Avevo indossato un vestito leggero, sembrava una
sottoveste. Tacchi alti, troppo alti, e sicurezza. Lui ha continuato a
osservarmi per tutto il tempo, stringeva la mascella anche mentre
camminava. Mi teneva per mano sillabando apprezzamenti tra i denti. Era
notte fonda e ci eravamo spinti lontano da dove avevamo parcheggiato.
All’uscita del ristorante abbiamo deciso di prendere l’autobus. Non c'era
quasi nessuno a quell’ora sopra la corriera, tra i sedili di plastica. Una
coppia o forse un gruppo di ragazzi, non saprei dirlo, non era a loro che
stavo pensando. Pensavo a lui che gli piace così, improvvisare,
scandalizzare. Gli piaceva mostrare la sua puttana..., a questo stava
giocando, lo sapevo, e non sarebbe stata una serata qualunque.
Mi sono seduta sulle sue ginocchia e lui ha iniziato a
toccarmi. Stavamo attraversando Roma e un mix di sensazioni si concentrava
nella mia anima. Rischiare era eccitante. Lui continuava a toccarmi e
forse ci osservavano, qualcuno era salito a una fermata. Lo ricordo come
se fosse adesso. Ma nessuno ha mai detto nulla, credo, magari gli facevamo
paura. Lui continuava a toccarmi e io gemevo senza vergogna, inarcando la
schiena, presa dalla situazione, e poi, diciamolo, me lo stavo aspettando.
“Che puttana!”, le parole udite al ristorante ancora mi tornavano in
mente. “Perché lo fai?” mi ha chiesto un tipo in tono divertito ma in
verità coinvolto. Scherzandoci su, ha chiesto, “per soldi?”. Mi sono messa
a ridere, davvero non riusciva a capire. Per me lo facevo. Perché lo
voleva lui e lo desideravo io. “Per Amore” ho risposto.
Non riuscivo a farne a meno. A cavallo delle sue gambe
ho aderito con il corpo ancora più a fondo. Il pube contro il suo ventre,
sul suo cazzo, gli sfregavo addosso. Era sentirmi legata. Compresa. La
ragione della mia esistenza. Che percepivo. Ed era necessaria, perché
assecondassi il gioco. Un desiderio insano mi faceva venire da piangere,
pensavo a quanto la mia mente vibrasse in una dimensione più pura in quel
momento, senza le solite impalcature che si è costretti a indossare perché
così è "normale". Assecondavo la sua virilità viziosa perché era anche la
mia, perché da qualche parte ero più maschio di quanto dovessi, ero più
aggressiva, e ovviamente perché ero più femmina di quanto certe volte mi
permettessi sul serio. Dondolavo sul suo grembo e adoravo ogni centimetro
della sua pelle, amandola anche dell’orrore che veniva da fuori. Per quel
farlo godere, dondolavo, con la stessa brama violenta che lui aveva ogni
volta che da me voleva qualcosa.
Poi mi ha portata da lui, a casa sua. Mi ha fatto cenno
di seguirlo, aprendo la porta e dirigendosi su per le scale. Siamo saliti
in terrazzo. La notte ci è venuta incontro ed era impossibile non
ammirarla. Sono passata tante di quelle volte per quelle vie del centro,
ma guardare Roma dall’alto, con tutte le sue luci a disposizione era come
possederla. L’ho guardato così, mentre ci incantavamo davanti allo stesso
spettacolo e sapevo di conoscerlo proprio perché eravamo insieme dentro
tutto quello. Mi dicevo, “so chi è, perché lui mi somiglia”. I nostri
corpi erano privi di parole, erano carne, graffi su essenze. Io e lui
abbiamo lo stesso bisogno, lo stesso dolore dentro che ci porta a
combaciare. Non potevo fare a meno di guardarlo e di sentirmi trasformare,
di trasformarlo. Vorrei averlo per sempre, pensavo, un’altra volta ancora
e un’altra, mentre ci guardavamo e il pudore non sapevamo nemmeno cosa
fosse l’uno di fronte all’altro. Voglia di lui. Perché lui è la giusta
linfa vitale che aiuta a comprendere. Lui è la mia chiave di accesso. Come
sia accaduto, non lo capisco, c’è una strana potenza che si è accumulata
in questo tempo, so che se vogliamo potremmo spingerci lontano, non
esisterebbe baratro, io con lui ho come le ali. Lui continuava a parlarmi,
gli ero in piedi proprio di fronte, appoggiata al parapetto.
C’era vento e la notte era fredda. Ma era bello, da
piangere, trovarmi lì solo per essere l’idolo del suo piacere. Un idolo
sì, perché lo vedevo il modo in cui mi guardava. Adorava il mio modo di
essere così libera. L’ho capito e ho lasciato scivolare il vestito a
terra, ho sfilato una gamba e poi l’altra. Era a pochi centimetri da me e
se avesse voluto avrebbe potuto farmi qualunque cosa, non c’erano parole,
per dirlo, quanto sentirmi così vulnerabile fosse importante,
contemporaneamente sicura che mi incantavo, mi eccitavo. Lui è sangue per
me, amore e carne. Non potevo negarmi. Non esisteva ripensamento. Ho riso,
e credo che qualcuno abbia anche sentito, nel cuore della notte si è
alzato un eco. Ho riso, perché mentre mi guardava, nuda, in quel gelo, il
suo sguardo si è abbassato. Lui lo hai fatto, si è inginocchiato. Dio!
L’avete idea di come mi ha fatta sentire? Avevo il suo volto fra le mani,
gli occhi fissi nei suoi, un cucciolo sembrava. Famelico.
Non so dire quante vite ho sentito scorrere dentro di
me in quel momento. Era bello, grande, mentre lo vedevo mettersi in croce.
Annusarmi il corpo, tra le cosce, con una solerzia e con una grazia che a
quel punto non ho più avuto nessuna certezza. Vorrei si capisse, mi ha
stravolta. Non c’era sovrastruttura che si frapponesse tra noi, l’anima
era libera. Era così bello da piangere che mi sono allontanata. Qualche
passo nuda su quella terrazza, e poi voltandomi, lo ricordo, l’ho
guardato. Aveva un’espressione indecente, ogni mio passo sembrava tirare i
fili della sua volontà. È possibile, pensavo, mi lascerei morire per lui,
del suo stesso male. “Sembri una statua” a un certo punto ha detto, mentre
ridevo ancora e ancora una volta lui mi veniva incontro. E lì, siamo
rimasti così, vicini, aderenti contro un muro che non saprei dire a cosa
servisse. Una parete grossolana che ci feriva la pelle, ma senza dolore,
la nostra mente allora era molto più veloce.