoci: – Povera piccola… – mentre intanto le
ginocchia si aprivano e le spalle sfregavano sopra le lenzuola. Lui mi
premeva addosso e a lungo, mi teneva così, sotto il peso del suo corpo, io
non osavo emettere un suono.
Il
fastidio mi bloccava le parole, e – non fare così – mi dicevo. –
Riprenditi! Sei strana…. Ripetevo che era un capriccio e stavo meglio
credendolo. Lui non era proprio capace, pensavo. Un’idea compiaciuta era
dirmi: – Non è colpa tua. Tanto lui non lo sa! Dentro ero come morta.
Svuotata da qualsiasi emozione. Riuscivo solo a privarmi del corpo, come
se non mi appartenesse.
Lasciavo che lui mi vedesse aperta, spogliata, distesa, e rimanevo così:
sul dorso, gli occhi chiusi. Accoglievo il suo ritmo lento e regolare,
infaticabile. Lo sentivo lungo il fianco e sulla bocca scacciando un
brivido d’angoscia.
Lui: –
No, non girarti dall’altra parte – ha chiesto un paio di volte – Voglio
prenderti così. Domandava: – ti piace? Rispondevo con fremiti e sospiri,
non pensavo. Allora lui continuava. Mi teneva ferma la testa, mi bloccava
le braccia e andava avanti. Imperturbabile, concentrato.
Gli
calzavo alla perfezione, diceva. Premuta contro il letto, sempre allo
stesso modo, lui insisteva con tale forza e regolarità che perdevo il
senso del tempo. Una sensazione di malessere, scivolosa. Mi sembrava di
cadere. Avevo fitte di dolore e rabbia e esasperazione. Ero imprigionata
dalla mia stessa finzione.
Guardavo stordita l’orlo del materasso mentre lui accanito, bruciante,
arginava nuovamente il desiderio e abbrancava saldo. Prolungava ancora.
Possedeva spietato, anche se non avevo mai posto nessuna resistenza. Mi
vedevo tagliata fuori, al punto che la mortificazione si accentuava quando
ottenuta la vittoria lui proprio non capiva. Convinto di aver placato il
fuoco, posava lo sguardo lontano mentre smarrita, io, come a controllare
la vergogna toccavo le mie membra.
Mi
cercavo. Prostrata dall’impotenza, intendevo un suo braccio tra le scapole
come se volesse punirmi. Mi accorgevo del dolore e sebbene fossi furiosa,
non mi negavo alla consolazione. Piangevo.
Chiudevo gli occhi e sentivo le palpebre serrarsi. Perché lo fai? Pensavo.
Reggendo il fiato in gola, chiedevo: – Perché lo permetti? Un fiume
sotterraneo, gonfio, stava superando gli argini, inondando e sommergendo
la mia vita. La disperazione infuriava dentro di me e mi allontanava dal
mondo. Contro la mia volontà ero diventata un’aliena. Un’estranea. Perché?
Chiedevo. Perché non riuscivo a smettere?
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