Il suo odore non somigliava a nulla. La sua carne mi
riempì la bocca e sentii la lingua schiacciarlo contro il palato. Chiusi
gli occhi. Aspettai con la bocca aperta che camminasse verso l’interno.
Sentii il sole sulla pelle attraversare il fogliame e poi più giù, il
ruggito stordente del litorale. La pelle era livida di un dolore
indecifrabile, bisognosa del calore del mare, ben presente mentre
assisteva all’abbraccio. Il mio corpo non contava niente. Con le braccia
lui mi teneva ferma, dicendo che non mi avrebbe fatto del male. Solo cose
belle, diceva, sarebbero nate, e il sole diventava più caldo.
Si allontanò da me e io mi alzai. Scesi saltando sulle
rocce, ridente, verso il mare. A metà strada mi lanciò una conchiglia che
mi attirò a sé, e poi un’altra e un sassolino ancora, a uno a uno i pezzi
più rosa di carne presero a palpitare. Mi frugava ancora il suo sapore sul
fondo della gola. Si cibava di me come mi ero cibata di lui. Mi contornava
le labbra, la punta del naso e del mento. Era lui che risucchiava, il suo
animaletto fra le rocce, il suo fiore che suscita passione. Poi lungo la
scogliera, nella corsa, entrammo in una cavità dalle viscere arancioni. Là
dentro l’odore del fondo del mare, la fragranza pesante del sale e del
pesce arrivarono come iodio su una ferita antica.
Così accettai di assaggiare di nuovo. Con le gambe
sprofondate nell’acqua e le alghe a formare piccole collane, lui mi riempì
il vuoto. Di speranza. Mi portò in alto, su di sé, placando la calura
insostenibile con ventate d’aria fresca. Mise la sua creatura a mare e la
curò. Mi trattenne fino al primo rosso del tramonto. Dopo avermi issata,
al sicuro, come polena sulla punta ricurva della nave. Mi strinse
vedendomi infrangere le onde. Fece di me carne della sua carne, rivolta al
sole, pronta a raccogliere per sua parola il vento e il piacere sconfinato
della calma che penetra il corpo. Quand’è che giunse l’enigma dei suoni e
la visione crescente della gioia, superandosi. Levai le orecchie al
linguaggio degli uccelli e udii il tumulto delle acque da parte a parte.
Noi respiravamo. Circoscritti. Le mani nelle mani,
mentre gli occhi trattenevano il pianto della diletta commozione. Bevemmo
lunghi sorsi di vita, dopo aspettammo la notte. La pelle abituata al sole
si increspò al buio curiosa. Allora abbassai lo sguardo e lo vidi, il suo
riflesso sulla superficie dell’acqua, il viso luccicante in un bagliore
d’argento. Lo stupore carnale che segue, segno di infinite primavere. E
preferii tacere, rispondendo al mio sposo con un cenno del capo. Creai un
ponte silenzioso, versando amore dagli occhi senza voce…