RACCONTI D'AUTORE  
 
     
 
 

 

La Passiflora

 
 

Acqua

 
     
 

 
 

 foto antonellogentile

 
 
 

Il suo odore non somigliava a nulla. La sua carne mi riempì la bocca e sentii la lingua schiacciarlo contro il palato. Chiusi gli occhi. Aspettai con la bocca aperta che camminasse verso l’interno. Sentii il sole sulla pelle attraversare il fogliame e poi più giù, il ruggito stordente del litorale. La pelle era livida di un dolore indecifrabile, bisognosa del calore del mare, ben presente mentre assisteva all’abbraccio. Il mio corpo non contava niente. Con le braccia lui mi teneva ferma, dicendo che non mi avrebbe fatto del male. Solo cose belle, diceva, sarebbero nate, e il sole diventava più caldo.

Si allontanò da me e io mi alzai. Scesi saltando sulle rocce, ridente, verso il mare. A metà strada mi lanciò una conchiglia che mi attirò a sé, e poi un’altra e un sassolino ancora, a uno a uno i pezzi più rosa di carne presero a palpitare. Mi frugava ancora il suo sapore sul fondo della gola. Si cibava di me come mi ero cibata di lui. Mi contornava le labbra, la punta del naso e del mento. Era lui che risucchiava, il suo animaletto fra le rocce, il suo fiore che suscita passione. Poi lungo la scogliera, nella corsa, entrammo in una cavità dalle viscere arancioni. Là dentro l’odore del fondo del mare, la fragranza pesante del sale e del pesce arrivarono come iodio su una ferita antica.

Così accettai di assaggiare di nuovo. Con le gambe sprofondate nell’acqua e le alghe a formare piccole collane, lui mi riempì il vuoto. Di speranza. Mi portò in alto, su di sé, placando la calura insostenibile con ventate d’aria fresca. Mise la sua creatura a mare e la curò. Mi trattenne fino al primo rosso del tramonto. Dopo avermi issata, al sicuro, come polena sulla punta ricurva della nave. Mi strinse vedendomi infrangere le onde. Fece di me carne della sua carne, rivolta al sole, pronta a raccogliere per sua parola il vento e il piacere sconfinato della calma che penetra il corpo. Quand’è che giunse l’enigma dei suoni e la visione crescente della gioia, superandosi. Levai le orecchie al linguaggio degli uccelli e udii il tumulto delle acque da parte a parte.

Noi respiravamo. Circoscritti. Le mani nelle mani, mentre gli occhi trattenevano il pianto della diletta commozione. Bevemmo lunghi sorsi di vita, dopo aspettammo la notte. La pelle abituata al sole si increspò al buio curiosa. Allora abbassai lo sguardo e lo vidi, il suo riflesso sulla superficie dell’acqua, il viso luccicante in un bagliore d’argento. Lo stupore carnale che segue, segno di infinite primavere. E preferii tacere, rispondendo al mio sposo con un cenno del capo. Creai un ponte silenzioso, versando amore dagli occhi senza voce…


 

 


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