Allora, fu decisamente diverso. La sua sofferenza e la
mia sofferenza rendevano difficile capire. Comunicavamo e comprendevamo,
ma senza parole. I toni tra noi andavano al di là del rispetto, della
libertà e della dipendenza. Non eravamo che l’autopsia del passato. L’uno
dentro l’altro. Solleticavamo il reciproco desiderio, perché per come
eravamo, senza sentimento tra noi, il desiderio era la perfezione che ci
faceva essere. E finivamo per prenderci in esso, e perderci, di più e più
dolorosamente di prima.
Eppure era la felicità, il piacere dell’amore nello
stare insieme che spregiudicatamente inseguivamo. Solo che io lo volevo da
un uomo e lui lo voleva da una donna, che erano diversi. Un amore
importante a cui non potevamo mentire. La semplicità di una verità
profonda che non riuscivamo ad accettare. A spiegarci. Allora le gambe
sollevate, il nascondiglio che celavano, spodestavano le peggiori
condizioni. Ci davamo tra noi, senza abbassare lo sguardo, sopra il letto
e tra i vicoli del porto, e non c’erano altro che gemiti. Sangue morto che
urlava caldo nelle vene.
Aprivo le mie gambe di donna per rinascere ancora.
Mentre lui, a sua volta, tirava fuori dalla carne inspessita un orgasmo
sottile tra il piacere e il dolore. Tradivamo il nostro amore per
cancellarlo. La nostra emozione era divorare baci e carezze per annegare
la paura che ricordavano. Si trattava di partorire il tempo, di provocarne
un altro simile e diverso, che costantemente ci portasse sulla soglia.
Dove le bocche tentennavano e la confessione si bagnava. Oltre le lacrime
amare di quello che era stato. Ma lui era bello. Un sole triste in mezzo
alle mie cosce provate dal silenzio. Ed io ero calda, un ventre dentro un
corpo che ricominciava da capo.
Ci arrivammo incontrandoci per caso, d’estate, qualche
anno fa. Lui aveva fiutato che mostrarsi animale, allontanando la grazia,
era un gioco di successo inventato appunto per perseguire i desideri
riducendo le mancanze. Ed io mi accarezzavo tirando dietro i baci e gli
umori che avevo dato. Ci crescemmo dentro in pratica, per chiudere gli
occhi all’amore scomparso. Non ci facemmo male, non potevamo riuscirci,
anche se ci provammo. Ma il male era il nostro odore presente. Potevamo
solo cambiarne il destino, lavarci le forme e i ricordi, dando un nuovo
ordine alla situazione.
Fu così che ci prendemmo come girandole impazzite, senza chiamarci mai,
ma mettendoci sempre allo stesso posto quando veniva il momento. E
avveniva per caso, incontrandoci come la prima volta, senza che fosse una
storia. Senza che amassimo, diventando fra le parole dell’altro. Fu la
circoncisione di un periodo muto a meditare. Eravamo particelle vibranti
di sesso che anelavano all’unità perduta, al dialogo di un amore che non
doveva finire, però finito. Non avevamo sensi di colpa. La tenerezza non
ci macchiò mai della sua passione e solo il succhiare lasciò le tracce che
scolorirono finché non tornò la pace. Poi lui pasticciò verso altre
estremità del cuore e io mi spinsi, senza regole, verso la conoscenza che
un corpo di parole riusciva ad avere.