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Le guance erano arrossate dal freddo, il
sole bianco sembrava desse sollievo, ma quel giovedì di gennaio l'inverno
trionfava imponente più d'ogni altro giorno. Pantalone nero griffato,
portato con cashmire, tacchi vertiginosi, mio unico sostegno. Punti luci
ai lobi, capelli perversi e seducenti, occhi verdi celati in un nero
oscuro. Labbra carnose lucide e umide. Giacca nera corta avvitata con
borsa di pelle, dentro i libri di me studentessa. Quella strada l'avevo
percorsa infinite volte, ma tutto aveva una dimensione diversa. Camminavo
senza voltarmi, ansiosa ma decisa, avevo i soliti occhi addosso, ma non
c'era tempo per pensare ad altro se non a quel che sarebbe accaduto di li
a poco.
Alla mia sinistra i treni, a destra l'Università. Assorta dai miei
pensieri, sentii d'improvviso il polso tirarmi.
In una frazione di secondo pensai a qualche conoscente da dover presto
liquidare ma...
- Dove scappi? Ho la macchina qui vicino, prima che mi multino vieni -
Mi aveva raggiunta, chiaro in viso la determinazione di non voler essere
visto da nessuno. Indossava un vestito blu scuro, camicia bianca e
cravatta, inconfondibilmente Dior. Quanto adoro gli uomini vestiti in quel
modo, pensai tremante.
Quando attraversammo avvertii il suo braccio cingermi la vita, un ennesimo
gesto paterno, mai come in quel momento pesarono gli anni di differenza.
Mi aprì lo sportello, entrata in macchina più che al sicuro, mi sentivo in
gabbia. Non sarei potuta tornare indietro. Si chinò verso me per mettermi
la cintura.
- Che profumo dolce piccola! - Sembrava fosse un escamotage per baciarmi,
invece scostò dal viso una ciocca di capelli. Girò la chiave e avvertì il
suono del motore accendersi, mentre la mia anima sembrava spegnersi in
mille paure.
La prima volta soli, voleva mettermi a mio agio. Continuava a chiedermi
dell'università, dei miei progetti, rispondevo a tratti, impaurita.
Avvertivo quanto questo lo eccitasse, un luccichio nel suo sguardo
sornione compiaciuto. Mentre guidava osservavo i tratti del suo viso
segnato dal tempo, i suoi cinquantatre anni erano ben portati, ma non
nascosti dai segni intorno agli occhi e dai suoi capelli brizzolati. Era
un uomo colto e assetato di successo, e ogni centimetro della sua pelle
sembrava lo gridasse. Quando parlava aveva un accennato sorriso beffardo,
misto alla sua dizione perfetta, quasi disarmante.
D'improvviso accostò l'auto e disse:
- Prima di andare a pranzo devo prendere una cartella clinica nel mio
studio, ricorda che oltre ad essere un tuo professore sono anche uno
psichiatra. -
Aprì deciso la porta blindata, era al piano terra. Lattice e ammoniaca
giunsero alle mie narici, bastava l'inconfondibile odore di disinfettante,
per rendersi conto di essere in uno studio medico. Chiuse la porta a
chiave dietro di noi. Si fermò davanti a me, odore perverso e maturo, a
occhi e croce Armani, non abbassò lo sguardo aspettò finché non lo fecessi
io.
Di nuovo ad accarezzarmi i capelli, ma stavolta un bacio sulla fronte. Non
riuscivo a parlare. Mi fissò a lungo - Tranquilla. - Disse voluttuoso.
Mi tolse la giacca senza smettere di fissarmi - Voglio che tu non ti
muova!-
Le sue carezze non smettevano, paterne e perverse. In un attimo mi trovai
nuda davanti a lui.
Dal paterno iniziò a primeggiare il perverso. Mi scrutò facendomi sentire
più nuda di quanto già non fossi. Mi prese con vigore e mi sbatté sul
lettino dei suoi pazienti. Afferrò le caviglie e mi allargò le cosce. Si
tolse la giacca e la cravatta, abbassò i suoi pantaloni.
Spingeva con forza, sentivo il suo peso addosso. Non smetteva, era
assetato di me, mi desiderava e lo sentivo. I suoi movimenti erano quelli
di uomo che aveva aspettato a lungo, con determinazione e furbizia aveva
catturato una preda che era perennemente sfuggita. Ora ero li tra le sue
mani, e quasi pareva volesse farmi pagare tutta l'attesa impiegata.
Lui s'era imposto di voler dirigere tutto, io dovevo ubbidire.
Completamente nuda, indifesa, inerme, lui vestito a fare di me il suo
oggetto come continuava a sibillare attraverso le sue dita. I movimenti
diventarono sempre più energici, ad alternanza sentivo schiaffi sul sedere
- Quanto sei bella... - E schiaffeggiava.
Godeva in silenzio, con fiato accennato. Gemiti perversi si espandevano
oltre le mura, l'ammoniaca, la scrivania, la carne.
Ero sfinita, non sentivo forza nelle gambe. Ero ancora nuda davanti a lui,
che mi contemplava soddisfatto.
Si avvicinò, iniziavo a sentir freddo, lo osservavo era palesemente
stanco, mi sistemò la sua giacca sulle spalle, mi baciò i capelli
disordinati, ma morbidi e ancora profumati di balsamo
- Sei la mia piccola. - Sussurrò abbracciandomi.
Il pomeriggio seguente andai in facoltà, il mio nome in cima alla lista,
tempo una settimana e avrei iniziato il dottorato di ricerca. L'esame con
lui l'avevo superato a pieni voti.
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