Dapprima ho sentito mordere le gambe. Non potevo
capacitarmi di essere finita lì. Non era possibile. Non era robetta da
poco, quella. Ero maledettamente fuori da tutto ciò che conoscevo, dalla
monotonia che tiene tutto sotto controllo. Non mi muovevo, ero in apnea,
in coma, uno sguardo fisso mi stava piantato addosso: una specie di
aspirapolvere che produceva in me un risucchio, volteggiava dentro il mio
corpo e pezzo per pezzo smanettava, assestava, stoccava colpi precisi che
facevano girare la testa. Il sangue pulsava nelle mie vene mentre uno
sguardo mi congedava immobile, mi consegnava viva. Ho sentito il freddo
che mi circondava. Il freddo. Soltanto il freddo dentro un buco che non
vedevo ma percepivo.
Ero dentro una fessura nera ed ero un’eccezione. Un
essere umano che pompava carne e sangue in un carapace di plastica. Lo
sguardo sembrava una sovrastruttura della mia mente in un gioco perenne di
gerarchie. Ma c’era qualcuno lì, sul serio, e alienarsene significava una
necessità di sopravvivenza per tenere conto del confronto tra le parti,
l’unica rappresentazione a confermarmi che esistevo: che io ero.
Incomprensibile e spianata. Penetrabile. In più punti. Il mio compito
poteva essere solo uno, dipendere da quello stato.
Tra la pioggia torrenziale delle sensazioni, un
bisbiglio sulla bocca ha osato infatti farmi pensare a cosa finora avevo
evitato, restando sul chi va là, con circospezione; e poi è stata la volta
di una pacca sulla coscia ed eccomi, ho capito, ero. Qualcuno stava
mettendo a nudo quanto il mio corpo risuonasse: avevo lasciato andare la
disperazione e il mio cuore ero rimasto imprigionato dai ghiacci. Fu
infatti una sensazione glaciale a spiegarmi che non ero mezza morta, bensì
di ritorno. Avevo esitato, finché concentrandomi sul punto della coscia in
cui era caduto l’ultimo colpo avevo provato a muovere le gambe. E niente.
Fossilizzate. Avevo provato a alzare le spalle ma un dolore mi aveva colta
alla sprovvista dalle mani alle ginocchia. Normalmente sarei andata in
panico, però alcuni scomparti del cervello sembrava che fossero stati
eliminati.
Non riuscivo a giudicare, non avevo la percezione del
rischio, volevo soltanto dipendere. E le “parti”, che sarebbero dovute
restare lontane e in grado di pronunciare movimenti separati, parevano
spostate. C’era tra loro un legame di una certa gravità che lasciava
presupporre una strana composizione delle ossa, la saliva dentro il
respiro, una diversa luce negli occhi. Le articolazioni dolevano in più
angoli spaiati e la voce era rauca. La vista cieca. Ho pensato alla
gioiosa consolazione di un bambino che per un mondo su misura aveva
smembrato il suo giocattolo più caro: ero bloccata, avevo la bocca
ostruita e tenevo gli occhi bendati. Mani non mie avevano plasmato
l’avvenire fregandosene della buona educazione, mi avevano chiusa in un
bozzolo per il piacere di un concepimento che aveva una forte impressione
su di me.
Ad un certo punto quindi avevo cominciato a ricordare:
avevo preso ad allontanarmi lasciandomi trascinare da una torbida
dialettica e dall’ingenuità dell’abisso. Mi ero tuffata tra le braccia del
mio carceriere con segreta piacevolezza, esaltata da un concetto di male
autodistruttivo del peccato. All'inizio ero scoppiata in lacrime di
rabbia, rifiutandomi di accettare l’evidente - la soglia su cui mi fermavo
prima di scappare senza meta. Poi era arrivato, deciso, lo sguardo che
aveva culminato la mia partenza definitiva. Fu in quel momento, mentre ero
sconvolta, che ho capito che la ferita che portavo dentro sarebbe stata di
nuovo la mia cicatrice. Mentre la marea iniziò a salire, inarcata dalla
forza di una fune, stavo scoprendo che se osavo ero libera. Potevo non
occuparmi di me, potevo dipendere. Finalmente. Potevo essere.