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Una
fata, sì, era decisamente una fata. Prima di appendermela al collo me la
fece dondolare davanti agli occhi per alcuni istanti. Era di un azzurro
iridescente, e guardandola attentamente si poteva scorgere il sorriso
della fatina, seminascosto dalle ali.
“Sembra la Monna Lisa.”
Gli dissi indicando l’espressione indecifrabile sul viso della fata.
“Tu dici?”
Giò la scrutò, tenendola tra le dita.
“Secondo te cosa sta pensando?”
La lasciò andare facendola dondolare un po’.
“Nulla. E’ un minerale, non può mica pensare!”
Fermai la fatina con la mano mentre dondolava sul mio petto.
“E tu che ne sai?”
“Temma Temma...”
“Cosa?”
“Sei proprio ingenua sai?”
Mi trattava sempre come una bambina, e lo ero, in effetti.
“E così, parti domani?”
“Sì.”
“Non voglio che vai via.”
Lo guardai implorante.
“Devo andare Temma, non c’è altro da fare.”
Gli
saltai al collo improvvisamente e fui investita dal suo intenso profumo.
Quel profumo era come la prova della sua presenza, lì, in quel momento.
Volevo inebriarmene un’ ultima volta, per essere certa di ricordarne ogni
sfumatura, dalle note dolci del ciliegio, a quelle fresche e decise della
menta che cresceva in un grande ammasso scomposto nel giardino in comune
tra le nostre due case, e che lui attraversava sempre per venire a giocare
con me. Certi profumi ti entrano dentro, e ti accompagnano per tutta la
vita. Volevo essere certa di ricordare il suo, così, se un giorno l’avessi
sentito di nuovo, questo in qualche modo mi avrebbe riportata da lui.
“Hai bevuto cappuccino prima di venire?”
“Sì, perché?”
“Ce l’hai ancora addosso.”
Sebbene avessi ancora il viso immerso nella sua giacca, sentii che in quel
momento stava sorridendo. Lo strinsi ancora più forte.
“Voglio che noi due rimaniamo sempre amici.”
“Non è possibile Tem.”
Mi staccai da lui bruscamente: non era quella la risposta che mi
aspettavo.
Giò si mise a ridere. Perché doveva sempre rovinare tutto?
“Temma…”
Mi prese in braccio facendomi sedere sulle sue ginocchia.
“Domani io parto. Capito? Non mi vedrai più. E’ meglio che ti ci abitui
fin da adesso.”
“Perché?”
Chiesi io agitandomi sulle sue ginocchia. Lui mi accarezzò la testa.
“Quando sarai più grande lo capirai meglio.”
“No! Io non voglio!”
Lo abbracciai forte. Lui non mosse un muscolo.
“E’ meglio che inizi ad abituarti alle cose brutte. Perché la vita ne è
piena. Là dove vado io ce ne sono molte.”
“Ma ora sei qui! Qui non c’è niente di brutto!”
Giò scosse il capo lentamente.
“No. Ci sono anche qui. Anche se tu non le vedi. Le cose brutte, come la
guerra, esistono e fanno male. C’è qualcosa, però, che è più forte di
tutti gli eserciti del mondo, ed è la vita. Per quante guerre possano
esserci al mondo, la vita continuerà ad esistere sempre da qualche parte.
Per ogni persona che muore ne nasce un’altra, e un’altra ancora, e quella
persona crescerà, penserà, amerà, sarà felice o sarà triste: vivrà. Io
voglio che tu viva Temma.”
Non
dissi niente. Ero davvero ancora troppo piccola per capire, ma una parte
di me sentiva che un giorno quelle parole mi sarebbero tornate utili. In
quel momento, tutto quello che sapevo era che Giò, il ragazzo che
conoscevo da tutta la vita, l’indomani sarebbe partito per la guerra. Io
non l’avrei rivisto mai più, e la colpa era sua.
“Non sono più tua amica!”
Scesi dalle sue ginocchia e corsi a nascondermi nel capanno. Aspettai di
sentire i passi di Giò sull’erba, ma ciò non accadde. Rimasi sola nel
capanno.
Mi sedetti a piangere ripensando alle sue parole, poi presi in mano la
fatina che mi aveva regalato e sentii come sussurrare: “Vi rivedrete, un
giorno.”
La strinsi forte pregando fosse vero.
FINE
In foto l'autrice
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