RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

La Passiflora

 
 

Sull'autobus

 
 

 
 

Foto  massimiliano simotti

 
 
 

Avevo indossato un vestito leggero, sembrava una sottoveste. Tacchi alti, troppo alti, e sicurezza. Lui ha continuato a osservarmi per tutto il tempo, stringeva la mascella anche mentre camminava. Mi teneva per mano sillabando apprezzamenti tra i denti. Era notte fonda e ci eravamo spinti lontano da dove avevamo parcheggiato. All’uscita del ristorante abbiamo deciso di prendere l’autobus. Non c'era quasi nessuno a quell’ora sopra la corriera, tra i sedili di plastica. Una coppia o forse un gruppo di ragazzi, non saprei dirlo, non era a loro che stavo pensando. Pensavo a lui che gli piace così, improvvisare, scandalizzare. Gli piaceva mostrare la sua puttana..., a questo stava giocando, lo sapevo, e non sarebbe stata una serata qualunque.

Mi sono seduta sulle sue ginocchia e lui ha iniziato a toccarmi. Stavamo attraversando Roma e un mix di sensazioni si concentrava nella mia anima. Rischiare era eccitante. Lui continuava a toccarmi e forse ci osservavano, qualcuno era salito a una fermata. Lo ricordo come se fosse adesso. Ma nessuno ha mai detto nulla, credo, magari gli facevamo paura. Lui continuava a toccarmi e io gemevo senza vergogna, inarcando la schiena, presa dalla situazione, e poi, diciamolo, me lo stavo aspettando. “Che puttana!”, le parole udite al ristorante ancora mi tornavano in mente. “Perché lo fai?” mi ha chiesto un tipo in tono divertito ma in verità coinvolto. Scherzandoci su, ha chiesto, “per soldi?”. Mi sono messa a ridere, davvero non riusciva a capire. Per me lo facevo. Perché lo voleva lui e lo desideravo io. “Per Amore” ho risposto.

Non riuscivo a farne a meno. A cavallo delle sue gambe ho aderito con il corpo ancora più a fondo. Il pube contro il suo ventre, sul suo cazzo, gli sfregavo addosso. Era sentirmi legata. Compresa. La ragione della mia esistenza. Che percepivo. Ed era necessaria, perché assecondassi il gioco. Un desiderio insano mi faceva venire da piangere, pensavo a quanto la mia mente vibrasse in una dimensione più pura in quel momento, senza le solite impalcature che si è costretti a indossare perché così è "normale". Assecondavo la sua virilità viziosa perché era anche la mia, perché da qualche parte ero più maschio di quanto dovessi, ero più aggressiva, e ovviamente perché ero più femmina di quanto certe volte mi permettessi sul serio. Dondolavo sul suo grembo e adoravo ogni centimetro della sua pelle, amandola anche dell’orrore che veniva da fuori. Per quel farlo godere, dondolavo, con la stessa brama violenta che lui aveva ogni volta che da me voleva qualcosa.

Poi mi ha portata da lui, a casa sua. Mi ha fatto cenno di seguirlo, aprendo la porta e dirigendosi su per le scale. Siamo saliti in terrazzo. La notte ci è venuta incontro ed era impossibile non ammirarla. Sono passata tante di quelle volte per quelle vie del centro, ma guardare Roma dall’alto, con tutte le sue luci a disposizione era come possederla. L’ho guardato così, mentre ci incantavamo davanti allo stesso spettacolo e sapevo di conoscerlo proprio perché eravamo insieme dentro tutto quello. Mi dicevo, “so chi è, perché lui mi somiglia”. I nostri corpi erano privi di parole, erano carne, graffi su essenze. Io e lui abbiamo lo stesso bisogno, lo stesso dolore dentro che ci porta a combaciare. Non potevo fare a meno di guardarlo e di sentirmi trasformare, di trasformarlo. Vorrei averlo per sempre, pensavo, un’altra volta ancora e un’altra, mentre ci guardavamo e il pudore non sapevamo nemmeno cosa fosse l’uno di fronte all’altro. Voglia di lui. Perché lui è la giusta linfa vitale che aiuta a comprendere. Lui è la mia chiave di accesso. Come sia accaduto, non lo capisco, c’è una strana potenza che si è accumulata in questo tempo, so che se vogliamo potremmo spingerci lontano, non esisterebbe baratro, io con lui ho come le ali. Lui continuava a parlarmi, gli ero in piedi proprio di fronte, appoggiata al parapetto.

C’era vento e la notte era fredda. Ma era bello, da piangere, trovarmi lì solo per essere l’idolo del suo piacere. Un idolo sì, perché lo vedevo il modo in cui mi guardava. Adorava il mio modo di essere così libera. L’ho capito e ho lasciato scivolare il vestito a terra, ho sfilato una gamba e poi l’altra. Era a pochi centimetri da me e se avesse voluto avrebbe potuto farmi qualunque cosa, non c’erano parole, per dirlo, quanto sentirmi così vulnerabile fosse importante, contemporaneamente sicura che mi incantavo, mi eccitavo. Lui è sangue per me, amore e carne. Non potevo negarmi. Non esisteva ripensamento. Ho riso, e credo che qualcuno abbia anche sentito, nel cuore della notte si è alzato un eco. Ho riso, perché mentre mi guardava, nuda, in quel gelo, il suo sguardo si è abbassato. Lui lo hai fatto, si è inginocchiato. Dio! L’avete idea di come mi ha fatta sentire? Avevo il suo volto fra le mani, gli occhi fissi nei suoi, un cucciolo sembrava. Famelico.

Non so dire quante vite ho sentito scorrere dentro di me in quel momento. Era bello, grande, mentre lo vedevo mettersi in croce. Annusarmi il corpo, tra le cosce, con una solerzia e con una grazia che a quel punto non ho più avuto nessuna certezza. Vorrei si capisse, mi ha stravolta. Non c’era sovrastruttura che si frapponesse tra noi, l’anima era libera. Era così bello da piangere che mi sono allontanata. Qualche passo nuda su quella terrazza, e poi voltandomi, lo ricordo, l’ho guardato. Aveva un’espressione indecente, ogni mio passo sembrava tirare i fili della sua volontà. È possibile, pensavo, mi lascerei morire per lui, del suo stesso male. “Sembri una statua” a un certo punto ha detto, mentre ridevo ancora e ancora una volta lui mi veniva incontro. E lì, siamo rimasti così, vicini, aderenti contro un muro che non saprei dire a cosa servisse. Una parete grossolana che ci feriva la pelle, ma senza dolore, la nostra mente allora era molto più veloce.
 

 


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